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Una lezione di geoeconomia tratta da Omero

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L’estate appena trascorsa ci ha consegnato una spettacolare interpretazione dell’Odissea in chiave di politica contemporanea: l’Ulisse di Christopher Nolan è entrato in maniera fragorosa nell’arena pubblica occidentale e americana. Ma l’intera vicenda della guerra di Troia contiene una dimensione che oggi definiremmo geoeconomica (secondo la definizione che abbiamo proposto qui), e che rimane attualissima nonostante la trentina di secoli di distanza. Perché i Greci attaccarono la città rivale? Per il controllo di uno stretto di importanza fondamentale, proprio come accade nei conflitti di oggi. Il passaggio marittimo tra quelli che oggi chiamiamo Mediterraneo e Mar Nero si era aperto, fisicamente, soltanto “poco prima”: circa settemila anni fa. E già “poco dopo” litigavano per chi ci dovesse passare.

Una classica rappresentazione di Omero.

 

Il Mar Nero era chiamato in quell’epoca dai Greci Πόντος Ἄξεινος, “mare inospitale”. Eppure vi convergevano beni di valore eccezionale. Il grano dalle piane oggi russo-ucraine, e il pesce salato – due risorse alimentari cruciali per le città-stato greche, il cui controllo successivo permetterà lo splendore dell’epoca classica. Le sete, le spezie e altri materiali di lusso dall’Asia centrale e orientale, che arrivavano attraverso il Caspio e il Caucaso. E infine le preziose pelli, il miele, e l’ambra per vie fluviali come il Danubio, commerciate dalle brumose e oscure terre celtiche del Nord Europa.

E Troia non sorgeva in un punto casuale: ma in posizione strategica sul transito tra il Mediterraneo e il Mar Nero. Non solo: le correnti tra il Bosforo e i Dardanelli erano così forti, e i passaggi così impervi, che spesso obbligavano le navi a fermarsi in attesa che si calmassero. Si fermavano nel porto di Troia. E com’è facile immaginare, da questa relazione poteva scaturire cooperazione o conflitto: quel mare che poteva essere scrigno di tesori, diventava così facilmente “inospitale”.

Già la leggenda degli Argonauti racconta di una spedizione nel Mar Nero, in Colchide. La nave (“Argo”, come il suo costruttore, ma anche come la città greca eponima in quel momento) imbarca eroi da tutta la Grecia, e deve infilarsi tra due rocce che si aprono e si chiudono (le famigerate Simplegadi). E’ una metafora piuttosto chiara di uno stretto dalle acque tempestose, che gli Argonauti attraversano di un soffio. Giasone torna con il suo prezioso trofeo, e anche una moglie, Medea: una razzia memorabile.

Anche le vicende che culminano nell’Iliade hanno un allaccio simile, anche se opposto. Il principe troiano Paride va a Sparta dal re Menelao, e come se restituisse il favore agli Argonauti, torna a Troia con la moglie di quello, Elena, ma anche col tesoro del regno spartano. Anche qui, possiamo immaginare che il colorito racconto mitico traduca in leggenda una spedizione militare punitiva, magari risultato di una trattativa diplomatica fallita – in entrambi i casi, donne e oro sono più o meno sullo stesso piano, metafora di conquista. A quel punto i Greci organizzano la loro vendetta contro la città rivale, che va a buon fine. Di nuovo: una spedizione da tutta la Grecia. Un’alleanza comune. Non che ai Greci l’idea di scatenare quella guerra, in cui molti perirono, e che pagarono cara, piacesse poi tanto: Achille si travestì da donna, e Ulisse il preveggente si finse pazzo per non andarci, mettendosi a seminare i campi di Itaca col sale – e inaugurando un ricco filone di fantasiosi tentativi di diserzione – ma li beccarono entrambi.

Schema della situazione nel XII secolo AC.

 

Risultato geopolitico della vittoria: la rotta va sotto il controllo dei Greci – che ribattezzeranno Ponto Eusino il mare ora “ospitale”, e lo riempiranno di colonie. Il controllo del doppio stretto assicurerà ai Greci la prosperità per i secoli a venire, e sarà mantenuto, incluso sotto la giurisdizione romana, fino al 1453, quasi tre millenni. Cioè fino alla caduta di Costantinopoli, metropoli greca fondata proprio lì, nel punto più strategico di tutto il Mediterraneo. Quel giorno sul Bosforo nacque un pezzettino di Stati Uniti: fu infatti (anche) la perdita di quello stretto nel ‘400, e delle rotte e risorse connesse, a spingere i regni cristiani all’esplorazione transoceanica.

Anche oggi le dinamiche attorno agli stretti stanno ridisegnando il mondo. Pensiamo alla tensione attorno a Panama. O alle strategie cinesi per liberarsi dall’obbligo di dipendere dal Canale di Taiwan e dallo Stretto di Malacca. Ma è più vicino a casa nostra, che le cose cambiano rapidamente: le vicende di Hormuz e Bab el-Mandeb non hanno soltanto mostrato il fallimento della guerra americano-israeliana all’Iran. Ma il crollo della loro visione strategica, sintetizzata dagli Accordi di Abramo: questi appaltavano il Medio Oriente ad Arabia Saudita (superpotenza energetica e finanziaria) e Israele (militare, diplomatica e tecnologica). L’Iran ne era escluso, con il corollario della fine della questione palestinesi. Gli americani avrebbero abbandonato la regione, liberi di dedicarsi a contenere l’espansionismo cinese in Asia.

 

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Nel mito greco, Agamennone e Menelao, i leader dell’attacco infine vittorioso a Troia, non fanno esattamente una bella figura. Il primo si fa dieci anni di guerra soltanto per farsi ammazzare dalla moglie Clitennestra e dal suo amante a colpi di scure appena rimesso piede a casa. Il secondo resterà per sempre l’emblema di chi si fa tradire e derubare sotto il naso. Ma i leader dell’attacco agli stretti di oggi non ne fanno una migliore.

Donald Trump, per contrastare la reazione iraniana, ha dovuto richiamare dall’Indo-Pacifico portaerei, radar e intercettori. E ciò è avvenuto tra ammutinamenti, esaurimento delle scorte, e ammissione di impotenza contro la strategia di Teheran: gli Stati Uniti stanno dunque di nuovo consumando preziose risorse in Medio Oriente, cioè il contrario di ciò che volevano, per perdere ciò che avevano: la libertà di navigazione. I tesori di quella regione stanno diventando più cari e meno accessibili; e il Golfo Persico, ora, è un “mare inospitale”. Benjamin Netanyahu non ha “sradicato”, così diceva, nessuno degli avversari a cui ha mosso guerra per terra, aria e mare: non Hamas, Hezbollah, Houthi, né tantomeno il regime di Teheran. Anzi, mentre gli israeliani lasciano il Paese in numeri crescenti, e la famosa “sicurezza” con cui si sono giustificate immani stragi è tutt’altro che garantita, le guerre di Netanyahu hanno bloccato l’allargamento degli Accordi di Abramo, e hanno riportato la questione palestinese all’attenzione del mondo. Erano i due obiettivi strategici di Hamas!

Infine, l’Iran ha rotto il suo isolamento: è tornato – di fatto – nelle reti diplomatiche regionali, ha “occupato” gli stretti che prima erano liberi, e si è dimostrato capacissimo di colpire obiettivi statunitensi e israeliani. Teheran può inoltre sorridere alla situazione di scacco in cui è finito il suo altro rivale regionale. Per il regno di Bin Salman si materializza l’incubo peggiore: l’accerchiamento dall’Iran, dallo Yemen e dalle milizie irachene, con due vie marittime su tre (Hormuz e Bab el-Mandeb, anche se non Suez) bloccate, e le sue infrastrutture energetiche sotto tiro.

Un immagine dello Stretto di Hormuz dalla sponda iraniana.

 

Nel frattempo, anche un altro attore, destinato ad essere messo nell’ombra dalla tela degli Accordi di Abramo, ha recuperato una posizione centrale e imprescindibile nella regione: la Turchia. Persino gli Stati Uniti avranno dovuto ammettere che, mentre il governo israeliano si è mostrato in varie occasioni sconsiderato e incontrollabile, le mosse di Ankara hanno aiutato la stabilità dell’area: è successo con la fuga di Assad dalla Siria. Ma anche col rifiuto di seguire la proposta saudita di una nuova guerra aperta con gli Houthi. E con l’apertura di canali diplomatici con Teheran. Quella che era una delle bestie nere del triangolo USA-Israele-Arabia è ora protagonista anche in Caucaso, nel Mar Rosso, in Libia (oltre che in molti altri Stati africani), e al centro delle operazioni diplomatiche con i suoi vicini belligeranti del nord (Russia e Ucraina) e del sud (Iran e Arabia Saudita).

Chissà se anche Donald Trump e Benjamin Netanyahu, una volta tornati a casa, troveranno ad aspettarli una scure: una scure ovviamente di natura elettorale. La cui ombra incombente è una delle ragioni per cui i conflitti sconsideratamente aperti non siano stati ancora conclusi.