international analysis and commentary

Cosa ci resta del mondo globale

Editoriale del numero 3-2026 di Aspenia

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Partiamo da un punto chiave: una fase della globalizzazione è finita, certo, ma non è finita l’interdipendenza fra le economie, come dimostra la tenuta dei numeri sul commercio internazionale – punto sottolineato in vari saggi che pubblichiamo. Per fare solo un esempio, la Cina ha raggiunto il record del proprio surplus commerciale, toccando i 1.200 miliardi di dollari nel 2025. Il parziale declino dell’export verso gli Stati Uniti è stato attenuato dagli Stati “connettori” (soprattutto Vietnam e Messico, ma anche Turchia ed Emirati) e compensato dal forte aumento dell’export verso l’Europa e il Golfo.

Il problema è che, in un contesto come quello attuale – segnato dalla rivalità geopolitica fra grandi potenze, fra Cina e USA anzitutto – l’interdipendenza è vissuta anche come una fonte di vulnerabilità, dazi e controlli all’esportazione si moltiplicano.

Si può quindi dire questo: siamo passati da una globalizzazione orizzontale, dal mondo dei mercati piatti, a una globalizzazione selettiva e gerarchica, caratterizzata da forti dosi di coercizione, da tentativi di ridurre le proprie vulnerabilità, dall’intervento degli Stati nei mercati e da una riconfigurazione delle catene del valore. Sicurezza ed economia ormai si contagiano, tanto che si parla di “weaponizzazione” degli strumenti economici.

Come risulta dalla conversazione tra Yascha Mounk e Ivan Krastev in questo numero di Aspenia, la vecchia globalizzazione era un prodotto della Pax americana. Ossia di un ordine internazionale garantito dagli Stati Uniti, che per varie ragioni non esiste più e che l’America – di Trump ma anche prima e dopo di lui – non è più disposta ad assicurare. Era quindi inevitabile che la crisi di quell’ordine segnasse anche un forte riassetto economico internazionale.

La nostra previsione è che resteremo a lungo in un “non-ordine”: ossia in un sistema multipolare competitivo, segnato da un’assenza di regole condivise adatte all’età che viviamo, dallo svuotamento delle vecchie istituzioni internazionali e da quello che potremmo definire “effetto chokepoint”: diventa decisivo il controllo degli snodi fisici, a lungo garantiti dalla Marina americana, ma anche degli snodi produttivi, di componenti essenziali delle catene produttive. Questo effetto chokepoint – descritto in dettaglio dalla “mappa mobile” di Edward Fishman – è certamente più rilevante del “Brussels effect”, della spinta normativa europea che tenta con strumenti diversi di orientare i flussi.

In questo “non-ordine”, probabilmente destinato a durare a lungo, tecnologia, finanza, infrastrutture e mercati diventano anche e sempre di più strumenti di coercizione. Non-ordine significa che non siamo – come spesso si dice – in una fase di transizione egemonica (dall’America alla Cina come potenza dominante), ma che mancano ancora le premesse e la volontà politica di definire e concordare i parametri di un nuovo ordine. È come se alle guerre napoleoniche non fosse seguito il Congresso di Vienna.

Le domande da farsi, e che affronteremo in questo numero, sono almeno tre. Come si stanno riorganizzando i flussi commerciali e le catene del valore? Qual è la mappa degli snodi fisici o economici cruciali che permettono a chi li controlla di esercitare forme di coercizione? Dall’uso del dollaro per finalità geopolitiche alle lezioni di Hormuz, questa è una delle variabili decisive dell’attuale potere internazionale. E infine – terza domanda – come andrà a finire la competizione fra un’America che non intende più funzionare da “assicuratore” del vecchio sistema globale (i costi sono superiori ai benefici nella logica America First) e una Cina che si basa su un modello di crescita sbilanciato sull’export, verso il mercato europeo in particolare?

Sono tutte onde d’urto, che rivelano la crisi del sistema economico internazionale precedente senza delineare, come sarebbe necessario, un nuovo riequilibrio. Anzi, un grande riequilibrio, per usare la formula di Michael Pettis. In un contesto del genere, l’Europa – come continente sostanzialmente trasformatore – rischia parecchio, basti guardare ai costi dell’energia o al problema della doppia dipendenza dalla Cina e dagli Stati Uniti. E rischio politico e geoeconomico tenderanno a combinarsi, specie in una situazione di particolare fragilità di governi centrali dell’UE. Come vedremo alla fine, sarebbe vitale la ricerca di nuovi spazi d’azione, nel Mediterraneo in particolare.

UNA SPIRALE PERICOLOSA. Ma cerchiamo di essere più precisi sul disordine internazionale attuale. Si è innescata una spirale pericolosa: ipercompetizione sui mercati non solo in chiave tecnologica (che è poi l’essenza della competizione USA-Cina) ma anche di risorse naturali e materie prime, dal momento che il controllo diretto sembra dare maggiori garanzie di uno scambio commerciale esposto appunto a condizioni e ricatti di vario genere; conflitti ibridi che sfruttano i punti di snodo e le strettoie (geografiche e nelle filiere), ossia appunto i “chokepoint”; e interferenze politiche sulle scelte economiche a scopo offensivo o difensivo (si pensi alla tutela degli approvvigionamenti energetici o di beni alimentari, che nell’ottica dei governi democratici è anche tutela dei consumatori e sicurezza dei cittadini). Con un aumento dei costi: la sola logica dell’efficienza non funziona più.

Se si aggiunge la proliferazione di dazi – minacciati, imposti, in parte rinegoziati o cancellati – sono tutti elementi per una dinamica di azioni-reazioni che può sfuggire di mano, trasformando il sogno ormai illusorio dei mercati aperti come motore di sviluppo, oltre che di crescita, in un incubo instabile e conflittuale. Una tensione economica che veda “tutti contro tutti” può infatti diventare una guerra vera e propria, o più probabilmente sfociare in una sequenza di conflitti locali senza un vero esito risolutivo.

Ci siamo occupati di questo “scenario peggiore” nel precedente numero di Aspenia (che abbiamo intitolato infatti, senza giochi di parole, “Sulle guerre”); in questo numero vogliamo guardare soprattutto agli altri aspetti dello stesso rompicapo, comunque problematici ma meno tragici e violenti, ossia a come si stanno riconfigurando i grandi flussi economici internazionali. La pars construens, se si vuole, di un nuovo e diverso scenario economico richiede infatti la comprensione dei movimenti di merci, servizi, idee, talenti e addirittura modelli politico-economici – visto che anche questi ultimi possono “viaggiare” e influenzarsi a vicenda.

Non va dimenticato che la globalizzazione è stata, per sua natura anche etimologica, un processo invece che un sistema statico e compiuto. Per usare le parole di Giulio Tremonti, è stata anche un’ideologia – quella dei mercati piatti – destinata a fallire in un’epoca di forti tensioni fra potenze, ossia in un contesto internazionale molto meno benevolo di quello degli anni Novanta.

 

DOPO LA PAX AMERICANA. L’infrastruttura della più recente fase di globalizzazione era basata sul dollaro americano, sul controllo delle maggiori rotte marittime, su istituzioni internazionali a guida occidentale e in parte su regole formalizzate che facilitavano gli scambi pur favorendo quasi sempre gli attori più forti, più tecnologicamente avanzati, meglio connessi. Data la centralità del fattore USA (dollaro e tecnologie, che a loro volta poggiavano sulla credibilità delle istituzioni ma anche sulla forza militare), è inevitabile che un profondo mutamento del ruolo americano nel mondo produca ora uno scossone sull’intero edificio globale, con effetti a catena quando altre potenze cercano di approfittare delle opportunità che si aprono e/o di tutelarsi dalle influenze negative. La crisi della vecchia globalizzazione si combina insomma a un processo di “diffusione” del potere, di cui la crescita della Cina è l’esempio più rilevante. Ma va aggiunto il peso degli attori regionali, con i loro allineamenti multipli. In altri termini: la globalizzazione “trionfante” era un prodotto dell’unipolarismo americano e della sostanziale egemonia occidentale. Nel multipolarismo caotico di oggi, il vecchio impianto economico globale non regge più. L’America resta la potenza dominante ma insufficiente a dettare le sorti del sistema internazionale. Mentre aumentano sia il debito americano (e il debito internazionale in genere) che processi parziali di diversificazione dal dollaro ma senza che emerga in prospettiva una moneta alternativa. Uno scenario plausibile è quindi quello di una frammentazione economica, con effetti anche monetari.

Questa tendenza è già evidente nella paralisi di cui è vittima il WTO, creazione ambiziosa dell’apogeo della globalizzazione e del multilateralismo, che – come scrive Giorgio Sacerdoti nel suo saggio – lascia posto a ipotesi comunque parziali e selettive di tipo geografico o settoriale.

Se il pilastro dell’infrastruttura globale si indebolisce, aumenta in modo evidente la spinta di altri centri di potere verso un riassetto che favorisca i loro interessi: qui diventa cruciale il fattore Cina come polo che ha costruito con gradualità una rete alternativa di rapporti e, più lentamente, una sua capacità di sostenere e mobilitare forze antagoniste rispetto alle vecchie alleanze a guida americana. Mettendosi in mano, nel frattempo, leve essenziali per esercitare forme di coercizione economica.

Siamo così arrivati, dopo questo primo quarto di XXI secolo, a una sorta di “limbo” della vecchia globalizzazione – il termine usato da Emilio Rossi e Deirdre Ernest nel loro articolo. Il sistema degli scambi economici internazionali è ancora piuttosto solido e resiliente nel suo insieme (come si è visto), ma genera anche forti incertezze per i singoli operatori (e per i consumatori, in modo indiretto e attraverso l’inflazione). E spinge comunque i governi a intervenire spesso e in profondità nel tentativo di gestire i flussi a proprio vantaggio, o quantomeno contenere i danni se il loro paese subisce gli effetti negativi dei chokepoint. L’interventismo degli Stati nell’economia modifica il vecchio paradigma liberista: in modo abbastanza paradossale, Cina e Stati Uniti finiscono per assomigliarsi di più – non perché il sistema cinese sia evoluto in senso democratico (la speranza fallita degli anni Novanta) ma perché l’America ha adottato a sua volta un approccio parzialmente mercantilista. In questo limbo, infine, i costi delle transazioni sono comunque più alti che in passato, perché devono assorbire in qualche modo il rischio politico. E se la sicurezza diventa un fattore decisivo, la ridondanza diventa più importante dell’efficienza pura e semplice. Tutto questo comporta più spese e più debito – in un contesto che è stato già segnato da iniezioni di liquidità senza precedenti.

 

LE VARIANTI DELLO “SHORING”. Vediamo meglio in che modo gli imperativi di sicurezza stiano ridisegnando i flussi commerciali. Tutte le varianti di “shoring” – dal generico “reshoring” al “near shoring”, fino al selettivo “friend shoring” – sono tentativi di riconfigurare le catene del valore a proprio vantaggio o almeno riducendo i rischi più estremi. In ogni caso, una volta che i fattori politici e di sicurezza prendono il sopravvento è difficile tornare indietro a una sorta di neutralità economica. Si pensi agli approvvigionamenti energetici europei, che hanno sostituito il gas naturale russo con fonti mediorientali ma anche americane: si tratterebbe a prima vista di un perfetto caso di “friend shoring”, se non fosse che nelle relazioni internazionali gli “amici” devono mostrarsi affidabili nei fatti e non solo a parole, e al momento attuale il livello di fiducia tra le due sponde dell’Atlantico è molto basso.

Dunque, non deve stupire che parte dei paesi europei considerino oggi la loro accresciuta interdipendenza con gli USA nel settore energetico come una forma di nuova dipendenza. Se si vuole, è il prezzo politico che paghiamo alla scelta secca di Washington di puntare su “America First”. A cui si aggiunge la escalation negativa di tensioni e ritorsioni commerciali fra Stati Uniti e Canada.

 

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Se perfino la macroarea economica più integrata al mondo, cioè l’economia transatlantica, soffre di questi malanni, si può decisamente essere preoccupati per il futuro della globalizzazione 2.0, perché si deve presupporre che tutti, presto o tardi, finiranno per perdere in un ecosistema commerciale nervoso e imprevedibile, scatenando una durissima competizione soltanto per limitare i danni. Uno sviluppo del genere è già in atto, e si tratta casomai di capire se sia o meno reversibile: molti dei nostri autori parlano di post-globalizzazione, di rapporti post-atlantici, insomma di un futuro senza le certezze tradizionali che è in parte già arrivato.

Non è però sufficiente concludere che le reti dell’interdipendenza c’erano già prima dell’apogeo della globalizzazione, e che restano anche dopo quella fase, ossia nel declino della vecchia globalizzazione. E che quindi scenari estremi – tentativi generalizzati di autarchia – sono da escludersi. C’è di più, nel senso che l’erosione dei liberi mercati, che non sono mai stati del tutto liberi, ma che certo possono esserlo in maggiore o minore misura, porta con sé una concatenazione di fenomeni politici e di sicurezza.

 

LA STRETTOIA CONCETTUALE DI HORMUZ. Il caso del blocco parziale dello Stretto di Hormuz, imposto dall’Iran come reazione agli attacchi militari israelo-americani di febbraio, è diventato in effetti un test (inaspettato) che conferma la centralità dei rapporti complessi di interdipendenza a cui neppure la superpotenza americana si può del tutto sottrarre. Dopo sei mesi di operazioni militari a intermittenza, blocchi e controblocchi navali, negoziati e accordi prima annunciati e poi abortiti, il Segretario al Tesoro Scott Bessent a fine agosto sembra aver (ri)scoperto una nuova arma micidiale: le sanzioni economiche (Financial Times, 23 agosto, “Scott Bessent: an economic D-Day is coming for Iran”). Annunciando l’avvio di una sorta di aggressione economica senza precedenti – un “D-Day economico” – Bessent ha prefigurato per l’Iran “il totale isolamento finanziario” anche come metodo per evitare di usare la forza militare, il che inevitabilmente porta a chiedersi perché mai allora non si sia fatto ricorso a questi strumenti già prima o durante la fase più intensa delle operazioni militari. Sembra quasi che le sanzioni fossero state dimenticate nella cassetta degli attrezzi.

In realtà, come ha ben raccontato Edward Fishman in un libro del 2025 e come risulta dall’intervista pubblicata in questo numero, l’America ha da tempo costruito l’apparato della moderna “economic warfare”: usando il dollaro e le sanzioni collegate proprio per gestire il problema intrattabile dell’Iran, e finendo poi per applicare meccanismi simili alla Russia e in qualche misura alla Cina.

Lasciando da parte la tipica retorica dell’amministrazione Trump (il D-Day fu uno sforzo incomparabilmente superiore a un pacchetto di sanzioni contro l’Iran, con esiti macroscopici che sono altrettanto difficili da comparare), il vero problema di questo approccio è appunto che è già stato tentato, soprattutto negli anni di Obama, per arrivare a quello che l’attuale presidente considera il peggiore accordo nella storia americana – il JCPOA del 2015, l’accordo multilaterale per il controllo del programma nucleare clandestino di Teheran. A ben guardare, il JCPOA era la logica prosecuzione del regime di sanzioni impostato nel periodo subito precedente, che fu utilizzato come arma negoziale per portare l’Iran al tavolo delle trattative. Va aggiunto che la natura stessa delle sanzioni richiede la collaborazione o quantomeno l’acquiescenza di alleati e avversari – Cina in testa. Cosa che per ora si può escludere. Mentre va ricordato che la coercizione economica ha un costo per chi la subisce ma anche per chi la esercita.

Hormuz si presenta allora come un collo di bottiglia concettuale, prima ancora che geografico e strategico: è la strettoia dove la cosiddetta fine della globalizzazione rimane incastrata nella realtà persistente dell’interdipendenza. Ciò non rallenta certo la corsa dei governi e delle imprese (quelle che possono) a ridurre l’esposizione verso i rischi peggiori, ossia alla possibilità di essere ricattati da chi controlla i chokepoint. In ogni caso, fare maggiore chiarezza su come funzionano effettivamente le nuove interdipendenze è vitale per potere compiere scelte consapevoli e razionali.

 

DOPO LA GLOBALIZZAZIONE, I COSTI DEGLI SQUILIBRI. Se un passo essenziale è allora capire davvero quali sono e come funzionano le maggiori strettoie, resta il fatto che la globalizzazione colpita e ridimensionata ha lasciato dietro di sé una serie di gravi squilibri, ben noti da decenni ma sempre più macroscopici, alcuni dei quali sembrano fuori controllo. Tali squilibri eccessivi stanno diventano insostenibili: un nuovo assetto globale sarebbe necessario. Il grande riequilibrio, abbiamo detto prima: visto che non è pensabile che tutte le principali potenze abbiano un surplus commerciale o che si generalizzi la ricerca di soluzioni autarchiche.

Il paradosso è che, come spiega Alessandro Fugnoli, proprio questi squilibri sono fattori dinamici di cambiamento e potenzialmente di ulteriore crescita: è il caso della tumultuosa crescita del settore dell’IA, in grado di trascinare varie filiere connesse, inclusa quella dell’energia.

 

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Non conosciamo gli eventi scatenanti che potrebbero causare un crollo improvviso del castello – soprattutto di debito pubblico, ma in alcuni paesi anche privato – su cui si regge per ora la crescita globale. Come fu nel 2008-2009, se un sistema è molto instabile la sua fragilità si può manifestare in modi imprevedibili pur essendo abbastanza noti i “bug” che lo minano dalle fondamenta. Sappiamo però che governi e imprese devono continuare ad adattarsi alle nuove sfide, che sono in parte tecnologiche e quindi senza precedenti storici a cui attingere.

Il guaio è che le economie fortemente squilibrate di oggi, con un eccesso di consumi e debito privato o con un eccesso di esportazioni e investimenti, hanno in comune un crescente debito pubblico, in un contesto internazionale che, come abbiamo visto, è iper-competitivo e dunque in quasi costante fibrillazione. È in tale quadro che si collocano le difficili scelte su come gestire gli squilibri pur continuando a cercare i possibili driver della crescita e non perdere il treno inarrestabile dell’innovazione. Una corsa nella quale gli europei sembrano finora non avere trovato una modalità di azione efficace, anche perché gli squilibri gemelli di USA e Cina vengono da sempre scaricati sull’economia globale. Il cosiddetto “China shock 2.0”, da sovracapacità, nella fase attuale di tariffe americane, finisce per colpire soprattutto l’Europa – che non può reggere la competizione dei beni cinesi e sta infatti dismettendo interi settori industriali.

Come sottolinea Erik Jones, nei rapporti transatlantici l’obiettivo dell’autonomia (strategica, se si vuole definirla così) sta prevalendo su quello dell’integrazione; ma questo è un grosso problema soprattutto per l’Europa, che è costruita sull’integrazione (del mercato unico ma anche dei mercati internazionali) e deve trovare un difficile compromesso tra apertura, efficienza, competitività. L’eurozona, l’UE, e la stessa Europa “allargata” a cui dobbiamo abituarci a pensare (che certamente include la Gran Bretagna) sono relativamente meno squilibrate di altri grandi economie, ma soffrono di una sindrome da bassa crescita e scarsa innovazione che finisce per neutralizzare i possibili vantaggi comparati in altri settori.

 

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La sfida è enorme perché si sta cercando di ridurre la dipendenza dall’esterno mentre la crescita è anemica e il costo del debito è alto. Ci sono, senza dubbio, le formule su cui quasi tutti sono d’accordo in linea di principio ma quasi nessuno sa come attuare politicamente, a cominciare dal completamento del mercato unico nei settori chiave della finanza, della difesa e dell’energia. E se si aggiunge la politica interna di paesi centrali dell’area euro, obiettivi del genere sembrano allontanarsi, invece che avvicinarsi.

 

UNA SOLUZIONE MEDITERRANEA PER L’EUROPA. Una possibile e parziale via d’uscita dalla strettoia tutta europea della crescita bassa e del debito alto è sfruttare al meglio il potenziale del bacino mediterraneo, cioè trasformare un piccolo mare interno e i suoi angusti punti di accesso (da Gibilterra al Bosforo/Dardannelli, e naturalmente a Suez) in una sorta di catena di trasmissione molto resiliente. Il Mediterraneo non è soltanto il lago salato meridionale della penisola eurasiatica, ma anche il connettore di tre continenti e la zona infrastrutturata di passaggio tra i due oceani atlantico e pacifico. Abbiamo analizzato questo contesto regionale in chiave europea e globale nella nostra sezione “Forum”, cercando di valutare lo stato dell’arte dei porti, come quello di Genova, e di collocare le infrastrutture mediterranee nello sviluppo dei grandi corridoi logistici ed energetici che già operano e che si stanno ampliando o costruendo.

Se una lezione fondamentale degli ultimi anni, fino alle vicende in corso tra Bab el Mandeb e Hormuz, è che la salvezza sta nella diversificazione, allora l’importanza del bacino mediterraneo è destinata ad aumentare ancora, nonostante le fibrillazioni continue lungo le rotte più congestionate. Il Mediterraneo non va visto soltanto come zona di transito tra Indo-Pacifico, Europa continentale e Atlantico, ma anche come vero portale verso il continente con le maggiori prospettive future di crescita economica (e demografica) e di sviluppo, cioè l‘Africa.

La prossimità geografica con la sua porzione settentrionale è un dato di fatto che, come fin troppo noto, viene quasi sempre distorto dalla lente dei flussi migratori incontrollati. Ma si deve guarda oltre quel dato, seppure in sé preoccupante. È arrivato il momento di vedere l’intero continente africano come una opportunità – non facile da cogliere, certamente, e piena di sfide, ma pur sempre un’opportunità. Nel senso in cui sembra intenderla l’Italia, perlomeno in teoria, quando propone il Piano Mattei. Per farlo, l’Europa nel suo insieme dovrà uscire dalla trappola della falsa dicotomia tra nord e sud, tra proiezione baltica e vocazione meridionale. In un mondo ad alto tasso di interdipendenza, queste sono davvero questioni subregionali che vanno superate con un po’ di lungimiranza. È giustissimo che i paesi mediterranei comprendano la sensibilità dei loro partner settentrionali e orientali verso la questione russa o gli sviluppi nell’Artico; ma è altrettanto decisivo che tutti vedano come i vecchi fronti orientale e meridionale dell’Europa si sono saldati nel Mar Nero, mentre le ambizioni russe non si limitano all’Ucraina ma puntano dritte verso Mediterraneo e Africa, dove la Cina si è peraltro già ritagliata i suoi spazi economici.

Anche questo vuol dire ragionare su cosa resta della globalizzazione.

 

 


Editoriale del numero 3-2026 di Aspenia