international analysis and commentary

Globalizzazione: eppur si muove

Questo articolo è pubblicato sul numero 3-2026 di Aspenia

18

Il 22 febbraio 2016 il primo ministro britannico David Cameron annuncia alla Camera dei Comuni che un referendum sulla Brexit avrà luogo il 23 giugno. È la prima di una lunga serie di notizie negative per il commercio internazionale. In questi dieci anni di dazi, sanzioni, guerre, epidemie, blocchi navali, crisi del WTO e rimessa in discussione dei trattati regionali, tutto sembra essere stato pensato, minacciato e realizzato per colpire il commercio globale.

Nonostante questo, secondo i calcoli della Banca mondiale la percentuale degli scambi di merci e servizi tra paesi (export più import) in rapporto al PIL globale è riuscita a crescere, dal 2016 a oggi, passando dal 54 al 68%. Il commercio internazionale, insomma, non è mai stato nella storia così attivo e importante. Andando indietro al 1970, il PIL mondiale, al netto dell’inflazione, è cresciuto di 4,5 volte, gli scambi di 12 volte.

Come si conciliano dieci anni di narrazione negativa con i dati fortemente positivi che abbiamo appena visto e che continueremo verosimilmente a vedere nei prossimi anni? Quale spinta così forte ha agito e continua ad agire sottotraccia per arrivare a controbilanciare abbondantemente il flusso incessante di iniziative politiche e di decisioni volte ad alzare barriere di ogni tipo alla libera circolazione di beni e servizi?

Prima di tentare una spiegazione, ripercorriamoli, questi dieci anni. Cominciando dalla Brexit, ricordiamo le previsioni pessimiste dell’epoca, anche da parte della Bank of England. Certamente l’uscita dall’Unione Europea ha pesato, ma alla fine, dieci anni dopo, anche per il Regno Unito l’import-export complessivo, rispetto al PIL, è cresciuto. Nel 2016 era al 59,8%, nel 2026 è del 62,6%. La penalizzazione si è avvertita negli scambi con l’Unione, scesi dal 27 al 25% del PIL, ma l’allargamento di quelli verso il resto del mondo (per quanto inferiori alle speranze), li ha più che compensati.

Planisfero dei cavi sottomarini (2020).

 

UN DECENNIO A OSTACOLI. Subito dopo la Brexit, tra il 2017 e il 2018, inizia con la prima amministrazione Trump un cambiamento radicale della strategia americana verso la Cina, individuata, per la prima volta dagli anni Ottanta, come avversario, quanto meno sul piano commerciale. Da promettente mercato di sbocco dei prodotti occidentali e fabbrica del mondo a basso costo, Pechino passa, agli occhi dell’America, a essere un concorrente sleale che va contenuto con dazi e quote. Per continuare a vendere negli Stati Uniti, la Cina avrebbe dovuto impegnarsi a comprare di più, in particolare prodotti agricoli del Midwest.

 

Leggi anche: Le dinamiche globali e l’idea dello Stato sovrano

 

La prima amministrazione Trump alza così barriere settoriali, in particolare su acciaio e alluminio, verso la Cina; ma lo fa anche nei confronti di regioni come l’Europa, l’Australia, il Giappone. Viene anche avviata una politica di limitazione delle tecnologie sensibili verso Pechino, in particolare i semiconduttori. La Cina, all’epoca, subisce queste misure e si limita, come risposta, a disattendere l’impegno di acquistare più soia americana.

Nel 2020 arriva il covid, seguito senza soluzione di continuità, nel 2022, dall’invasione russa dell’Ucraina. Questi due eventi, per quanto traumatici, non causano, come si potrebbe invece pensare, un’immediata flessione del commercio internazionale. Durante il covid, infatti, si verifica un forte aumento di importazioni provenienti dalla Cina da parte del resto del mondo, che aveva trascorso lunghe fasi di lockdown in cui la produzione era sospesa mentre i consumi (e quindi l’import) erano sussidiati generosamente da politiche fiscali e monetarie ultraespansive.

La guerra in Ucraina, dal canto suo, provoca un immediato e generalizzato aumento del costo delle materie prime e dei trasporti. Questo aumento, non accompagnato da una distruzione di domanda, si traduce in un rigonfiamento del valore monetario del commercio, a fronte del quale si registra un PIL globale in marcato rallentamento. Da qui la crescita del commercio rispetto al prodotto interno lordo. Si verifica invece una decrescita di questo rapporto nel 2023, quando il PIL globale riprende a crescere a un forte ritmo e i prezzi delle materie prime e dei trasporti tornano a una relativa normalità, mentre le scorte accumulate durante la grande paura del 2022 permettono a quel punto di importare di meno.

La fase tormentata del commercio internazionale apre poi un nuovo importante capitolo con la seconda amministrazione Trump che, proprio nel ribaltamento dei rapporti commerciali, vede un pilastro per il rilancio industriale dell’America. Stephen Miran, futuro capo dei consiglieri economici di Trump, già nell’ottobre 2024, tre mesi prima dell’Inauguration Day, aveva disegnato in un documento (“A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System”) una strategia articolata. L’America deve smettere di finanziare con le proprie importazioni e con i propri dollari la crescita industriale del resto del mondo; deve invece svalutare il dollaro, alzare aggressivamente i dazi (in particolare verso la Cina) e imporre ai paesi che vogliono continuare a godere della protezione militare americana di trasferire parte della loro produzione industriale negli Stati Uniti.

Questo programma viene realizzato nel 2025, con una fase iniziale ad alto impatto. Il dollaro viene svalutato due volte, la prima in senso proprio e la seconda attraverso il rialzo dei dazi e la detassazione degli investimenti produttivi (che equivalgono a una svalutazione). Il multilateralismo delle lunghe, pazienti e talvolta estenuanti trattative commerciali in ambito WTO, o attraverso ampi accordi regionali, viene completamente abbandonato. Al suo posto subentra l’unilateralismo e l’utilizzo tattico, strategico e politico dei dazi come strumento per ottenere concessioni dai singoli paesi.

 

Leggi anche: L’economia post-atlantica

 

Nella fase iniziale i dazi raggiungono livelli molto alti. Paesi come l’India, in certi momenti, sono colpiti con tariffe del 50%, ma il livello maggiore viene temporaneamente raggiunto con la Cina, sui prodotti della quale vengono applicati dazi fino al 140%.

Ai dazi si aggiungono le quote massime importabili (decisive per fare da barriera alle auto, oltre che a fotovoltaico e a pale eoliche cinesi) e sanzioni su una serie sempre più lunga di paesi. Si arriva anche a considerare in varie riprese (l’ultima nell’agosto 2026) l’introduzione di sanzioni secondarie, ovvero di misure che colpiscano chi in qualsiasi modo acquisti i prodotti di alcuni dei paesi sottoposti a sanzioni primarie, in particolare Russia e Iran.

Nel 2025 e 2026 vengono poi inasprite le restrizioni per l’esportazione verso la Cina di semiconduttori di fascia alta. Anche l’intelligenza artificiale viene protetta con la scelta di sistemi chiusi e con l’invito rivolto ai paesi alleati o non schierati ad adottare, attraverso l’adesione ai trattati di Pax Silica, tecnologie e protocolli americani, con l’esclusione dei concorrenti cinesi.

Sempre nel 2026 vediamo crescere la disponibilità europea ad adottare restrizioni commerciali verso Pechino. Questa disponibilità viene inizialmente tenuta a freno dalla Germania, il paese europeo che più esporta in Cina e che in Cina ha la maggiore presenza produttiva, in particolare nella chimica e nell’auto. Con il passare dei trimestri, tuttavia, la crescita inarrestabile dell’export cinese e l’aggravarsi della crisi strategica dell’auto tedesca inducono Berlino ad attenuare la propria opposizione all’innalzamento di barriere commerciali europee verso Pechino.

Ultima nel tempo tra i grandi ostacoli al commercio arriva la guerra all’Iran, che rende molto difficoltoso il transito di petroliere e gasiere attraverso lo stretto di Hormuz e fa diventare di nuovo più incerta, con il coinvolgimento nel conflitto degli Houthi dello Yemen, anche la navigazione del Mar Rosso. Non bastasse, a rendere più delicata la situazione nel mercato internazionale dei combustibili fossili è anche la guerra in Ucraina, che nel 2026 vede massicci attacchi alle raffinerie russe da una parte e ai porti ucraini dall’altra. Anche i flussi di grano russo e ucraino proveniente dal Mar Nero e indirizzati a Asia e Africa vengono ridotti per la diminuita agibilità dei porti di Odessa in Ucraina e di Novorossijsk in Russia.

Per capire come in queste condizioni il commercio internazionale sia comunque cresciuto del 5,4% nel 2025 e sia previsto dal WTO in una traiettoria di sviluppo del 3% nel 2026 e 2027 bisogna allora guardare ai fattori che, in questi anni difficili, hanno continuato a sostenerlo.

 

COSA FA CRESCERE GLI SCAMBI? Il primo fattore, strutturale, è la forte crescita dell’economia globale, trainata ovunque dall’adozione di politiche monetarie e fiscali espansive. Queste politiche sono state particolarmente aggressive durante il covid, ma sono poi riemerse a partire dalla fine del 2024 proprio come reazione alla nuova linea americana sul commercio internazionale. Temendo di essere costrette a esportare di meno, Cina ed Europa (in particolare la Germania) hanno cercato di bilanciare le minori esportazioni con un aumento della spesa pubblica. Questa, a sua volta, ha avuto, come sempre accade, una componente di importazioni. Si pensi ad esempio al riarmo europeo, che comporta importanti acquisti di armi e tecnologie americane. In pratica, mentre i mercati finanziari e molti osservatori hanno temuto, come effetto dei dazi del Liberation Day, un rallentamento dell’economia e una caduta del commercio globale, l’impatto combinato e simultaneo delle politiche espansive adottate in tutte le regioni del mondo ha prodotto esattamente il contrario. E ha al tempo stesso prodotto un aumento globale del debito, che oggi si riflette nell’ondata di vendita dei bond.

Il secondo fattore di sostegno al commercio è venuto, paradossalmente, dalla dura risposta cinese all’iniziale imposizione di altissimi dazi da parte americana. Minacciando credibilmente severe restrizioni alle esportazioni di terre rare (essenziali per le produzioni militari e per i semiconduttori occidentali), la Cina ha indotto l’amministrazione Trump ad annullare gran parte degli aumenti appena entrati in vigore. Il risultato è che oggi (e fino al 2028, se durerà il patto di tregua triennale) i dazi sui prodotti cinesi sono mediamente sotto il 20%, contro il 60% giudicato ottimale nel 2024 da Miran. Pechino è inoltre pronta a controsanzionare le aziende cinesi che dovessero accettare le sanzioni americane in caso di importazioni di petrolio dall’Iran.

La terza ragione che ha sostenuto il commercio internazionale, in dollari se non in volumi, è la sua crescente complessità. Ai tempi d’oro della globalizzazione si era creata per molte produzioni una filiera unica globale. Nell’età presente, caratterizzata dalla frammentazione e dal derisking, si vanno creando più filiere parallele in cui la ridondanza sostituisce l’ottimizzazione. Questa struttura è tanto internazionalizzata quanto la struttura precedente, anche se le filiere agiscono entro una specifica area geopolitica invece che su scala globale. La ridondanza è però, per definizione, intrinsecamente inflazionistica. Non ci si approvvigiona più, infatti, dal produttore maggiormente a buon mercato, ma da quello più affidabile geopoliticamente. L’aumento dei costi che ne deriva fa salire il costo dei prodotti e dei servizi scambiati e quindi il valore in dollari del commercio.

Questo effetto inflazionistico è particolarmente evidente nella vicenda dell’approvvigionamento di combustibili fossili da parte dell’Europa. La sostituzione del gas russo, fisicamente vicino e a buon mercato, con il gas americano, più caro alla fonte e più costoso da trasportare è un esempio del trade off tra economicità e affidabilità delle fonti di approvvigionamento.

La quarta ragione per cui il commercio mantiene il suo vivace ritmo di crescita è che le tariffe adottate dall’amministrazione Trump si sono alla fine rivelate più modeste di quanto si fosse temuto. Della Cina e del suo 20% si è detto, mentre il resto del mondo è attestato sul 10% circa. La Corte suprema, all’inizio del 2026, ha poi ridotto gli spazi di decisione in cui l’amministrazione Trump si era mossa e ha imposto il rimborso (che sta gradualmente avvenendo) di circa la metà dei dazi raccolti l’anno scorso.

 

Leggi anche: Cosa ci resta del mondo globale

 

Un ultimo fattore di sostegno al commercio internazionale è costituito dallo sviluppo impetuoso dell’intelligenza artificiale. Le filiere produttive al momento sono due, una in America e una in Cina. La filiera cinese cerca di procurarsi attraverso paesi terzi i semiconduttori taiwanesi e americani oggetto di restrizioni e di esportare la propria IA open source verso l’area BRICS. L’impatto sul commercio della filiera cinese resterà però, almeno per qualche tempo, decisamente inferiore rispetto a quello americano. La filiera internazionale che ha come hub l’America, infatti, è imponente. I grandi macchinari e molte delle tecnologie sofisticate che servono a produrre i semiconduttori vengono da Taiwan, dai Paesi Bassi e dal Giappone. Le memorie vengono dalla Corea del Sud. Le terre rare vengono dalla Cina. I semiconduttori finiti di fascia alta vengono da Taiwan, anche se i taiwanesi, su richiesta americana, stanno trasferendo negli Stati Uniti una parte crescente della loro produzione. Vengono da fuori anche il rame, una parte del diesel e molti altri minerali utilizzati nella costruzione e nel funzionamento dei data center. Una volta addestrata e prodotta, l’IA viene poi esportata dall’America in gran parte del mondo. Il WTO calcola che, in differenti scenari, l’intelligenza artificiale farà crescere il commercio globale tra il 34 e il 37% entro il 2040.

Avviandoci alla conclusione, ricordiamo che anche nel caso delle dispute bilaterali più aspre tra Stati Uniti da una parte e paesi come Cina, Messico, India e Brasile dall’altra, i flussi commerciali alla fine sono cresciuti nonostante i dazi o sono quantomeno rimasti stabili, come nel caso del Canada. Vedremo quali effetti produrrà il fallimento dell’accordo proposto da Trump al premier canadese Carney, che l’ha respinto per le condizioni sfavorevoli che imponeva al proprio paese.

Il mondo, a seguito della seconda guerra mondiale, aveva visto l’emergere di due blocchi mercantilisti (Europa e Asia) che rifornivano un’area capace di assorbirne il surplus, l’America. Con Trump (e probabilmente con i suoi successori) l’America vuole correggere questo squilibrio. Poiché non è possibile essere tutti insieme esportatori netti, le due aree che erano abituate ai surplus dovranno continuare a stimolare la propria domanda interna per compensare le minori esportazioni nette. Ne risulterà un mondo che cresce di più e in cui i flussi di scambio, per quanto frammentati, tenderanno ad aumentare almeno quanto il PIL. Il prezzo della frammentazione e dei maggiori stimoli alla domanda interna sarà, tuttavia, una maggiore inflazione. Con i suoi effetti sui tassi di interesse.

 

 


Questo articolo è pubblicato sul numero 3-2026 di Aspenia