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Le nuove alleanze che ridisegnano il Medio Oriente

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Il Medio Oriente contemporaneo attraversa una delle fasi di maggiore frammentazione e instabilità dalla fine della Guerra fredda. Le guerre esplose dopo il 7 ottobre 2023 hanno accelerato una crisi sistemica iniziata almeno un decennio prima, moltiplicando le fratture regionali e ridefinendo in profondità gli equilibri politici e strategici dell’area. Gaza, Libano, Siria, Yemen, Mar Rosso e Iran non rappresentano più dossier separati, ma tasselli interconnessi di un’unica crisi regionale, segnata da instabilità diffusa, deterrenza intermittente e competizione multilivello. La crisi, dunque, non riguarda soltanto singoli conflitti locali, ma investe la stessa architettura mediorientale, ormai caratterizzata dalla debolezza delle istituzioni multilaterali arabe, dalla rivalità tra potenze regionali e dalla progressiva erosione della capacità ordinatrice statunitense.

Una carta della regione – 1910, George Philip & Son Ltd.

 

Architettura diplomatica alla prova

È all’interno di questa cornice che va reinterpretata oggi la questione delle normalizzazioni tra Israele e mondo arabo. Gli Accordi di Abramo (2020) furono concepiti come il tentativo più avanzato di ridefinire l’architettura regionale statunitense dopo il fallimento delle grandi stagioni interventiste successive all’11 settembre 2001, e dopo la marcia indietro dal trattato con l’Iran firmato nel 2015.

L’obiettivo non era soltanto favorire le relazioni tra Israele e monarchie arabe, ma costruire una nuova integrazione sistemica tra Mediterraneo orientale, Golfo Persico, Mar Rosso e Oceano Indiano, attraverso reti economiche, infrastrutturali, energetiche e securitarie funzionali agli interessi statunitensi. Al contempo, un Levante e un Golfo Persico più stabili sotto il cappello di sicurezza americano avrebbero rappresentato un retroterra strategico sicuro per la proiezione degli Stati Uniti verso l’Indo-Pacifico. In questa prospettiva, gli Accordi di Abramo rappresentavano l’evoluzione di una più ampia grand strategy americana di regionalizzazione della sicurezza: stabilizzare il Medio Oriente non più attraverso una presenza militare diretta e permanente, bensì mediante un sistema di convergenze tra partner locali chiamati a contenere l’Iran, garantire la sicurezza delle rotte marittime e integrare economicamente lo spazio compreso tra Levante, Golfo e Indo-Pacifico, permettendo così agli Stati Uniti di concentrare progressivamente la propria attenzione strategica verso la competizione con la Cina.

È proprio in questo quadro che va inserito anche il progetto IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor), concepito come il principale corollario geo-economico degli Accordi di Abramo. IMEC non rappresentava soltanto un’infrastruttura commerciale alternativa alle direttrici promosse dalla Belt and Road Initiative cinese, ma il tentativo di costruire una piattaforma integrata di connettività tra Mediterraneo, Golfo Persico e Oceano Indiano, fondata sulla cooperazione tra India, monarchie del Golfo, Israele, Europa e Stati Uniti. Più che un semplice corridoio economico, IMEC costituiva la traduzione infrastrutturale del paradigma abramitico: un sistema regionale interconnesso (ma appunto con la fondamentale esclusione dell’Iran e dei suoi alleati), multilivello e funzionale alla costruzione di una nuova architettura strategica euro-mediterranea e indo-mediorientale.

 

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Tuttavia, gli eventi successivi al 7 ottobre 2023 – con la contemporanea  intensificazione del confronto tra Israele, Stati Uniti e Iran culminata nelle guerre del giugno 2025 e del febbraio-marzo 2026 – hanno profondamente modificato il contesto originario. La normalizzazione non è venuta meno, ma si è adattata a un ambiente regionale molto più instabile, polarizzato e competitivo. Più che una dissoluzione dello schema abramitico, si è assistito alla sua trasformazione strutturale.

 

Nuovi piani in Medio Oriente

Il paradigma inaugurato nel 2020 – fondato sull’idea di un riallineamento stabile tra Israele, monarchie arabe del Golfo e Stati Uniti – appare oggi progressivamente superato da una configurazione più fluida e pragmatica. Le guerre contro l’Iran hanno infatti prodotto un effetto paradossale: invece di consolidare definitivamente un asse israelo-arabo sotto guida americana, hanno accelerato la frammentazione degli equilibri regionali, spingendo gli attori del Golfo a rafforzare le proprie strategie di autonomia e bilanciamento.

L’escalation tra Israele e Iran ha reso evidente come il progetto abramitico originario fosse fondato su presupposti sempre meno sostenibili: la centralità regionale di Washington, la convergenza strategica araba attorno a Israele, la neutralizzazione di Teheran, e la marginalizzazione permanente della questione palestinese. Il conflitto regionale ha dimostrato che nessuno di questi elementi può più essere dato per acquisito. Al contrario, gli shock geopolitici successivi al 7 ottobre hanno evidenziato la vulnerabilità stessa del paradigma abramitico, trasformandolo da progetto ordinatore a piattaforma flessibile di cooperazione selettiva.

Ne è dimostrazione anche l’allargamento dell’ombrello di relazioni promosso dall’asse israelo-statunitense verso il Kazakistan e, potenzialmente, verso altre realtà del Caucaso, dell’Africa, dell’Asia centrale e dell’Indo-Pacifico. Sebbene, quindi, gli Accordi di Abramo abbiano creato una solida rete diplomatica, economica e securitaria, in parte resiliente agli shock regionali, il processo opera ormai “a geometria variabile”: relativamente stabile sul piano tecnico-funzionale, ma fragile su quello politico e simbolico.

L’evoluzione del contesto regionale con il fallimento dell’attacco all’Iran hanno mostrato, inoltre, che gli Stati del Golfo – in particolare Arabia Saudita e Qatar, mentre più fluida resta la posizione degli Emirati Arabi Uniti – non intendono essere inglobati in un’architettura rigidamente centrata su Israele o subordinata agli interessi strategici statunitensi. Le monarchie del Golfo preferiscono massimizzare autonomia, flessibilità e capacità di bilanciamento tra le grandi potenze, ampliando il proprio margine di influenza nel contesto multipolare regionale e globale. Devono poi ora vedersela con le pretese iraniane sul Golfo Persico e sullo Stretto di Hormuz.

 

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In questo senso, gli Accordi di Abramo hanno finito per accelerare un fenomeno inatteso: una pragmatica regionalizzazione del Medio Oriente, nella quale prendono forma nuovi allineamenti fluidi e non rigidamente ideologici. Gli attori regionali non operano più all’interno di schieramenti fissi, ma costruiscono relazioni multilivello fondate sul calcolo degli interessi. Gli Emirati Arabi Uniti, ad esempio, mantengono stretti rapporti con Israele ma rafforzano al tempo stesso le relazioni con Cina e India; l’Arabia Saudita continua la cooperazione strategica con Washington mentre intensifica il dialogo con Pechino e Mosca; il Qatar prosegue nella propria strategia di equidistanza flessibile.

Lo stesso Israele, pur restando centrale sul piano tecnologico e securitario, è oggi percepito da diversi attori arabi non soltanto come partner, ma anche come potenziale polo egemonico regionale. Ed è proprio questo uno dei principali ostacoli alla normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita. Se fino al 2023 la prospettiva di un accordo saudita appariva plausibile, oggi essa risulta molto più problematica. Riyadh continua a considerare utile una cooperazione discreta con Israele in materia tecnologica, intelligence e sicurezza, ma difficilmente può accettare una normalizzazione piena senza precise contropartite strategiche e senza una ridefinizione chiara degli equilibri regionali.

 

Le opzioni saudite

Dal punto di vista saudita, esistono almeno tre ordini di problemi. Il primo riguarda la relazione con gli Stati Uniti. La leadership saudita considera ancora essenziale il rapporto strategico con Washington, ma mira a ridurre la dipendenza esclusiva dall’ombrello di sicurezza americano, vista la vulnerabilità dimostrata di fronte ai contrattacchi iraniani di febbraio e marzo. Gli anni recenti hanno rafforzato nella monarchia saudita la percezione di una crescente volatilità dell’impegno statunitense nella regione. Per questo Riyadh persegue una strategia di autonomia strategica che mal si concilia con un riallineamento pieno all’interno di un asse israelo-americano.

Il secondo problema riguarda la crescente assertività israeliana. Le guerre a Gaza, in Libano e in Siria, così come il confronto diretto con l’Iran, hanno rafforzato tra molti attori arabi la percezione di un Israele disposto a utilizzare la propria superiorità militare in modo sempre più unilaterale e discrezionale. Questo alimenta timori profondi nel Golfo: il rischio non è più soltanto l’espansionismo iraniano, ma anche l’emergere di un ordine regionale eccessivamente sbilanciato a favore di Israele. Per Riyadh, che aspira a essere il perno politico del nuovo Medio Oriente arabo-islamico, si tratta di un nodo strategico fondamentale.

Il terzo elemento riguarda la dimensione politico-identitaria. La guerra di Gaza ha dimostrato che la questione palestinese continua a rappresentare un potente fattore di mobilitazione simbolica nel mondo arabo e musulmano. Il presupposto fondamentale degli Accordi di Abramo – cioè la possibilità di stabilizzare la regione marginalizzando il dossier palestinese – è stato profondamente indebolito dagli eventi successivi al 7 ottobre 2023. Una normalizzazione senza una prospettiva credibile per i palestinesi produrrebbe oggi costi reputazionali molto elevati, soprattutto per un Paese come l’Arabia Saudita, custode dei luoghi santi dell’islam.

In questo quadro, anche le tensioni tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti assumono un significato più profondo. Per anni Riyadh e Abu Dhabi sono stati rappresentati come il nucleo compatto del nuovo ordine arabo filoamericano. In realtà, dietro questa convergenza si sono progressivamente manifestate divergenze strategiche significative: competizione economica, differenti visioni sul mercato energetico e rivalità per la leadership regionale hanno eroso l’asse bilaterale.

 

Il confronto strategico su larga scala

Queste divergenze non si sono manifestate soltanto nel Levante o nel Golfo Persico, ma hanno trovato pieno sfogo soprattutto nel Corno d’Africa e nel Mar Rosso, due dei principali teatri di proiezione indiretta della competizione intra-araba e mediorientale contemporanea. Il Corno d’Africa rappresenta, infatti, il primo spazio periferico nel quale le rivalità tra attori del Golfo e potenze regionali si intrecciano con le dinamiche strategiche legate agli Accordi di Abramo, a IMEC e alla trasformazione dell’architettura regionale statunitense.

In Somaliland e lungo l’intero asse del Mar Rosso si è progressivamente delineata una convergenza strategica tra Israele, Emirati Arabi Uniti ed Etiopia, fondata su sicurezza marittima, controllo delle rotte commerciali e integrazione infrastrutturale. Questa direttrice si confronta indirettamente con un secondo spazio relazionale composto da Arabia Saudita, Turchia, Egitto e Pakistan – con il Qatar sullo sfondo – accomunati dalla necessità di contenere l’espansione dell’influenza israelo-emiratina nel quadrante euro-africano e nel Mar Rosso. Non si tratta ancora di blocchi rigidi, ma di traiettorie strategiche emergenti. Da un lato prende forma un possibile asse Israele-EAU-Etiopia, potenzialmente aperto anche a India, Grecia e Cipro nel quadro delle connessioni indo-mediterranee legate a IMEC; dall’altro si consolida una convergenza più fluida – un “quadrilatero sunnita” – tra Arabia Saudita, Turchia, Egitto e Pakistan, orientata a impedire la formazione di un ordine regionale eccessivamente sbilanciato a favore dell’asse israelo-emiratino.

 

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In questo senso, il Corno d’Africa anticipa alcune delle trasformazioni più profonde dell’ordine mediorientale contemporaneo. La regione non è più soltanto una periferia africana del Medio Oriente, ma uno spazio integrato nelle nuove geometrie della competizione regionale, nel quale sicurezza marittima, infrastrutture portuali, corridoi commerciali e proiezione geopolitica si sovrappongono.

 

Nuovi contenuti, vecchi contenitori

Queste dinamiche aiutano a comprendere il progressivo superamento dell’architettura regionale statunitense così com’è stata concepita durante e dopo la Guerra fredda. Gli Stati Uniti restano un attore centrale, ma non più il perno esclusivo dell’ordine mediorientale. In questo contesto, anche l’approccio fortemente transazionale e spesso imprevedibile dell’amministrazione Trump ha contribuito ad accelerare la trasformazione degli equilibri regionali, favorendo l’emergere di nuovi schemi di cooperazione e competizione nell’ampio quadrante strategico compreso tra Africa orientale, Medio Oriente e Oceano Indiano.

Gli Accordi di Abramo e il progetto IMEC rappresentano probabilmente l’ultimo grande tentativo americano di integrare strategicamente Mediterraneo orientale, Golfo Persico, Mar Rosso e Oceano Indiano all’interno di un’unica piattaforma geopolitica e geo-economica. Tuttavia, la crescente autonomia degli attori regionali, la frammentazione dell’ordine internazionale e soprattutto il conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran hanno trasformato quel progetto in qualcosa di molto diverso da quanto originariamente immaginato da Washington.

Di conseguenza, il Medio Oriente contemporaneo tende sempre più ad assumere la forma di un sistema “post-alleanze”, nel quale cooperazione e rivalità convivono simultaneamente, gli allineamenti risultano parziali e reversibili e le partnership vengono costruite in funzione di interessi specifici e contingenti. Gli Accordi di Abramo sopravvivono non come architettura politica definitiva, ma come piattaforma adattiva all’interno di un ordine regionale molto più fluido, competitivo e multipolare.

Il loro superamento, pertanto, non consiste nella loro scomparsa, bensì nella perdita della loro originaria funzione ordinatrice. Lo schema abramitico non è più il progetto di un nuovo Medio Oriente stabile e filoamericano; è diventato uno dei tanti strumenti attraverso cui le potenze regionali cercano di navigare un ambiente strategico frammentato, pragmatico e post-ideologico. Ed è proprio il quadrante compreso tra Mediterraneo orientale, Golfo Persico, Mar Rosso, Corno d’Africa e Oceano Indiano a candidarsi come principale laboratorio del nuovo ordine regionale emergente, destinato a influenzare in misura crescente gli equilibri dell’intero Medio Oriente nei prossimi anni.