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Vincere senza dominare: la strategia dell’interdizione nel Mar Rosso

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A distanza di tre anni dalla prima crisi del 2023-2025[1], il Mar Rosso torna al centro delle dinamiche strategiche transregionali. La conquista di Mokha e l’avanzata verso Dhubab, Mayyun e le isole del Mar Rosso meridionale hanno rafforzato la capacità di Ansar Allah (gli Houthi)[2] di esercitare pressione su Bab el-Mandeb, riportando il conflitto yemenita al centro della sicurezza regionale.

Houthi sul Mar Rosso

 

Interdipendenza dei conflitti

Questa ripresa della tensione si inserisce in un quadro profondamente complesso, segnato dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, iniziata il 28 febbraio 2026, dalle persistenti tensioni nello Stretto di Hormuz e dalla riapertura, nel settembre 2026, del fronte tra Houthi e Arabia Saudita in Yemen. A queste dinamiche si sovrappone la crescente competizione tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, particolarmente evidente nello Yemen, dove Riyadh e Abu Dhabi hanno sostenuto nel tempo attori locali e visioni differenti dell’assetto politico del Paese. Il conflitto yemenita riflette, quindi, non soltanto la competizione tra Iran e i suoi avversari, ma anche la crescente frammentazione interna al campo arabo del Golfo Persico.

Rispetto al 2023-2025, però, emerge un’ulteriore differenza sostanziale. Durante la precedente crisi del Mar Rosso, Hormuz rimase liberamente navigabile, nonostante le tensioni regionali successive alla guerra di Gaza; oggi, invece, Bab el-Mandeb non può più essere considerato isolatamente. I due chokepoint costituiscono estremità differenti dello stesso sistema di connettività energetica e commerciale tra Golfo Persico, Oceano Indiano, Mar Rosso e Mediterraneo. La pressione esercitata su uno tende, pertanto, ad accrescere il valore strategico e, al tempo stesso, la vulnerabilità dell’altro.

 

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In questo sistema interconnesso non è necessario bloccare fisicamente uno stretto per produrre effetti strategici. Può essere sufficiente renderne l’utilizzo più incerto, rischioso o costoso, modificando i calcoli di Stati, compagnie di navigazione e operatori energetici. Se Hormuz e Bab el-Mandeb vengono sottoposti, simultaneamente o alternativamente, a forme di pressione, si riduce infatti la possibilità di compensare la vulnerabilità di un corridoio attraverso l’altro.

 

Geografia, interdizione, resilienza e asimmetria

È in questo quadro che le conquiste territoriali degli Houthi lungo la fascia occidentale dello Yemen assumono un significato più ampio. Riducendo la distanza tra territorio controllato e spazio marittimo contestabile, esse rafforzano il legame tra geografia terrestre e capacità di interdizione. Il controllo di coste, porti e isole prossime alle principali rotte di navigazione nel Mar Rosso consente ad Ansar Allah di proiettare capacità relativamente limitate verso una delle principali arterie commerciali mondiali. Non serve una chiusura totale, perché esiste un ampio spazio intermedio in cui aumentano il rischio percepito, i costi assicurativi e gli incentivi a modificare le rotte. È qui che opera la strategia Houthi: non sea control, ma soprattutto sea denial. Per un attore militarmente più debole, il vantaggio non deriva dal dominio dello spazio marittimo, quanto dalla capacità di contestarne l’utilizzo sfruttandone i punti più vulnerabili.

La geografia, tuttavia, produce un vantaggio strategico soltanto se questo può essere preservato nel tempo ed è qui che entra in gioco la resilienza degli Houthi. Da oltre un decennio il movimento affronta avversari dotati di risorse largamente superiori. Il sostegno iraniano ha contribuito significativamente all’evoluzione delle capacità di Ansar Allah, svolgendo un ruolo rilevante anche nella recente offensiva attraverso la fornitura di sistemi d’arma, componenti, know-how e assistenza tecnica. La resilienza del movimento dipende, quindi, dalla capacità di preservare strutture organizzative, controllo territoriale e capacità offensive nonostante le ripetute campagne militari avversarie.

Questa resilienza acquista ulteriore valore alla luce dell’asimmetria degli obiettivi. Gli avversari degli Houthi devono proteggere città e infrastrutture, intercettare gli attacchi e mantenere aperte le rotte commerciali; Ansar Allah deve invece solo preservare capacità sufficienti a mantenere credibile la minaccia, senza che debba in alcun modo “occupare” il Mar Rosso.

Geografia, resilienza e asimmetria spiegano così perché risultati tattici anche significativi non producano necessariamente una soluzione strategica. Degradare le capacità offensive degli Houthi non equivale a eliminarne la capacità di minaccia. Finché il movimento conserverà territori funzionali alla propria proiezione e la possibilità di rigenerare almeno parte del proprio potenziale, potrà continuare a condizionare lo spazio circostante. Dinamiche parzialmente analoghe, pur in contesti differenti, sono emerse con Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano e l’Iran nel Golfo Persico: attacchi lunghi anni non hanno però portato alla completa eliminazione delle capacità operative o della possibilità di ricostituirne almeno una parte.

 

Il bivio saudita

Questo meccanismo modifica anche il rapporto tra deterrenza e superiorità militare. Gli Houthi non possono impedire a Stati Uniti, Israele o Arabia Saudita di colpirli, ma sono in grado di aumentare i costi politici, economici e militari associati all’impiego di quella superiorità. Una dinamica che emerge con particolare chiarezza nel caso saudita. Negli ultimi anni Riyadh ha privilegiato una strategia di contenimento, mantenendo aperti i canali con Teheran – come dimostrato dall’accordo del marzo 2023 mediato dalla Cina – e cercando di evitare tanto una nuova guerra con gli Houthi quanto un coinvolgimento diretto nel conflitto tra USA e Iran. Questa cautela, però, funziona finché il costo della moderazione rimane una buona alternativa al conflitto. La pressione degli Houthi sulle città e sulle infrastrutture energetiche saudite, così come sulle rotte commerciali regionali, rende oggi più difficile preservare questo equilibrio.

Il bivio per Riyadh consiste, quindi, nel contenere la minaccia senza essere trascinati nuovamente in un conflitto prolungato. Una risposta limitata può preservare margini diplomatici con Teheran e Ansar Allah, ma rischia di lasciare agli Houthi crescente spazio coercitivo; un maggiore coinvolgimento militare può invece rafforzare la deterrenza, al prezzo di riaprire pienamente un conflitto che Riyadh aveva cercato per anni di disinnescare. Gli sviluppi di settembre mostrano quanto questo dilemma sia diventato concreto. L’Arabia Saudita deve contemporaneamente proteggere il proprio territorio, sostenere gli alleati yemeniti e preservare infrastrutture energetiche essenziali alla diversificazione delle esportazioni. A ciò si aggiunge la necessità di evitare che la crisi rafforzi indirettamente i propri concorrenti regionali.

 

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La competizione con Abu Dhabi introduce, ad esempio, un ulteriore vincolo. Riyadh e Abu Dhabi hanno sostenuto attori yemeniti differenti e promosso visioni non sempre compatibili dell’assetto politico e territoriale del Paese: l’Arabia Saudita ha privilegiato la tenuta del governo internazionalmente riconosciuto e l’integrità territoriale dello Yemen, mentre gli EAU hanno costruito negli anni rapporti privilegiati con attori meridionali, incluso il Southern Transitional Council. Le tensioni emerse, però, tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 hanno indebolito la coesione del fronte anti-Houthi, allargando contestualmente il fronte di frizioni interno al Golfo tra sauditi ed emiratini.

La difficoltà per Riyadh non deriva quindi soltanto dalla capacità militare di Ansar Allah, ma anche dalla frammentazione del fronte a cui appartiene. Stati Uniti, Arabia Saudita, Israele e altri partner condividono l’interesse a preservare la navigazione e limitare la capacità offensiva degli Houthi, ma non necessariamente gli stessi obiettivi politici né la medesima disponibilità ad assumersi i costi dell’escalation. Ansar Allah si confronta così con avversari militarmente superiori, ma politicamente e strategicamente non sempre allineati.

 

Il dilemma dei due stretti

Il dilemma saudita assume una dimensione ancora più ampia osservando Bab el-Mandeb insieme a Hormuz. I due stretti costituiscono i principali punti di pressione marittima sui versanti occidentale e orientale della Penisola Arabica. La loro instabilità simultanea può quindi produrre effetti complementari sulla sicurezza energetica e sulla navigazione commerciale. Del resto, attraverso Hormuz transita oltre un quarto del commercio marittimo mondiale di petrolio e circa un quinto di quello globale di gas naturale liquefatto.

Gli sviluppi del settembre 2026 rendono questa interdipendenza particolarmente evidente. L’East-West Pipeline e il terminale di Yanbu avevano consentito a Riyadh di ridurre la propria esposizione a Hormuz. La pressione Houthi sul corridoio occidentale e sulle infrastrutture energetiche saudite ha però contribuito a riportare verso il Golfo Persico una quota crescente delle esportazioni proprio mentre il traffico attraverso lo stretto rimane fortemente depresso rispetto ai livelli precedenti alla guerra.

Dopo l’interruzione dell’East-West Pipeline, i flussi sauditi attraverso Hormuz sono passati da circa 0,7 milioni di barili al giorno in agosto a 2,9 milioni in settembre. La diversificazione delle rotte, dunque, non elimina necessariamente la vulnerabilità, ma può trasferirla da un chokepoint all’altro. Una crisi a Hormuz accresce il valore del Mar Rosso e, con esso, il potenziale coercitivo di chi può contestarne l’accesso; se invece il corridoio occidentale diventa meno sicuro, aumenta nuovamente l’esposizione al Golfo Persico. La vulnerabilità non riguarda più soltanto il singolo stretto, ma la crescente difficoltà di utilizzare un corridoio per compensare l’instabilità dell’altro.

Ciò non implica, tuttavia, che Hormuz e Bab el-Mandeb costituiscano un unico dispositivo rigidamente controllato da Teheran. Il sostegno iraniano ad Ansar Allah è sostanziale, ma la convergenza strategica non implica una subordinazione degli Houthi all’Iran: entrambi mantengono priorità e margini di autonomia distinti, pur producendo effetti complementari sui due accessi marittimi alla Penisola Arabica.

Per Riyadh tutto ciò rappresenta un problema strutturale. La monarchia ha investito nella diversificazione delle rotte energetiche proprio per ridurre la propria esposizione a Hormuz, trasferendo parte del greggio attraverso l’East-West Pipeline verso Yanbu. Se, però, alla pressione sul fianco orientale si aggiungono attacchi alle infrastrutture del corridoio occidentale e la capacità Houthi di condizionare Bab el-Mandeb, questa diversificazione perde parte della propria efficacia.

 

Uno spazio strategico “nuovo”

Bab el-Mandeb si inserisce così in uno spazio strategico più ampio, che collega Mar Rosso, Golfo Persico, Oceano Indiano e Mediterraneo. Questo spazio è attraversato non soltanto dalla competizione tra Iran e i suoi avversari, ma anche da rivalità intra-regionali. La crescente frizione tra Arabia Saudita ed EAU, le rispettive reti di partnership e la proiezione emiratina nel Corno d’Africa mostrano come Yemen, Bab el-Mandeb e sponda africana del Mar Rosso siano sempre meno separabili. La sicurezza dell’area dipende anche dalle geometrie politiche che collegano Penisola Arabica e Corno d’Africa.

In questa prospettiva, la sicurezza del Mar Rosso non può essere affrontata esclusivamente attraverso la protezione delle rotte marittime. Le missioni navali possono contenere la minaccia, ma agiscono soprattutto sugli effetti di un problema le cui radici rimangono anche terrestri. Non a caso, l’estensione delle operazioni degli Houthi verso le aree strategiche dell’entroterra, in particolare nei fronti di Taiz e Lahij, mostra come la competizione non riguardi soltanto la costa, ma anche la profondità territoriale necessaria a sostenere la capacità di pressione sul corridoio del Mar Rosso. L’efficacia della strategia Houthi va così misurata non solto attraverso il territorio conquistato o le capacità militari disponibili, ma soprattutto attraverso la capacità di modificare il comportamento degli altri attori. Tale pressione costringe Riyadh a distribuire risorse tra difesa territoriale, infrastrutture energetiche e sicurezza marittima; contribuisce a mantenere una presenza navale occidentale; incentiva forme di coordinamento securitario e incide sulle valutazioni di rischio degli operatori economici.

È in questo passaggio che l’interdizione può trasformarsi in una forma di coercizione: non necessariamente imponendo una decisione agli avversari, ma aumentando il costo delle alternative a loro disposizione. La geografia rende possibile l’interdizione; la resilienza consente di mantenerla nel tempo; l’incertezza che ne deriva si traduce infine in capacità di condizionamento.

 

Vincere senza dominare

Gli Houthi non hanno sconfitto militarmente USA, Arabia Saudita o Israele, né possono controllare stabilmente il Mar Rosso o impedire a potenze superiori di operarvi. Valutarne l’efficacia attraverso questi parametri significa cogliere soltanto una parte della dinamica. Il loro obiettivo strategico non richiede il dominio di Bab el-Mandeb, ma il mantenimento di una capacità credibile di condizionarne l’utilizzo, aumentando costi, rischi e incertezza per gli attori che dipendono dal chokepoint.

È questo il significato strategico dell’avanzata nello Yemen occidentale: trasformare il controllo del territorio in capacità di pressione su uno spazio marittimo inserito in un sistema di connettività più ampio, esteso da Hormuz e dal Golfo Persico fino al Corno d’Africa e a Suez. Emerge così il paradosso di Ansar Allah secondo cui non è necessario dominare uno spazio strategico per esercitarvi potere ma è sufficiente condizionarne l’utilizzo sfruttandone le vulnerabilità.

 

 


Note:

[1] La campagna militare lanciata dagli Houthi contro il naviglio internazionale ebbe origine nel contesto della guerra tra Israele e Hamas successiva al 7 ottobre 2023. Gli attacchi iniziati il 19 ottobre 2023 contro navi commerciali occidentali e israeliane in transito da e verso Bab el-Mandeb provocarono ripetute interruzioni dei traffici marittimi, con rilevanti ripercussioni su costi, tempi di percorrenza e catene globali di approvvigionamento, in particolare lungo la dorsale euro-asiatica. Gli effetti economici furono significativi: già nei primi mesi del 2024 il traffico commerciale attraverso Suez risultava dimezzato rispetto all’anno precedente, mentre lo Shanghai Containerized Freight Index (SCFI), principale indicatore dei noli spot containerizzati, registrò nel 2024 una media superiore del 149% rispetto al 2023; per l’Egitto, la contrazione dei transiti attraverso il Canale di Suez determinò inoltre circa 6 miliardi di dollari di minori entrate valutarie. Dopo la tregua raggiunta nella Striscia di Gaza nell’ottobre 2025, la crisi del Mar Rosso si concluse il 10 ottobre 2025. Si veda: UNCTAD, “Maritime trade under pressure as growth set to stall in 2025”, 24 September 2025, United Nations Conference on Trade and Development, https://unctad.org/news/maritime-trade-under-pressure-growth-set-stall-2025.
[2] Ansar Allah (“Partigiani di Dio”), più comunemente noto come Houthi, è un movimento politico e armato yemenita di matrice zaydita, originatosi nel nord del Paese e divenuto uno dei principali attori politico-militari dello Yemen. Dal 2014 controlla Sana’a e ampie porzioni del territorio e beneficia di un significativo sostegno politico e militare iraniano. Per approfondire, si veda: Congressional Research Service (CRS), Yemen: Conflict, Red Sea Security, and U.S. Policy, Report R48942, Washington, 21 July 2026, https://www.congress.gov/crs-product/IF12581.