Gli USA di Trump, l’Iran, e le conseguenze non intenzionali
Chi cerca di analizzare la politica internazionale si trova a volte di fronte a episodi inquietanti di déjà-vu, dovendo osservare e commentare quasi esattamente la stessa situazione a distanza di tempo. La sensazione che ne deriva è ancora più strana se si è già scritto qualcosa che sembra perfettamente attuale a distanza di circa due anni. Per non sprecare parole e spazio digitale, ecco una citazione da questo stesso autore che risale all’aprile 2024:
Molti osservatori, non soltanto vicini alle posizioni di Benjamin Netanyahu e del suo attuale governo, notano giustamente che l’accordo nucleare [il JCPOA del 2015] era già in difficoltà prima che Trump lo facesse naufragare definitivamente [nel maggio 2018], e che la natura interna del regime di Teheran non sembrava comunque evolvere affatto in una direzione meno repressiva. A ciò si può replicare guardando all’esperienza dei trattati sul controllo degli armamenti durante la guerra fredda USA-URSS o al progressivo sviluppo della CSCE verso l’OSCE (un quadro di accordi in apparenza generici che però incorporavano il criterio dell’integrità territoriale e perfino un cenno ai diritti umani). Insomma, i tavoli negoziali sono spesso esperienze frustranti e faticose, ma consentono di fare piccoli passi aprendo la strada a passi più grandi, plasmando sia il quadro internazionale e perfino creando incentivi per mutamenti in politica interna.
Torniamo dunque alle premesse di fondo alla base delle politiche americane e israeliane degli ultimi anni.
La diagnosi era solo per metà giusta: l’Iran è il fulcro del problema. E’ vero infatti che un regime teocratico come quello degli ayatollah è un rischio permanente, per quanto sia insicuro di sé a fronte di un’opinione pubblica che non crede affatto nell’islamismo sciita né nell’inimicizia verso Israele come fattore identitario; ma la parte mancante della diagnosi è che quel regime, sentendosi circondato dalle forze americane (e lo è oggettivamente), è anche circondato da governi arabi scarsamente legittimi, molti dei quali inefficienti e instabili – come ci hanno drammaticamente ricordato, in un lampo, le “primavere arabe” del 2011.
In altre parole, oltre a un grave problema “persiano” c’è un enorme problema arabo, che di fatto impedisce la creazione di un sistema di sicurezza regionale relativamente stabile, anche perché tre Paesi mancano ad oggi dei requisiti minimi di statualità consolidata (Libia, Iraq, Siria) e tutti gli altri oscillano tra posizioni anti-iraniane e mobilitazione a intermittenza delle loro opinioni pubbliche in funzione anti-israeliana, con la finzione di un sostegno ai palestinesi. Non basterebbe quindi, neppure in linea teorica, eliminare completamente la minaccia iraniana per risolvere i problemi della regione, perché troppi attori – statuali e non – approfittano in modo sistematico di ogni piccolo e grande fattore di instabilità. Questo impedisce comunque l’emergere di un Medio Oriente pacifico e prospero in cui l’unica democrazia della regione, Israele, possa far valere appieno le sue capacità organizzative, la sua creatività, i suoi contatti su scala globale.
[Qui l’articolo completo]
L’aspetto più interessante non è quanto fosse originale o centrata questa descrizione, ma invece quanto fosse largamente condivisa e quasi auto-evidente nei suoi contorni generali.
Ancora dalla mia analisi del 2024:
Essendo la diagnosi corretta solo per metà, la prognosi è almeno per metà sbagliata: si deduce infatti che, se l’Iran è il nodo, allora va tagliato. Si dimentica però che i nodi si possono anche sciogliere, a volte. E’ un’operazione che richiede un diverso tipo di forza e maggiore pazienza.
Il nastro non si può certo riavvolgere a piacimento, e la leadership iraniana è oggi orientata a testare le capacità di reazione di Israele, con rischi altissimi per tutti. Parallelamente, il governo Netanyahu trova ora una conferma ideale delle tesi più oltranziste secondo cui le tre minacce esistenziali da affrontare sono Iran, Iran, Iran. Un tragico circolo vizioso è stato innescato, e si tratta di impedire che le fazioni più aggressive nei due Paesi meglio armati del Medio Oriente abbiano la guerra che forse volevano.
Sappiamo, in questo giugno 2026, che purtroppo coloro che volevano una guerra l’hanno avuta. I nodi sono tutti ancora da sciogliere. Si è cercato di tagliarli, con l’uso massiccio della forza militare, ma il risultato è che sono ancora più stretti di prima.
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Arriviamo così alla strana eterogenesi dei fini che caratterizza la vita umana, la politica, e certamente la parabola presidenziale di Donald Trump: le conseguenze non intenzionali di azioni deliberate. Siamo oggi di fronte, nel caso dell’Iran, a un importante mutamento del quadro strategico indotto proprio dall’azione di forza voluta dal duo Trump-Netanyahu (con obiettivi non del tutto coincidenti, ma sulla base della stessa diagnosi errata).

Il mutamento favorisce decisamente Teheran, nel senso che tutti gli attori regionali sono ormai rassegnati all’esigenza di negoziare con il regime dei Pasdaran, sia per la gestione dello Stretto di Hormuz che per la stabilità più generale del Golfo, probabilmente per il futuro del Libano e forse perfino per la libera navigazione nel mar Rosso (non dimentichiamo che gli Houthi yemeniti sono ancora lì, con buoni rapporti con Teheran).
Gli stessi Stati Uniti stanno tuttora negoziando i molti dettagli lasciati indefiniti dal Memorandum of Understanding di metà giugno che ha formalizzato il cessate-il-fuoco di aprile. Il paradosso è che, dimostrata la scarsa efficacia dello strumento militare quando è praticamente del tutto sganciato da una logica politica e da un ragionamento diplomatico, si sta facendo ricorso al negoziato. Meglio tardi che mai, ma sarebbe stato meglio farlo prima, e farlo meglio. ![]()