La tela strategica che si fa e si disfa in Medio Oriente
La regione che ci ostiniamo a chiamare Medio Oriente è stata spesso caratterizzata da grave instabilità e conflittualità. Oggi è attraversata da dinamiche molto pericolose e da cambiamenti che ci costringono a vederla in modo diverso dal passato – e certamente diverso da come l’ha pensata e descritta l’Amministrazione Trump.
La grande scommessa di Trump in Medio Oriente (fin dal suo primo mandato presidenziale) va sotto il nome di “Accordi di Abramo”: una scommessa, avviata nel 2020, incentrata sulla triangolazione con Israele e Arabia Saudita e su un rapporto stretto e speciale di Washington con entrambi.

L’obiettivo era duplice: affidare, come “proconsoli”, la gestione della regione alla coppia israelo-saudita, per “liberare” al contempo risorse americane da concentrare nel teatro Indo-Pacifico, considerato dagli Stati Uniti quello fondamentale da presidiare di fronte all’ascesa della Cina. Israele come potenza diplomatica e militare, per la forza del suo esercito, della sua intelligence, e per la condizione di unico detentore di bombe atomiche in Medio Oriente. Arabia Saudita come super-potenza energetica e finanziaria. Chiave di questa intesa era il contrasto e l’isolamento dell’Iran, e di riflesso (almeno nelle intenzioni, visto il salto logico) la fine della questione palestinese, col riconoscimento di Israele da parte dei Paesi arabi.
Ma i due pilastri della strategia americana non sono fermi: Israele da allora ha riversato fuoco e fiamme su quasi tutti i suoi vicini con risultati però decisamente inferiori agli obiettivi dichiarati, mentre l’Arabia Saudita si è insabbiata nel tentativo di gestire due suoi problematici avversari regionali (Iran e Yemen). La situazione è fortemente asimmetrica, nel senso che Gerusalemme si è mossa con notevole autonomia e ha quasi trainato Washington oltre le posizioni iniziali di Trump, mentre Riad ha cercato di frenare senza successo gli impulsi più bellicosi del presidente. Su entrambi i fronti le (grandissime) aspettative sono comunque andate deluse, almeno finora.
Va precisato, poi, che il presidente Trump ha impostato la sua strategia su rapporti fortemente personalizzati, da un lato con Benjamin Netanyahu e dell’altro con il principe Mohammed bin Salman, puntando molto anche sul loro stile di leadership assertiva. Nel primo caso si è forse pentito “per eccesso”: l’aggressività e la facilità nell’entrare in guerra, che pare aver trascinato Washington ad attaccare Teheran su presupposti molto lontani dalla realtà. Nel secondo caso “per difetto”: troppa prudenza, con i sauditi impegnati soprattutto a non entrare davvero in guerra contro l’Iran e a non provocare una ripresa del conflitto con gli Houthi.
Comunque si descriva in dettaglio questa dinamica triangolare, resta la netta impressione che quasi tutto sia andato storto, visto che nel frattempo non c’è stato alcun avvicinamento tra Arabia Saudita e Israele, e anzi la prima ha addirittura lanciato una nuova iniziativa con Turchia e Pakistan che esula del tutto dallo schema “abramitico”. Da notare peraltro che la Turchia è praticamente un battitore libero da molti anni, e il Pakistan è uno dei pochi Paesi che la Cina considera una sorta di alleato (certo in funzione di junior partner).
Si potrebbe naturalmente obiettare che molto dipenderà ancora dall’esito ultimo del confronto ad ampio spettro con l’Iran: se la Repubblica Islamica dovesse “capitolare” (ma davvero pensiamo ad una “resa incondizionata”?), ad esempio entro la fine del 2026, in fondo la strategia trumpiana sarebbe giudicata come un successo dai libri di storia. Ma cosa, come e quanto si definisce un “successo”? E in particolare – benché Trump abbia dichiarato la guerra conclusa decine di volte – quando sarà finita, e potremo tirarne le somme? E’ difficile ragionare come fece il premier cinese Zhou Enlai con la rivoluzione francese, notando nel 1972 che “era presto per dare un giudizio”. Anche perché nel frattempo gli effetti negativi sono già evidenti.
In questo quadro regionale, il dato che forse impressiona maggiormente è la debolezza e la ritrosia dei sauditi. Il Regno è passato dall’ambizione di essere il leader innovativo e visionario del Golfo al terrore di trovarsi schiacciato tra nemici diversi ma ugualmente pericolosi lungo i propri confini, con un alleato americano imprevedibile e inaffidabile. Colpisce non solo l’accerchiamento geografico, ma anche il ruolo che sembra repentinamente mutato: l’Arabia Saudita si è a lungo presentata come la maggiore ancora di stabilità e al contempo di graduale rinnovamento della regione, sfruttando gli enormi proventi delle energie fossili per costruire un vero hub finanziario, logistico, turistico, culturale.
E’ invece diventato drammaticamente chiaro che tutti questi propositi sono ostaggio dei missili e droni a basso costo che l’Iran e i suoi ancora ben attivi alleati sono in grado di lanciare in qualsiasi istante. Il governo di bin Salman era visto come un garante imprescindibile di una rete di rapporti regionali su cui avrebbe poggiato perfino un mega-progetto come IMEC, oltre che la relativa stabilità dei prezzi di petrolio e gas. Tutto ciò è oggi in fortissimo dubbio, e ha dunque implicazioni che vanno ben oltre il Medio Oriente, cioè la regione che di fatto è il connettore geografico più razionale tra l’Oceano Pacifico e l’Oceano Atlantico.
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L’evoluzione della posizione saudita è la vera prova che la scommessa degli Accordi di Abramo è in un vicolo cieco. La conquista di Hormuz da parte dell’Iran sembra compiuta (nel senso che un qualche regime multilaterale dovrà per forza includere l’Iran), e gli Stati Uniti non sembrano in grado di invertire questo dato, né di proteggere i propri alleati, inclusa l’Arabia Saudita ma anche Israele, dai bombardamenti di Teheran. I due alleati non possono dunque affatto “gestire” il Medio Oriente. Per di più, per contrastare la risposta iraniana, gli USA hanno dovuto richiamare dall’Indo-Pacifico portaerei, radar e intercettori, consumando di nuovo preziosissime risorse nello scenario mediorientale. Cioè facendo il contrario di ciò che si erano proposti con gli Accordi di Abramo.
L’altro stretto, quello di Bab el-Mandeb, è finito più di recente sotto il quasi-controllo degli Houthi, che hanno completato la conquista dell’affaccio yemenita sul Mar Rosso. Non solo il contrattacco saudita è stato inefficace, ma gli Houthi hanno persino dimostrato di poter – ancora una volta – colpire le infrastrutture strategiche dell’Arabia Saudita, come l’oleodotto Est-Ovest che collega il Golfo Persico al Mar Rosso, e anche le sue esportazioni di petrolio per via marittima. Il Regno saudita, grazie alla guerra lanciata da Stati Uniti e Israele, ha finito per trovarsi in uno scacco strategico che non aveva mai sperimentato.
Ciò dimostra il fallimento dell’altro obiettivo, quello dell’isolamento dell’Iran. Teheran dovrà anzi essere coinvolta nella gestione degli stretti e del ricco e strategico traffico marittimo e commerciale della regione.
Ma non solo: le altre guerre scatenate da Benjamin Netanyahu non hanno affatto offerto a Israele la sicurezza di cui necessitava, nonostante le promesse, tanto che gli israeliani stanno lasciando il Paese in numeri crescenti. Non hanno “sradicato” – questa la terminologia del primo ministro – né Hamas, né Hezbollah, né gli Houthi, né il regime di Teheran. Ma un effetto certo lo hanno avuto: hanno bloccato l’allargamento degli Accordi di Abramo – per paradosso, proprio ciò che voleva Hamas. E hanno sfaldato la tela delle alleanze israelo-saudite: la recente rivelazione, pubblicata su Haaretz con grande clamore, che Netanyahu sarebbe stato avvertito prima del 7 Ottobre, ma avrebbe ignorato l’avviso lasciando dunque accadere il più grave attentato subito da Israele nella sua storia, è di provenienza emiratina, ai più alti livelli. Anche questa una prova di come gli Emirati Arabi, fino a pochi mesi fa vicinissimi alle posizioni israeliane negli scenari strategici regionali, abbiano invece deciso di abbandonare il primo ministro di Israele, a un mese dalle elezioni. Probabilmente non hanno apprezzato molto le bombe iraniane piovute su Dubai, sui porti, le industrie, i pozzi, i data center degli Emirati, in reazione all’attacco che Netanyahu desiderava da decenni.
A confermare che i nuovi equilibri della regione non saranno gestiti dalla coppia israelo-saudita c’è proprio il patto appena siglato da Riad con Pakistan e Turchia. Ciò evidenzia il ritorno di un altro attore che gli Accordi di Abramo pretendevano di mettere da parte, ossia proprio la Turchia. E’ stata Ankara a ottenere la fuga di Bashar al-Assad dalla Siria, chiudendo felicemente una crisi pluriennale e riportando il Paese più vicino agli alleati dell’Occidente. Sempre Ankara ha rifiutato l’offerta saudita di scatenare una guerra aperta contro gli Houthi, contribuendo a evitare un nuovo conflitto su larga scala, e almeno contenere la crisi attorno a Bab el-Mandeb.
Due mosse stabilizzatrici che proprio gli Stati Uniti, alle prese con le conseguenze dei propri errori, appesantiti dagli sbagli di Gerusalemme e Riad, hanno sicuramente apprezzato. Gli equilibri del nuovo Medio Oriente saranno in definitiva molto più plurali e interdipendenti di quanto voluto dalla Casa Bianca trumpiana.
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