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Nel Corno d’Africa, lotte d’influenza multipolari

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L’instabilità politica rappresenta un aspetto endemico del Corno d’Africa, particolarmente funzionale alle “guerra fredda” che attualmente contrappone le due potenze arabe del Golfo Persico, Emirati Arabi Uniti (EAU) ed Arabia Saudita, nonché alla contrapposizione su più larga scala tra Turchia ed Israele. La regione presenta infatti dinamiche sempre più legate al futuro ordine, in profonda ridefinizione, dell’Asia occidentale, cioè dello scenario mediorientale: per le potenze interessate, la mancata capacità di sfruttarle equivale ad una perdita di influenza. Negli ultimi anni mentre i rapporti nella regione tra Etiopia, Eritrea e Somalia si sono deteriorati, soprattutto per l’ambizione di Addis Abeba di ottenere lo sbocco sul mare, Arabia Saudita, Emirati, Turchia e Israele hanno realizzato un vero pivot to the Horn.

La parte settentrionale del Corno d’Africa e il Mar Rosso dal satellite (ESA)

 

Il diverso approccio di emiratini e sauditi

Nello specifico, è stata soprattutto Abu Dhabi a sviluppare una strategia particolarmente fluida nel Corno, basata da un lato sul supporto a progetti infrastrutturali, come è il caso del Berbera Corridor Project, tramite il colosso emiratino della logistica e delle infrastrutture DP World, volto a garantire il collegamento tra Addis Abeba e il porto di Berbera, in Somaliland (entità statuale autoproclamata e al momento non riconosciuta internazionalmente, tranne che da Israele), con cui la compagnia ha firmato una concessione trentennale nel 2016. Se questo ha rafforzato il rapporto con l’Etiopia, ha raffreddato quello con la Somalia e l’Eritrea, partner chiave degli Emirati durante la guerra in Yemen per il porto di Assab, ma che ha perso centralità nella strategia emiratina con l’allentarsi del conflitto.

Ancora più complesso appare, invece, il sostegno degli Emirati Arabi Uniti ai non-state actors regionali: in Sudan, nonostante le smentite, sostengono in effetti le Rapid Support Forces (RSF) nel conflitto con il governo di Khartoum scoppiato nel 2023, probabilmente anche grazie alla complicità dell’Etiopia che ne ospita le basi militari. Tale milizia paramilitare, contrapposta all’esercito ufficiale, le Sudanese Armed Forces (SAF), controlla la parte occidentale del Paese ed è un alleato flessibile, che offre l’accesso alle risorse aurifere della regione ma anche ai corridoi terrestri, in particolare quello che collega il Darfur alla Libia, dove gli Emirati sostengono la fazione di Haftar.

Analogamente, in Yemen Abu Dhabi ha sostenuto il Southern Transitional Council (STC), un gruppo separatista del Sud, con lo scopo di ottenere uno Yemen diviso secondo i confini definiti dalla riunificazione del 1990, creando tensioni con Riyadh.  Si tratta di una questione intrecciata agli Accordi di Abramo (voluti da Donald Trump e siglati nel 2020 da Israele, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco, ma non dall’Arabia Saudita) : la presenza dell’STC sull’isola yemenita di Socotra ha permesso agli Emirati di installare una base militare, in tal modo rendendo possibile una cooperazione militare e tecnologica con Israele, utile anche nel contesto della competizione tra emiratini e sauditi. infatti, nonostante i costi reputazionali aumentati dopo l’operazione contro Gaza e i vari altri fronti di guerra aperti da Tel Aviv, le relazioni non sono rimaste le stesse.

L’Arabia Saudita, al contrario, privilegia un approccio statocentrico e securitario, in opposizione al metodo flessibile dei proxy adottato dagli Emirati. Riyadh sembra puntare soprattutto alla stabilità regionale e alla protezione delle infrastrutture critiche nel Mar Rosso, come nel caso delle relazioni con la Somalia a discapito delle istanze indipendentiste del Somaliland, ma anche nel supporto all’esercito ufficiale sudanese (SAF) contro le RSF degli Emirati, e infine nel sostegno all’unità dello Yemen. I rapporti con Israele, inoltre, rimangono più freddi: l’Arabia Saudita ancora non riconosce ufficialmente lo Stato ebraico, nonostante il potenziale di tale alleanza per la sicurezza e gli equilibri del Golfo Persico, resa particolarmente urgente dalle conseguenze dell’ultima guerra con l’Iran.

 

Le mosse di Turchia e Israele

Emergono così due modelli di proiezione strategica distinti, intercettati e amplificati dalla Turchia e da Israele. Tel Aviv e Ankara competono per accrescere la propria influenza nella regione: avere una solida presenza nel Corno significa proiettarsi nel Mar Rosso e quindi in Asia occidentale.

Come nel caso della politica di Riyadh, la Turchia privilegia relazioni statocentriche, come dimostrano i solidi legami con la Somalia. Ankara si è affermata come partner affidabile di Mogadiscio dal 2011, quando il Paese era attraversato da una grave carestia. La visita di stato del presidente Recep Tayyp Erdoğan in quell’anno ha segnato uno spartiacque nelle relazioni bilaterali, sancendo la crescente influenza turca nella regione: la Somalia oggi ripaga Ankara con la base militare Camp Turksom, stabilita nel 2017 e destinata all’addestramento dei soldati somali e alla lotta contro il gruppo terroristico Al-Shabaab. Alla presenza militare si affianca quella economico-energetica: l’Accordo quadro di cooperazione economica e di difesa siglato nel 2024, ad esempio, sta per concretizzarsi con il primo trivellamento di petrolio offshore tramite la nave di perforazione turca Çağrı Bey.

 

Per contrastare un asse regionale così stabile, Tel Aviv ha risposto con il riconoscimento del Somaliland, territorio secessionista della Somalia, situato in posizione strategica tra il Mare Arabico e lo Stretto di Bab el-Mandeb. La ratio di questa scelta, a costo di compromettere le relazioni con Mogadiscio, è assicurarsi una presenza regionale strategica per contenere la Turchia, proiettarsi nel Mar Rosso e dove Israele è appunto già attiva a Socotra insieme agli Emirati. Ciò garantisce poi maggiore margine di manovra per limitare l’assertività degli Houthi e, indirettamente, dell’Iran.

 

La nascita di due fronti tattici

Nel Corno d’Africa prevale chi riesce ad intercettare e sfruttare obiettivi coincidenti e divisioni locali. Questo sta portando alla formazione di due convergenze contingenti: una unisce Turchia, Arabia Saudita, Somalia ed Eritrea, nonostante la rivalità tra Riyadh ed Ankara per la leadership nel mondo sunnita e l’ambiguità di Asmara. L’altro lega Emirati Arabi Uniti, Israele, Etiopia e Somaliland.

L’altro grande attore regionale, l’Egitto, si colloca più al centro di tali convergenze: da un lato è ostile all’Etiopia per la diga Grand Reinassance Dam (GERD) e per le sue ambizioni marittime, ma dall’altro predilige un approccio statocentrico, allineandosi con la strategia saudita.

 

Le due “guerre fredde” sono destinate a intensificarsi, con il rischio di velocizzare escalation diplomatiche e militari nel Corno: la più grave, quella tra Etiopia ed Eritrea per la questione dello sbocco sul mare, non molto lontana dal realizzarsi. Conseguentemente il Somaliland potrebbe acquisire maggiore centralità: il riconoscimento di Israele potrebbe aprire la strada ad altri, in primis gli Emirati visto il già presente attivismo nel porto di Berbera e, sul lungo termine, quello degli Stati Uniti.

Anche le sorti del Sudan sono legate a tali dinamiche: per la risoluzione della guerra civile era stato istituito un “Quad” per il Sudan, formato da Stati Uniti, Egitto, Emirati e Arabia Saudita; ma un’iniziativa diplomatica formata da attori che perseguono obiettivi strategici diversi è destinata al fallimento. La guerra in Iran complica ulteriormente il quadro ma è un dossier che i rivali del Golfo devono gestire in modo coordinato: Israele può usare il conflitto come leva per ottenere, sul lungo periodo, l’espansione degli Accordi di Abramo anche all’Arabia Saudita.

Altri nodi strutturali, tuttavia, riguardano gli scenari siro-libanesi: in Siria si ragiona in termini di scontro indiretto tra Ankara, che necessita di una Siria post-Assad in grado di gestire la questione curda, e Tel Aviv, che sostiene la minoranza pro-Assad e i Drusi, e conduce attacchi mirati per mantenere una deterrenza attiva contro i proxy iraniani. Il Libano, invece, è tuttora direttamente colpito dalla guerra tra Israele e Hezbollah, nonostante l’apertura a negoziare annunciata dal governo di Beirut.

Il Corno d’Africa sembra ormai geopoliticamente un’estensione periferica dell’Asia occidentale. Ma allo stesso modo gli Stati del Corno sono consapevoli delle ambizioni delle potenze arabe del Golfo, di Israele e della Turchia: giocano tuttavia anche una partita diversa, mirante a proteggere il proprio status quo a livello regionale.