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Autonomia Strategica europea: nuovo paradigma o vicolo cieco?

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Dopo il fallimento strategico dell’attacco all’Iran, gli Stati Uniti appaiano sempre più motivati a tessere relazioni preferenziali con la Russia e Pechino, piuttosto che a lavorare in sinergia con gli Stati europei. La redistribuzione di poteri in corso nel sistema internazionale è vistosa. Ma ancora più evidente è il fatto che le vittime designate di questo processo siano le medie potenze, non ultimo a causa delle carenze nella loro politica estera – prima tra tutte non ‘fare sistema’ come classe di stati.

 

Medie potenze in scacco

Di fronte a questo scenario, dal 2026, la risposta dell’Europa intende basarsi una nuova narrativa la cui spina dorsale è l’idea di autonomia strategica. Che questo paradigma diventi un nuovo mantra e che possa essere rapidamente accantonato di fronte all’ennesimo cambiamento di rotta americano, appare plausibile, purtroppo. Prima che ciò si possa verificare, dunque, varrà la pena soffermarsi e porsi qualche domanda.

Guardando all’evoluzione delle politiche dell’Unione, l’impressione che si potrebbe avere è di un corso ondivago. Si tratta di una lettura intuitiva e in certa misura corretta. Il lancio di progetti di ampio respiro – almeno nelle premesse – come lo European Green Deal, il Next Generation EU e il ReArm EU (in seguito rinominato Readiness), infatti, sembrerebbe a questo punto lasciare spazio a qualcosa di più tradizionale e vicino al solco della tradizione realista ben prima che almeno uno di loro abbia raggiunto una fase matura e dei risultati apprezzabili. Anzi, per dirla tutta, l’autonomia strategica avrebbe dovuto rappresentare la premessa di tali iniziative e non, come pare, una sorta di loro corollario. D’altro canto, questa lettura potrebbe arricchirsi di elementi a loro volta meritevoli di considerazione, soprattutto in prospettiva di approcciare efficacemente l’ambiente internazionale che si sta progressivamente delineando. La prudenza, quindi, è d’obbligo.

I più scettici affermeranno che le strategie inaugurate sinora fossero disegni in sé velleitari. Nel caso della transizione energetica, ad esempio, in fase di progettazione la dimensione normativa ha preso il sopravvento su quella sostantiva e anziché guidare un cambiamento globale, ora l’Europa si trova a inseguire le altre regioni. Previsioni troppo ottimistiche sui rapporti internazionali con e tra le grandi potenze, sui trend di crescita economica interni e sulle preferenze dei consumatori europei hanno segnato questa iniziativa che, pur non ufficialmente accantonata, sembra lasciare spazio a progetti più sfidanti proprio quando si è palesato che gli obiettivi fissati non fossero realizzabili. Anche nel caso dell’autonomia strategica, insomma, la progressione della linea della Commissione potrebbe essere analoga, anche se rispetto al refrain sull’inefficacia di queste politiche merita di essere rilevata una costante, credo, più interessante.

 

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A prescindere dall’area di intervento, più che come strategie vere e proprie le politiche europee si sono definite come reazioni a politiche altrui – degli Stati Uniti specialmente – o come risposte poco organiche a cambiamenti congiunturali, come dopo la pandemia o nel caso dell’aggressione all’Ucraina. Non si è trattato insomma di disegni strategici originali, ancorati a una visione di lungo periodo e generati da processi di effettiva mobilitazione interna di idee e risorse, ma piuttosto come misure tattiche (operative), anche ben disegnate, ma spesso prive di adeguato ancoraggio analitico con la struttura interna dell’UE e il quadro internazionale di riferimento.

Tale assenza di autonomia nel metodo e nella sostanza a favore di una indipendenza dichiaratoria o concettuale costituisce una lacuna politica inutile e controproducente. In questi anni, l’Unione ha modificato di continuo la sua traiettoria nel tentativo di rispondere a stimoli dettati da altri attori o dall’ambiente sul quali essi agivano. Un paradosso, data la natura plurale e anarchica dell’ambiente internazionale, che ha provocato sulle decisioni dell’UE un effetto tipo ‘pallina da flipper’.

Se la direzione nella quale si stanno ridefinendo gli equilibri internazionali sfavorirà le medie potenze, per l’Europa è il momento propizio per compiere una revisione delle strategie e dei metodi che hanno caratterizzato l’ultimo lustro e interrogarsi su quali pilastri potranno sostenere l’auspicata autonomia.

 

Autonomia: un tema solo di risorse strategiche?

Quando si parla di autonomia strategica, l’energia assurge di necessità a fulcro della questione. In una congiuntura in cui gli idrocarburi sono abbondati rispetto alla domanda, ma nella quale tre dei maggiori produttori mondiali – Russia, Venezuela e Iran – non operano a pieno regime, una regione affetta da un deficit energetico cronico come l’Europa si trova in una posizione precaria.

Qualunque tipo di produzione – penso alla difesa che dopo l’ulteriore passo indietro degli USA sul fronte degli effettivi stanziati in Germania potrebbe diventare il banco di prova di proprio dell’idea europea di autonomia – ha bisogno di essere alimentata. Il discorso, è evidente, vale anche per quei business che mirano a ridurre l’uso di fonti fossili e le emissioni. In ultimo, l’estrazione di materie prime strategiche rappresenta un processo energivoro. Le tecnologie di frontiera, come i data center legati all’uso dell’AI, richiedono volumi di elettricità e di acqua per essere raffreddati da capogiro. Anche la più cauta politica orientata all’autonomia, dunque, dovrà fare i conti in primo logo con la necessità di stabilire come pietra angolare un piano energetico solido. Proprio guardando alle fonti, però, l’autonomia concettuale di cui abbiamo parlato sembra pronta a colpire ancora.

 

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Anche una transazione energetica aggressiva come quella lanciata dalla Commissione con il Green Deal – ad esempio – avrebbe avuto bisogno di fonti fossili affidabili ed economiche attraverso le quali riorientare produzioni e consumi verso un diverso mix. Eppure, ancorché dato per acquisito, in Europa questo aspetto rappresenta un nodo irrisolto: una costante storica dai tempi del famigerato progetto Nabucco.

Per un periodo piuttosto lungo, dal 2002-2013, il gasdotto che doveva collegare il Mediterraneo sud orientale – all’epoca l’ingresso della Turchia nell’UE era un tema caldo – all’Asia Centrale era il progetto energetico-infrastrutturale più ambizioso mai inaugurato dall’UE. L’iniziativa mirava a emancipare l’Europa dal gas russo, bilanciare il rapporto con gli USA ed estendere attraverso la condizionalità democratica l’influenza europea in aree contese. Nel contesto del tempo – e forse anche di oggi – una chiara espressione di autonomia strategica. Solo in apparenza.

Non solo, infatti, la proiezione degli interessi europei avveniva nelle aree in cui i Neocon cercavano maldestramente conferme alla dottrina del destino manifesto – da qui un’azione reattiva, priva appunto di originalità strategica – ma a mancare era proprio il gas, cioè il fattore che avrebbe dovuto garantire l’autonomia operativa dell’intero progetto. Grottesco? Sì. Drammatico? Se ci si sofferma sulla quantità di fondi drenati e sul tempo perduto, sì purtroppo. Ma soprattutto nessuna lezione appresa, perché ora per un motivo ora per l’altro le politiche avviate dalla Commissione negli ultimi cinque-sei anni scontano limiti analoghi.

Transizioni energetiche calate dall’alto in cui mancano sia le fonti fossili di back-up sia un’adeguata produzione autoctona di energia nucleare, pannelli solari, sistemi eolici e veicoli elettrici, non meno che un piano di dismissione realistico delle tecnologie in uso. Ipotesi di ristrutturazione e rilancio del comparto difesa senza un’adeguata produzione interna di acciaio, senza una dottrina e obiettivi di riorganizzazione militare interna chiari, né una altrettanto nitida visione relativa a possibili forme di proiezione esterna. Infine, quest’anno, l’individuazione dell’autonomia strategica come priorità quando la grande assente rimane una definizione di strategia parsimoniosa e condivisa.

Se impostata come le politiche che l’hanno preceduta, la ricerca di autonomia strategica costituirà l’ennesima risposta fallimentare. Se – come pare – replicare all’arroganza degli USA ne costituisse la premessa, significherà che l’UE sta eludendo ancora una volta le domande più dolorose e corrette in merito alla condizione che la caratterizza e al possibile futuro verso il quale le decisioni correnti potrebbero proiettarla.

 

Dipendenza selettiva

In termini aggregati l’Europa costituisce il più vasto mercato al mondo e nonostante stia perdendo competitività la concentrazione di ricchezza nella regione rimane rilevante. Se una certa chiave di lettura, guarda all’Europa come dipendente da Stati Uniti, Russia e Cina – Paesi più forti e con una maggiore organicità politico-territoriale – da una prospettiva diversa per quegli Stati l’Europa è un acquirente ottimale se non indispensabile.

Trump – in accordo con lo stile di un impero in decadenza – non ha esitato a mettere a ferro e fuoco le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico. Estromettere i prodotti europei dal mercato domestico è stata la tattica per vendere alle proprie condizioni, servendosi poi della minaccia di ritorsioni in caso di mancata conformità come strumento per massimizzare le rendite di una relazione improntata al dominio.

Stile differente, pragmatico e calcolatore, nel caso della Russia. Nel quadro di una politica militare da alcuni definita Ottocentesca, continuare a vendere gas agli europei nonostante il supporto offerto da questi ultimi all’Ucraina per la Putin si trattava di una scelta coerente. Nei conflitti economici, ovvero poco ideologizzati, il nemico di oggi sarà l’amico di domani. Dunque, perché interrompere contratti a lunga scadenza e forniture profittevoli per poi, magari, doverli faticosamente ripristinare?

Tema analogo, declinato in chiave di resilienza e azione indiretta, vale per le merci cinesi invise agli Stati Uniti o nel mirino della Commissione stessa. Ridefinizione delle catene logistiche, creazione di hub intermedi in Paesi caratterizzati da adeguati accordi commerciali con l’UE e il gioco è fatto. Ingresso ‘dolce’ entro i confini dell’Unione, clienti soddisfatti e profitti messi in sicurezza. Del resto, in assenza di beni sostituibili diventa elusivo pensare di rimpiazzare un fornitore, anche se poco gradito.

 

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Pur con metodi diversi, coerenti con le culture politiche o gli stili di comando di ciascuno, questi tre grandi player hanno mostrato il bisogno di vendere in Europa. Mentre l’Europa, in ragione di certi deficit interni, ha messo in evidenza altrettanta necessità di acquistare da quegli attori. Ma come evitare di diventare una cash cow? E poi, in un quadro così composito, affermare di voler perseguire politiche incentrate sull’autonomia è una condotta razionale, ovvero utile e remunerativa sul piano politico? Intuitivamente sì. In realtà la risposta è no, perché la reazione europea pare veicolare una questione di rango internazionale e prestigio, non una lettura lucida del quadro di interdipendenza complessa nel quale l’UE è inserita.

Dichiarare di volere perseguire l’autonomia strategica sottende la rivendicazione dinnanzi agli Sati Uniti di non essere un attore di secondo rango; oppure di essere in grado di fare da sé. A che pro mi domando? Se la realtà è per tutti un’altra. Replicare all’ostentato dominio americano genererà un qualche vantaggio sostantivo? Parlare di autonomia quando l’Unione manca tuttora di una strategia non è plausibile poiché il solo esito certo di una tale narrativa è confondere i cittadini europei, non trarre in inganno gli avversari.

Le azioni stesse dei tre maggiori player globali, se ponderate, mostrano che non siamo in un’ epoca di autonomie e trionfo delle sovranità, ma in un momento nel quale l’interdipendenza è composita, stratificata e multiregionalizzata. Anche un ipotetico accordo collusivo tra le due maggiori potenze non basterebbe a neutralizzare le altre. Sapere di essere dipendenti – magari più di altri – non è solo un dato certo, ma è anche potenzialmente misurabile e analizzabile e, in ultimo, utilizzabile per generare efficacia.

Modellare una strategia sul concetto di dipendenza selettiva, guardare a Stati Uniti, Russia e Cina come dei fornitori dai quali acquistare beni strategici sulla scorta di un criterio di minima capacità/volontà di ritorsione da parte di ciascuno potrebbe diventare un punto fermo: il sigillo di una dottrina strategica realistica in quanto coerente con i tempi che stiamo vivendo. In un sistema nel quale nessuno è autonomo né può immaginare di esserlo, analizzare in maniera corretta i propri bisogni e soddisfarli attraverso gli interlocutori con un minore potere di ritorsione diventa un moltiplicatore di potere.

Se si è consapevoli di ciò da cui si dipende, in che misura, da chi e che ruolo abbia tale dipendenza rispetto agli interessi altrui, invertire la rotta è possibile. Se Bruxelles voglia servirsi della propria debolezza per tornare a giocare un gioco duro come la politica internazionale oggi non è chiaro. Sfortunatamente in un sistema nel quale la sovranità è la norma, indugiare non è un peccato veniale. Non è un’ipotesi, dunque, che l’autonomia sul piano dichiaratorio possa volgere repentinamente in sudditanza su quello empirico.