Nel conflitto in Medio Oriente, medie potenze ancora in mezzo al guado
A pochi mesi dalle ‘bombe’ – fatte di parole e atteggiamenti – scagliate da Trump a Davos, un altro tipo di bombe hanno iniziato a piovere su una media potenza cruciale per gli equilibri internazionali: l’Iran. Ancora una volta l’impressione è che la superficialità – si pensi a come Trump abbia messo la potenza americana a disposizione degli scopi aggressivi di Netanyahu – si sia trasformata in dolo. Di fronte al fallimento della strategia militare, infatti, la leadership americana non ha esitato a trasformate il disastro di Hormuz in uno strumento per colpire ancora una volta l’Europa. Né la Commissione né le medie potenze che costituiscono il nocciolo duro dell’UE riescono a gestire una partnership ormai tossica e appaiono sempre più marginalizzate rispetto al cuore pulsante della politica internazionale.

I ‘mitici’ anni Ottanta
L’epoca in cui un mix di pragmatismo e consapevolezza dei meccanismi alla base dell’equilibrio di potenza consentivano all’Iran e a Israele di intrattenere un’alleanza informale sembra ormai lontanissima. Tale accordo tacito, che risaliva alle origini dello Stato d’Israele, si era infatti esteso sino alla seconda metà degli anni Ottanta quando Tel Aviv aveva svolto un ruolo attivo sia nell’affare Iran-Contra (1985-86), sia durante la lunga e durissima guerra con l’Iraq (1980-88) quando gli Stati Uniti, di contro, sostenevano il regime di Saddam Hussein.
Rispetto a quella fase, oltre allo scambio di intelligence e supporto militare, tra Teheran e Tel-Aviv è venuta meno l’idea di ancorare la rispettiva sopravvivenza alla limitazione delle intromissioni esterne e dell’influenza araba sia nella regione sia nei propri sistemi politici. Tale accordo pragmatico, che legava una potenza locale come Israele a una media potenza (o almeno, aspirante tale) come l’Iran, si basava su una lettura strutturale dei rapporti di potere. Trascendendo la narrativa aggressiva e il confronto ideologico utilizzati sul fronte interno, le leadership in questione avevano trovato il modo di collocare i rispettivi Paesi in rapporti regionali ed equilibri sistemici tali da garantirne una certa rilevanza e autonomia a livello internazionale. In questo modo, Israele vedeva ridimensionarsi lo spettro di una guerra d’attrito con i Paesi arabi, mentre l’Iran quello di un possibile confronto con gli USA.
Anche se tale clima fosse perdurato, per scongiurare un conflitto come quello in atto sarebbero serviti anzitutto una condotta meno opportunistica da parte dei leader israeliani – il cui obiettivo di avere mano libera in Libano e allontanare l’eventualità di un processo in patria per il primo ministro paiono oltremodo evidenti – e la consapevolezza da parte degli Stati Uniti delle responsabilità connesse al possesso di un potere (militare) immenso, come lo ha definito lo stesso Trump. I fatti non hanno seguito questo corso, lo sappiamo. Tuttavia, avere contezza dell’intensità e della complessità della relazione a tre che lega Israele, Iran e Stati Uniti potrà essere d’aiuto non solo per comprendere più approfonditamente le dinamiche in corso, ma soprattutto, nell’ottica di una tregua prolungata, quale ruolo potrebbe effettivamente giocare ciascuna parte al tavolo delle trattative.
A oggi, le sorti del Medio Oriente e di ciò che rimane dell’ordine internazionale degli ultimi decenni appaiono bloccate in un meccanismo privo di vie d’uscita. Allo stesso tempo, l’attacco all’Iran ha evidenziato una volta ancora come la principale potenza mondiale percepisca alcuni attori di medio calibro come competitor, piuttosto che come partner.
Il ‘nodo’ delle Medie potenze
In gennaio a Davos, lo ricordiamo, Donald Trump si era dichiarato pronto a usare la forza per imporre il controllo assoluto degli USA sulla Groenlandia: a ciò il premier canadese Mark Carney aveva replicato rammentando ai leader delle medie potenze non solo che l’”ordine” liberale fosse terminato, ma anche che quando non si è invitati a tavola con buona probabilità si è sul menù. L’aggressione all’Iran, in effetti, conferma non solo le previsioni del Primo ministro canadese, ma anche la centralità della relazione tra il ruolo internazionale delle medie potenze e il corso della politica internazionale impresso dagli USA. Dalla prospettiva di questi ultimi, i mediani sono sì additati a nemici ma soprattutto – e non senza sottostimarne le capacità – visti come prede potenziali.
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L’egemonia americana – a maggior ragione visto il modo in cui Trump sta declinando la politica estera degli Stati Uniti – sta vieppiù assumendo i tratti di una minaccia esistenziale per le potenze intermedie. Quando i loro regimi sono orientati su posizioni critiche o contrarie a quelle dell’egemone stesso, infatti, la replica da parte americana sinora si è basata sulla muscolarità e sul ricatto.
Da un lato, la situazione descritta rappresenta una sorta di minimo comune denominatore per tutti gli Stati che evidenziano una qualche autonomia rispetto alle priorità di Washington – si pensi alla reazione al diniego spagnolo, e poi di altri membri della NATO, di mettere a disposizione le proprie basi per le operazioni nel Golfo. Dall’altro, però, rispetto ai casi di Canada ed Europa, lo scacchiere mediorientale costituisce anche un caso di interazione a tre attori – un grande, un mediano e un piccolo.
I sistemi a tre attori configurano situazioni strategiche studiate in particolare per la tendenza a evolvere in situazioni di conflitto. Soprattutto quando il potere dell’attore principale è ridondante, essi favoriscono l’insorgere di una relazione opportunistica tra grande e piccolo ai danni del mediano e, successivamente, la degenerazione del sistema in un assetto basato sul dominio del più forte. Ove invece quest’ultimo non prevalesse in maniera schiacciante, entrasse in conflitto con il piccolo, oppure il mediano resistesse a oltranza – circostanza quest’ultima molto realistica nel caso dell’Iran, come si è visto – l’instabilità tende a cronicizzarsi, dando vita a conflitti protratti o irrisolti. Abbiamo visto una dinamica del genere con i conflitti presenti nello spazio ex-sovietico, incluso il caso dell’Ucraina.
Indipendentemente dai contenuti di eventuali intese tra Stati Uniti e Iran, appare difficile per Washington sostenere di avere avuto ragione del regime di Teheran in assenza di una piena vittoria militare e sulla scorta di un cessate il fuoco raggiunto grazie ai buoni uffici di Islamabad e magari Pechino (plausibilmente già dietro all’attivismo diplomatico del Pakistan). Se per Washington l’efficacia di una dimostrazione di forza diminuisce con il passare delle settimane – quindi gli incentivi a sottrarsi rispetto tanto a una impasse quanto a un maggiore coinvolgimento crescono – in quello di Tel Aviv più tempo passa più Teheran dissiperà risorse per tenere testa agli USA: si avrà così il duplice vantaggio di avere per ora mano libera in Libano e, in seguito, di fronteggiare un avversario potenzialmente già provato dallo scontro con una grande potenza.
Che l’Iran costituisse una spina nel fianco per Washington era un dato già prima di Trump. Allo stesso tempo, però, in passato la complessità interna di tale regime e la sua acclarata consistenza militare avevano costituito un fattore a cui Washington aveva fatto riferimento per contenere indirettamente l’aggressività israeliana, sottraendosi tanto all’onere di difendere un alleato irresponsabile, quanto al rischio di affrontare in conseguenza di tale condotta una guerra che non poteva essere “vinta” – almeno se per vittoria si intende la sostanziale resa incondizionata dell’avversario.
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Se una tendenza tipica delle relazioni tra Stati è quella da parte delle potenze egemoniche di non accettare l’esistenza di attori mediani dotati di forte autonomia, altrettanto caratteristica è quella degli alleati minoritari di trascinare in conflitti allargati la grande potenza che, in ultima istanza, garantisce la loro esistenza. Per questo motivo, anche se al pari di Trump aveva un rapporto controverso con le medie potenze e con i partner europei, Henry Kissinger non esitò ad attirarsi le critiche della lobby ebraica quando, di fronte a una crisi come la guerra del Kippur del 1973, aveva centellinato il sostegno a Tel Aviv proprio per evitare il tipo di esposizione descritta e che disordini regionali determinassero conseguenze di portata sistemica (in quel caso, soprattutto nei confronti dell’URSS).
Nello specifico, uno degli scenari di medio termine più plausibili è che Teheran concentri tutte o quasi le sue risorse per sopravvivere all’attacco americano e che ciò concorra ad arrecare danni all’economia globale. Tale contesto a sua volta consentirà a Netanyahu non solo di avere mano libera in Libano, ma di confrontarsi con degli hezbollah privati del consueto sostegno da parte dello Stato persiano. Il quadro strategico appare insomma favorevole agli interessi particolarissimi di Israele – l’attore strutturalmente più debole tra quelli coinvolti. Un paradosso generato dall’ormai consueto stile di Trump.
Un’ennesima lezione per l’Europa
Da un punto di vista dell’analisi strategica – non degli esisti, rispetto ai quali la sorte, ci insegna la storia, spesso interviene favorevolmente – non serve essersi diplomati a West Point per concludere che l’operazione lanciata in Iran si sia rivelata un fiasco sul piano militare, ma soprattutto un chiaro fallimento politico. Pianificazione scarsa o assente, coordinamento con gli alleati – anche logistico – pessimo, sottovalutazione del nemico e opacità riguardo agli obiettivi. Insomma, una specie di manuale su cosa non andrebbe fatto se si decidesse di intraprendere una guerra offensiva.
Affermare che l’attuale politica americana abbia come bersaglio le medie potenze costituisce una chiara esagerazione, né darebbe adeguato conto tanto dell’ampiezza degli interessi americani, quanto della complessità della relazione che lega Israele, gli USA e la stessa Teheran. Allo stesso modo, sostenere che gestione degli affari internazionali dell’attuale leadership generi implicazioni negative soprattutto per le medie potenze è però corretto, e la guerra scatenata in Iran conferma tale tendenza. A fronte di questo dato, il nodo che emerge con ulteriore senso di urgenza, soprattutto in Europa, è come esso possa essere letto per agire in maniera efficace. L’Europa (cioè la UE, ma anche una sua incarnazione più ampia che includa almeno la Gran Bretagna) è infatti una complicata aggregazione di potenze di rango medio e piccolo.
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Una prima, ancorché amara considerazione, è che anche in questa circostanza le medie potenze europee hanno perso l’opportunità di agire in discontinuità rispetto alle proprie propensioni e abitudini. Nel caso dell’attacco all’Iran, diversamente dal caso ucraino, non vi era un tema di strutture militari da mettere in campo e, di conseguenza, un possibile deficit di capacità. Piuttosto, la mossa avventata di Trump ha offerto quasi a costo zero una sorta di potere di veto ai Paesi europei – che in qualche modo l’hanno esercitato, ma con efficacia limitata. Anziché dare seguito in maniera passiva e ciascuno con tempi e modi diversi alla linea inaugurata dalla Spagna, tali medie potenze avrebbero potuto legare la leva diplomatica a quella militare e definire la loro posizione in un diniego concertato dei propri asset militari e nella condanna della guerra come strumento di aggressione, peraltro scarsamente efficace nel modo in cui è stata condotta. Se lo avessero fatto, gli europei avrebbero simultaneamente difeso: l’ordine internazionale; il diritto; i principi fondativi della NATO, e i propri interessi regionali. E avrebbero forse, individuato un momento fondativo di una vera politica estera europea che si basasse su una valutazione sostantiva del potere e del rango internazionale dei suoi protagonisti.
Di fronte all’assertività di un egemone a nulla valgono infatti misure accomodative o basate su un pragmatismo low profile. Negare gli asset militari europei tutti insieme, piuttosto che uno alla volta e in modalità o con caveat differenti, sono due azioni differenti sul piano della forma e dei contenuti. Una mossa corale, in questo caso, avrebbe agito come moltiplicatore dell’influenza dei Paesi di medio calibro e rilanciato sul piano operativo l’azione normativa che per anni è stata individuata dall’Europa come tratto distintivo della propria narrativa. Magari ciò non sarebbe bastato a fermare Trump, ma avrebbe rappresentato un’evidente discontinuità rispetto a ciò che si è visto dalla Guerra in ex-Jugoslavia in poi: un nucleo identitario attorno al quale tornare a parlare di difesa europea in maniera non solo tecnocratica e “contabile”, come avvenuto invece nell’ultimo anno. Le cose non sono andate in questo modo, lo sappiamo, e proprio la Commissione ha mostrato si troppa accondiscendenza verso Trump e il suo alleato. Difficile stabilire le ragioni, d’altro canto. Che siano imputabili alla scarsa legittimità di tale organo? A un deficit di leadership? Oppure a una limitata conoscenza delle meccaniche che regolano la complessa interazione tra egemoni e medie potenze – tema tuttora marginale tanto tra gli studiosi quanto tra i pratictioners?
Per quanto si possano criticare le politiche di Trump, un loro tratto strategicamente rilevante non è imputabile né ai loro contenuti né al loro regista. Piuttosto, riguarda la capacità di fare emergere due carenze strutturali delle medie potenze e, nello specifico dell’Europa: in primo luogo, le medie potenze tendono a muoversi in maniera individuale anziché coordinata non per coraggio, ma per opportunismo; in secondo luogo, è proprio a causa di questa visione limitata e circoscritta al proprio interesse individuale che hanno scarso peso internazionale e risultano particolarmente esposte alla minaccia di attori più forti e assertivi.
Qualche analista ha sottolineato come l’Europa stia mantenendo la calma e attendendo che la tempesta si plachi, per poi procedere attraverso scelte industriali tese a costruire un’effettiva difesa continentale. Dopo il silenzio rispetto alla reazione critica anche da parte del premier britannico Keir Starmer – più geograficamente dela Spagna e fuori dalla UE – l’impressione, piuttosto, è che a non battere in Europa sia proprio il ‘cuore’ del sistema. Francia, Germania e Italia, in questa fase, sono stati i grandi assenti. Attori che se avessero trovato una narrazione condivisa e la capacità di pronunciarsi in maniera corale, con senso del tempo e una linea costruttiva capace di richiamare le ragioni di lungo periodo che legano le due sponde dell’Atlantico, avrebbero non solo iniziato a definire un possibile ruolo per le medie potenze, ma – forse – anche un principio di identità europea in materia di difesa.
La teoria afferma che nel DNA delle medie potenze ci sia la capacità di guidare il sistema nelle circostanze in cui i grandi difettino sul piano materiale o morale. Le circostanze sussistevano. Il ruolo potenziale anche. Più che il nodo della oggettiva dipendenza energetica, la vicenda iraniana ha messo in luce come l’Europa manchi ancora soprattutto di combustibile politico – di obiettivi e valori per i quali spendersi e sui quali guadagnare il rispetto dei più forti, a maggior ragione se brutali nell’esercizio del loro primato.