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L’economia post-atlantica

Questo articolo è pubblicato sul numero 3-2026 di Aspenia

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Nessuna relazione economica al mondo è più importante di quella fra Europa e Stati Uniti. Secondo i dati raccolti da Daniel Hamilton e Joseph Quinlan, gli europei hanno poco meno di 10.000 miliardi di dollari investiti negli Stati Uniti in imprese che registrano un fatturato superiore a 3.000 miliardi di dollari all’anno. Gli americani hanno investito in Europa una cifra quasi doppia, raggiungendo un fatturato di quasi 4.000 miliardi di dollari. Questi investimenti creano milioni di posti di lavoro su entrambe le sponde dell’Atlantico, rappresentando un volume di attività superato solo dalle principali economie mondiali. Tali legami non possono svanire rapidamente, a prescindere da quanto diventino tese le relazioni politiche tra gli Stati Uniti e l’Europa. Tuttavia, la struttura di fondo della relazione può cambiare.

Attingendo ancora a Hamilton e Quinlan, il commercio di beni attraverso l’Atlantico arriva a circa 1.500 miliardi di dollari all’anno; il commercio di servizi ne aggiunge altri 800. Dato l’enorme volume degli investimenti transatlantici, gran parte di tale commercio di beni avviene però all’interno delle stesse imprese. Una parte significativa del commercio di servizi si svolge attraverso i fornitori americani che lavorano con le consociate dei loro clienti americani in Europa, oppure attraverso fornitori di servizi europei che fanno lo stesso negli Stati Uniti. Allo stesso modo, gli expat americani trascorrono periodi di lavoro presso imprese americane in Europa e viceversa. Anche se gli investimenti e le attività restano stabili, i flussi operativi che li sostengono oggi non sono affatto destinati a restare invariati. Le imprese di proprietà europea negli Stati Uniti non hanno bisogno di fare affidamento su catene di fornitura che attraversano l’Europa, e le imprese di proprietà americana in Europa non hanno bisogno di dipendere da fornitori o vendite negli Stati Uniti.

La parte più facilmente sacrificabile della partnership transatlantica è quindi la circolazione attraverso l’Atlantico, non gli investimenti che la sottendono. Gli europei e gli americani possono continuare infatti a beneficiare dei rendimenti sui loro investimenti transatlantici senza dipendere pesantemente da modelli di business basati sul commercio intra-settoriale, da pratiche di gestione che privilegiano l’uso degli stessi fornitori di Servizi o dalla prassi di far ruotare il management da un paese all’altro. Un’economia post-atlantica non distaccherebbe necessariamente gli Stati Uniti dall’Europa o l’Europa dagli Stati Uniti. Ma darebbe vita a un tipo di partnership molto diverso: uno in cui l’“America First” e l’“autonomia strategica” sono più evidenti su entrambe le sponde dell’Atlantico, mentre la circolazione di beni, servizi, persone e investimenti attraverso l’Atlantico ne risulterebbe ridimensionata.

L’Oceano Atlantico in una mappa sovietica del 1977.

 

PREVEDIBILITÀ E DIVERSIFICAZIONE DEL RISCHIO. L’attuale economia atlantica si è sviluppata sulla base della fiducia e della prevedibilità. L’uso della parola “fiducia” in questo contesto non si traduce facilmente in vincoli di affinità. Americani ed europei condividono un numero rilevante di valori e una comune storia culturale, ma non devono necessariamente “piacersi” per collaborare a stretto contatto. Devono solo credere che gli investimenti transfrontalieri e le relazioni contrattuali siano sicuri. La fiducia condivisa attraverso l’Atlantico risiedeva nello stato di diritto e nella prevedibilità che istituzioni comuni potevano garantire nello strutturare qualsiasi partnership economica. Questo desiderio di prevedibilità ha sostenuto l’elaborazione di un “sistema internazionale basato su regole” attraverso l’Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio (GATT) per la circolazione di beni e servizi e il sistema di Bretton Woods per il flusso di pagamenti e investimenti.

Il sistema creato da americani ed europei non è mai stato omnicomprensivo o pienamente resiliente. Le tensioni commerciali sono state una caratteristica ricorrente, così come i problemi legati ai tassi di cambio e agli investimenti transfrontalieri. Le lamentele emergevano frequentemente quando il sistema funzionava, come negli anni Cinquanta e Novanta, e anche quando il sistema sembrava sull’orlo del collasso, come alla fine degli anni Quaranta, negli anni Sessanta, Settanta, Ottanta e nel primo decennio del secolo in corso. In effetti, guardando indietro, il collasso è quasi sempre sembrato una possibilità. Nondimeno, entrambe le sponde dell’Atlantico credevano nel desiderio condiviso di istituire una partnership basata su regole in grado di creare forti incentivi per gli investimenti transfrontalieri.

 

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Entrambe le parti hanno inoltre riconosciuto l’importanza di utilizzare il commercio e gli investimenti come strategia di diversificazione del rischio (hedging). Per quanto potessero rendere prevedibile la partnership transatlantica, avrebbero sempre dovuto fare i conti con l’imprevedibilità delle performance economiche interne e con le influenze economiche globali, sia in Europa che negli Stati Uniti. Costruire partnership e posizioni di investimento oltre i confini nazionali aveva senso come mezzo per diversificare asset, opportunità di mercato e fonti di finanziamento. Anche in questo caso, i legami si fondano meno sull’affinità che sul razionale interesse personale. Le due sponde dell’Atlantico potevano sfruttare qualsiasi differenza di rendimento tra l’una e l’altra per contribuire a bilanciare l’attività economica in entrambe le aree.

L’accento posto sulle regole e il desiderio di diversificare i rischi si completavano a vicenda, in particolare data la volatilità di fondo dell’economia globale e persino della stessa partnership transatlantica. Questa complementarietà spiega sia la profondità degli investimenti transfrontalieri su entrambi i versanti dell’Atlantico sia l’andamento del commercio di beni, servizi, capitali e lavoro. Le imprese europee e americane di ogni tipo potevano utilizzare l’accesso ai mercati su entrambe le sponde dell’Atlantico per cautelarsi da molti tipi diversi di incertezza legati all’accesso alle materie prime, all’innovazione tecnologica, alle infrastrutture di mercato, alle catene di fornitura e alla finanza. Così facendo, le imprese europee e americane si sono rese più resilienti. Hanno inoltre rafforzato l’interdipendenza tra Stati Uniti ed Europa. Smantellare queste complesse strategie di diversificazione — anche nelle circostanze più favorevoli — non è un compito facile.

 

INTERDIPENDENZA E VULNERABILITÀ. L’aspetto più significativo della partnership economica tra Stati Uniti ed Europa è la quantità di caratteristiche condivise attraverso l’Atlantico, sia in termini di tecnologia che di pratiche. Vi sono lingue, concetti, contesti istituzionali, tradizioni, culture aziendali e “varietà di capitalismo” differenti, eppure la maggior parte degli elementi non solo è riconoscibile, ma anche funzionalmente compatibile da un luogo all’altro. Laddove sussistono incompatibilità funzionali — note anche come “barriere non tariffarie” all’attività d’impresa — queste richiedono solitamente una giustificazione basata su principi sovraordinati, trattandosi di eccezioni alla “normale” possibilità di lavorare insieme in modo produttivo. Una tale fiducia nella compatibilità ha raggiunto il suo culmine nel progetto del 1992 per il completamento del mercato interno europeo, ma mantiene una certa rilevanza ancora oggi.

Eppure, questo genere di interdipendenza — sia reale che presunta — crea vulnerabilità. Americani ed europei hanno bisogno di accedere alle materie prime a condizioni relativamente paritarie. Hanno bisogno di condividere la tecnologia proteggendo (e remunerando) i diritti di proprietà intellettuale. Hanno bisogno di accedere a infrastrutture di mercato comuni per la circolazione di beni, servizi, dati e capitali. E hanno bisogno di una divisione del lavoro che concentri determinate industrie o risorse in un luogo piuttosto che in un altro.

 

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Tali vulnerabilità sono facilmente strumentalizzabili. Ecco perché le regole contano. Quando i governi di una sponda dell’Atlantico tagliano l’accesso alle materie prime o alle tecnologie alle imprese dell’altra sponda, interrompono le complesse strategie di diversificazione del rischio predisposte sia per gli americani che per gli europei. Lo stesso vale quando strumentalizzano l’accesso alle infrastrutture di mercato o quando sfruttano le proprie industrie strategiche o altri asset. Il problema non è la violazione della “fiducia” in un senso affettivo o di affinità — per quanto anche questo sia importante. Il problema è l’impatto che tale uso strumentale esercita sul modo americano ed europeo di fare affari su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Gli artefici del sistema basato su regole sviluppato dopo la seconda guerra mondiale cercarono di ridurre al minimo questo tipo di strumentalizzazione. Altrettanto fecero gli artefici del progetto europeo, sia nel contesto dell’Organizzazione europea per la cooperazione economica sia nella Comunità europea del carbone e dell’acciaio e nella Comunità economica che seguirono. Il loro obiettivo era rafforzare l’assunto di base a favore del fare impresa, salvo laddove ciò entrasse in conflitto con altri importanti obiettivi sociali o politici. I risultati non furono immediatamente rivoluzionari, ma nel tempo questo assunto ha spinto i decisori politici a cercare modi per agevolare il commercio che non provocassero inutili disordini sociali. La profonda integrazione dell’Europa e tra l’Europa e gli Stati Uniti ne è il risultato.

 

CONDIZIONALITÀ E LOCALIZZAZIONE. Eppure, l’uso strumentale dell’interdipendenza è andato crescendo per oltre un quarto di secolo. E i governi sia in Europa che negli Stati Uniti vi hanno preso parte attivamente — e solitamente con “buone” intenzioni. Questo punto merita di essere sottolineato. L’attuale amministrazione statunitense sta perseguendo una strategia insolitamente aggressiva di strumentalizzazione dell’accesso al mercato e di altre forme di interdipendenza per raggiungere i propri obiettivi politici, ma è l’aggressività a essere insolita. Anche le precedenti amministrazioni statunitensi facevano affidamento sul controllo dell’accesso al mercato, della tecnologia o delle infrastrutture come strumenti politici, e lo stesso hanno fatto i decisori politici in Europa. In effetti, gli europei hanno celebrato il proprio uso dell’accesso condizionato per promuovere cambiamenti normativi altrove come una sorta di superpotere o “effetto Bruxelles”.

Per certi versi, la crescente enfasi sulla condizionalità in Europa è scaturita dal successo degli sforzi per completare il mercato interno. Man mano che i decisori politici europei acquisivano maggiore efficacia nel promuovere standard comuni, diventavano anche più determinati nel proiettare tali standard all’estero. Questa nuova sicurezza è apparsa evidente nell’Uruguay Round dei negoziati commerciali multilaterali che hanno portato con successo alla creazione dell’Organizzazione mondiale del commercio; è stata ancora più evidente nel Doha Round sui negoziati per il commercio e lo sviluppo, che è fallito. Quel fallimento è importante perché ha rivelato la riluttanza dei paesi di altre aree del pianeta ad accettare tal genere di negoziati su materie non strettamente doganali (beyond the border) all’interno di un quadro multilaterale. La posizione di principio europea a favore dell’eliminazione delle barriere non tariffarie ha funzionato, ma solo entro certi limiti. I decisori politici europei hanno spostato l’attenzione dai negoziati multilaterali a quelli bilaterali, dove potevano esercitare una leva maggiore. Hanno anche iniziato a usare il proprio peso per influenzare le grandi multinazionali americane e per competere con gli Stati Uniti sul controllo delle industrie strategiche.

Gli Stati Uniti hanno iniziato così a ricorrere all’uso strumentale dell’interdipendenza a causa della loro crescente debolezza relativa, piuttosto che a causa dei successi raggiunti. Questa lettura ridimensiona le rigide condizioni imposte dagli Stati Uniti ai propri alleati per l’accesso ai mercati americani nell’immediato dopoguerra e nei decenni successivi. Come mostrano Henry Farrell e Abraham Newman, la svolta alla fine degli anni Novanta e all’inizio del XXI secolo è stata diversa. I decisori politici statunitensi hanno utilizzato il controllo sulla proprietà intellettuale, sulle infrastrutture di mercato e sugli asset strategici per perseguire obiettivi di politica estera americana. Così facendo, hanno sfidato il presupposto secondo cui non si sarebbero dovuti alzare inutili ostacoli all’attività d’impresa.

 

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Questa crescente dipendenza dalla condizionalità si è riversata solo gradualmente nell’economia transatlantica. I segnali più evidenti si sono riscontrati nelle polemiche attorno al Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP). Quel negoziato era concepito per favorire una cooperazione normativa tale da eliminare le barriere non tariffarie all’attività di impresa attraverso l’Atlantico senza confliggere con altri importanti valori sociali, eppure non ha potuto raggiungere tale obiettivo. I negoziati tra l’Unione Europea e il Canada sono quasi falliti per ragioni analoghe.

Lungo il percorso negoziale, la posizione a favore dell’eliminazione delle barriere non tariffarie ha ceduto il passo al perseguimento di altri obiettivi politici. L’approccio alla politica commerciale della prima amministrazione Trump ne è stato un primo segnale, ma l’enfasi posta dall’amministrazione Biden su una “politica estera per la classe media” è stata fortemente indicativa del cambiamento. Ne sono una prova il varo dell’Inflation Reduction Act e del Chips and Science Act. Entrambi i provvedimenti legislativi erano intesi a localizzare l’attività economica negli Stati Uniti senza tenere troppo conto dell’impatto che ciò avrebbe avuto sui modelli di business estesi attraverso l’Atlantico. Nel frattempo, i rapporti redatti dagli ex presidenti del Consiglio italiani Enrico Letta e Mario Draghi hanno suggerito un analogo cambio di prospettiva in Europa. Tali documenti hanno sottolineato l’importanza di investire i risparmi europei nell’innovazione e nella crescita della produttività europea, con un chiaro accento sulla localizzazione dell’attività economica. Draghi si è spinto fino a rimarcare l’importanza di combinare l’uso degli strumenti di politica industriale e commerciale per raggiungere tali traguardi.

Sorprendentemente, l’amministrazione Biden ha appoggiato questo cambio di rotta nella politica europea. Il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan ha tenuto importanti discorsi alla Brookings Institution nell’aprile 2023 e nell’ottobre 2024 per sottolineare il proprio sostegno agli sforzi europei volti a isolarsi dalle forze di mercato globali e a concentrarsi sullo sviluppo economico interno. Il tema di fondo negli interventi di Sullivan era che qualsiasi tensione fosse emersa da questa svolta politica nella relazione transatlantica avrebbe potuto essere gestita con successo. L’aspetto cruciale era ottenere una maggiore sicurezza economica su entrambe le sponde dell’Atlantico.

 

AMERICA FIRST E AUTONOMIA EUROPEA. La seconda amministrazione Trump non ha condiviso l’entusiasmo di Sullivan né per il rapporto Letta né per quello Draghi. Con le sue azioni, tuttavia, ha probabilmente impresso un impulso ancora maggiore alla svolta politica europea. In concreto, i decisori politici europei stanno ora cercando di eguagliare i tentativi di Trump di mettere l’“America First” con i propri sforzi per raggiungere l’“autonomia strategica” dell’UE. Queste iniziative su entrambe le sponde dell’Atlantico innalzeranno inevitabilmente barriere all’attività economica tra Stati Uniti ed Europa. Il risultato non sarà l’eliminazione dei profondi legami che uniscono le due economie, ma costringerà sia le imprese europee sia quelle americane a cambiare il modo in cui operano in entrambi i contesti. Le loro nuove strategie di diversificazione del rischio dipenderanno meno dal commercio transatlantico e più dal rispetto dei requisiti di localizzazione e delle altre condizioni necessarie per fare impresa su entrambi i versanti.

L’economia post-atlantica vedrà le imprese europee più profondamente integrate nei mercati nordamericani intente a presentarsi come impegnate a sostenere gli obiettivi di politica interna degli Stati Uniti. Spingerà inoltre le imprese americane più profondamente integrate in Europa a mostrarsi con un volto più europeo. E, sempre più, questa sarà una rappresentazione fedele della realtà, man mano che gli Stati Uniti e l’Europa diventeranno invece meno interdipendenti — per scelta politica — e le aziende su entrambe le sponde diverranno più autonome dalle rispettive controparti oltreoceano.

 

 


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