Il senso dell’11 settembre 2001 per l’Europa
L’attacco terroristico sul suolo americano del settembre di venticinque anni fa fu subito considerato da quasi tutti gli europei come un’aggressione contro l’Occidente intero, dunque anche contro l’Europa. Sull’onda dello shock e dell’emozione ma anche di un calcolo politico razionale, i Paesi del Vecchio Continente che facevano parte della NATO attivarono – per la prima volta nella storia dell’Alleanza, e ad oggi l’unica – l’art.5 del Trattato Nordatlantico, cioè quella che va definita come la più potente clausola di solidarietà tra Stati su scala mondiale.

Quella norma del Trattato stabilisce infatti che un attacco contro un membro è un attacco contro tutti, ciò che fu solennemente dichiarato nelle ore successive agli attentati. In piena coerenza con quella scelta formale, tutti i Paesi membri della NATO hanno poi preso parte attiva nella coalizione denominata ISAF (l’International Security Assistance Force, con funzioni anche di combattimento), operativa in Afghanistan dal 2001 al 2014, con il supporto esterno di altri quindici Paesi (sette dei quali europei).
La missione ha poi avuto un seguito in funzione “non-combat” fino al luglio 2021, per un totale di quasi esattamente vent’anni. In parallelo, la collaborazione a livello di intelligence e anti-terrorismo è stata in molti casi più stretta che in passato, dando corpo ad una serie di attività coordinate e scambi di informazioni sensibili con pochi precedenti. La parabola afgana post-911 si era già chiusa idealmente nel maggio 2011, quando un’operazione delle forze speciali americane decisa dal Presidente Obama portò all’uccisione di Osama bin Laden nel suo nascondiglio di Abbottabad, in Pakistan. Ma la stretta collaborazione sul campo, in un lontano e quasi sconosciuto Paese dall’altra parte del mondo, senza sbocco sul mare, ha lasciato un profondo segno, nel bene e nel male, nella memoria collettiva dell’Alleanza Atlantica.
Va riconosciuto che il maggiore sforzo, soprattutto militare, in quel lungo impegno asiatico è stato sostenuto dagli Stati Uniti, e che gli europei hanno posto vari caveat alla loro partecipazione preoccupandosi sia dei costi sia del sostegno delle proprie opinioni pubbliche, comunque pagando il proprio impegno con vittime nel teatro di guerra e anche nel fronte interno, con sanguinosi attentati. Inoltre, non c’è dubbio che il lascito della massiccia presenza occidentale nel Paese non appare oggi per nulla edificante, né tantomeno in linea con gli obiettivi più ambizioni di “state building” che progressivamente si sono sovrapposti a quelli della lotta al terrorismo jihadista, visto che i Talebani sono tuttora al potere. Resta il fatto che gli alleati transatlantici hanno combattuto fianco a fianco e nel complesso cercato assieme soluzioni a problemi intrattabili.
Ripercorrere questa traiettoria relativa all’Afghanistan (epicentro della sfida posta da al-Qaeda) è importante perché su altre questioni le strade seguite dagli Stati Uniti e dai loro alleati europei si sono invece, nello stesso arco di tempo, nettamente divaricate. E lo hanno fatto in modo spesso plateale. E’ il caso soprattutto dell’invasione dell’Iraq, l’altra costosissima “forever war” lanciata da Washington sulla scia dell’11 settembre. Quando, nel marzo 2003, l’amministrazione Bush ha attaccato l’Iraq di Saddam Hussein, lo ha fatto su presupposti molto fragili e con il supporto diretto di pochissimi Paesi (Gran Bretagna, Australia, Polonia) – a fronte di una forte contrarietà da parte della maggioranza degli alleati.
Questa profonda differenza nell’atteggiamento assunto dagli europei indica che i rapporti transatlantici sono stati scossi e sfilacciati dalle scelte politiche già pochi mesi dopo gli attentati a New York e Washington. In termini più generali, gli USA hanno seguito una linea molto più dura e militarizzata nel contrasto a conclamati e presunti terroristi, simboleggiata dalla famigerata prigione di Guantanamo.
E’ anche vero che una stretta collaborazione transatlantica ad ampio spettro si è realizzata nuovamente nel periodo 2014-15 nello scontro con ISIS in Siria e Iraq, ma il grado di compattezza e solidarietà dell’immediato post-attentati non è più stato raggiunto.
La ragione di fondo di questa divaricazione sta nella peculiare esperienza politica vissuta dagli Stati Uniti, in varie tappe e con forti oscillazioni, negli scorsi venticinque anni. Lo shock del 2001 ha portato un ristretto gruppo di intellettuali e policymaker nella cerchia del Presidente Bush a perseguire una visione piuttosto radicale di applicazione della forza militare, che Washington non tentava dai tempi del Vietnam. I pessimi risultati di quella scelta hanno generato una reazione, quasi uguale e contraria (e internazionale oltre che nazionale), di rigetto della super-estensione in politica estera, il cui effetto più manifesto è stato l’elezione di Barack Obama alla presidenza nel 2008, per due mandati.
Un’ascesa alla Casa Bianca che può davvero definirsi eccezionale (e fino ad oggi unica) nella storia di un Paese che ha legalmente abolito la segregazione razziale soltanto a metà degli anni Sessanta, cioè quando quel futuro presidente era già un bambino. Probabilmente proprio per la natura dirompente di quell’eccezione, la società americana ha avuto un’ulteriore, convulsa reazione: dopo aver rieletto Obama nel 2012 con una maggioranza amplissima, nel voto del 2016 gli elettori statunitensi hanno portato alla Casa Bianca un uomo, Donald Trump, che sembra la perfetta antitesi culturale del suo predecessore. Sappiamo poi che la parentesi di Joe Biden è stata tale anche alla luce dell’imprevisto ritorno alla presidenza dello stesso Trump.
Insomma, il quadro politico americano – quasi da sempre descritto come centrista e moderato per definizione e costituzione – sembra invece entrato in una sorta di fibrillazione ininterrotta. Lo si vede in modo plastico nella famigerata “polarizzazione”, che pare ormai aver eroso in profondità non soltanto i due Partiti tradizionali, ma le stesse istituzioni consacrate nella Costituzione più famosa al mondo.
Un quarto di secolo è in sostanza l’arco di una generazione, il che significa che per i ventenni di oggi l’11 settembre 2001 è un fatto storico, forse un ricordo raccontato da parenti o amici, e certamente un “topos” della politica, ma non un’esperienza diretta. Eppure, le onde d’urto prodotte nella società americana da quell’evento non si sono mai fermate e continuano a produrre effetti: proprio i ventenni di oggi sono tra coloro che più incarnano sulla propria pelle l’aumento della polarizzazione politica e l’aumento della conflittualità civile negli Stati Uniti di questi anni.
Non va dimenticato il ruolo importante che la lotta al terrorismo (in termini alquanto generici ma ben espliciti) ha avuto nella campagna presidenziale di Trump nel 2016 – quando proprio la minaccia terroristica figurava al secondo posto tra le preoccupazioni dell’elettorato dopo l’economia. Con una certa coerenza, la sua prima amministrazione lanciò altre operazioni (dopo quelle del periodo Obama) contro ISIS-ISIL in Iraq e Siria, in un contesto che era però già caratterizzato da un forte unilateralismo americano.
Peraltro, la visione del mondo sistematicamente propugnata dall’attuale presidente è oggettivamente piuttosto paranoica, con un’America circondata da nemici giurati, falsi amici, infiltrati e sabotatori di ogni provenienza. Solo la forza bruta, il fatto di considerarsi al di sopra di qualsiasi norma, l’utilizzo di poteri emergenziali (e una misteriosa capacità negoziale che Trump ritiene di avere in quantità abnorme), possono allora secondo questa narrazione salvare gli USA. Come si vede, in tale approccio ci sono molti echi delle reazioni più violente all’11 settembre, che si sono oltretutto rivelate autolesioniste – fino alla decisione di lanciare gli attacchi militari contro l’Iran nel febbraio 2026 senza alcun esplicito sostegno del Congresso e senza di fatto articolare con precisione gli obiettivi dell’operazione, trovandosi presto anche con uno scarsissimo appoggio dell’opinione pubblica (per quel che conta).
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In ultima analisi, in questi venticinque anni gli europei hanno dovuto confrontarsi e rapportarsi con un grande alleato che ha progressivamente perso molte sue certezze, è diventato meno prevedibile nella ricerca di nuove soluzioni a problemi vecchi e nuovi, e poi decisamente imprevedibile con la visione “transattiva” e totalmente “America First” che prevarrà almeno fino al 2028. Se l’obiettivo dei terroristi del 2001 era colpire e stravolgere il modo di vita occidentale, probabilmente hanno fallito; ma nel cambiare le dinamiche dei rapporti interni all’Occidente hanno forse creato, parzialmente e indirettamente, un contesto internazionale più propizio ai loro scopi. ![]()