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Religione e politica per l’amministrazione Trump

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I primi mesi del 2026 hanno rivelato, in modo più evidente che nel passato, il ruolo svolto dal fattore religioso nella leadership di Donald Trump e nella sua amministrazione: con la foto dei dirigenti delle confessioni evangeliche riuniti “in preghiera” intorno al Presidente nello studio ovale; con i toni da crociata assunti da alcuni esponenti del governo americano in occasione dell’attacco all’Iran; e con la polemica scoppiata fra la Casa Bianca e Papa Leone XIV.

In parte queste manifestazioni di tipo politico-religioso rientrano in un modello più generale e internazionale di leadership di destra “populista” o “sovranista”, che non esita a usare esplicitamente la fede e i suoi simboli, prevalentemente a scopi identitari: ricordiamo ad esempio che Trump ha autorizzato una “sua” versione della Bibbia, venduta online, con cui spesso si è fatto fotografare. Quando è servito, non sono nemmeno mancate le critiche alle autorità religiose, se le loro posizioni non erano in linea con il “credo” della destra politica, in particolare sulle questioni legate a immigrazione, multiculturalismo e, come nel caso più recente, conflitti e questioni di sicurezza. A questo proposito possiamo ricordare altri capi della destra europea e globale molto critici su alcune posizioni della Chiesa cattolica e del Vaticano, da Bolsonaro in Brasile, a Milei in Argentina, perfino a Salvini in Italia: questo è accaduto in particolare durante il papato di Francesco, la cui autorità religiosa veniva persino disconosciuta da una parte della destra cattolica.

Nel caso di Donald Trump, tuttavia, abbiamo degli elementi aggiuntivi legati al suo rapporto particolare con il mondo protestante evangelico e con il carisma di figura “quasi-religiosa”, a tratti con elementi messianici, che gli viene riconosciuto da una parte dei suoi sostenitori: un simbolismo che il Presidente sfrutta in modo esplicito, per esempio postando immagini che lo raffigurano nelle vesti di Papa o in quelle di guaritore, oppure abbracciato da Gesù Cristo.

L’immagine pubblicata sui profili social di Trump con il presidente degli Stati Uniti nelle vesti di un guaritore simile a Gesù.

 

Fin dal suo ingresso in politica, il Presidente ha goduto di un supporto quasi unanime della componente evangelica bianca (che è l’ala più militante e in prevalenza conservatrice del mondo cristiano statunitense, maggioritaria tra i protestanti) che lo ha sempre votato con percentuali fra il 75 e l’80%. Una parte significativa di questo gruppo ritiene davvero Trump una figura messianica, investita della missione divina di “salvare l’America” da quella che considera una decadenza e una corruzione morale portate dalla sinistra “woke” e dai movimenti LGBTQ+. Più in generale, Trump raccoglie tuttavia un consenso trasversale all’interno dei fedeli conservatori di tutte le maggiori fedi, inclusi i “cattolici tradizionalisti”, che lo votano con percentuali superiori al 70%: una diversità, ma sempre di segno conservatore, che si riflette anche nella composizione del suo governo.

Il Presidente, già durante il suo primo mandato, ha dimostrato la propria riconoscenza per quel mondo religioso conservatore di cui è punto di riferimento, in particolare nominando tre giudici ultra-conservatori per la Corte Suprema: il che ha permesso, come auspicato da mezzo secolo dalla destra cristiana, di ribaltare la sentenza Roe v. Wade, che nel 1973 aveva legalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza negli USA. In seguito alla nuova pronuncia, il diritto all’aborto non è più valido in tutto il Paese ma è ora demandato alle leggi dei singoli Stati.

 

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Durante il secondo mandato, si è poi rivelato in modo più organico il rapporto diretto fra Trump e alcuni leader religiosi della “destra” evangelica: una relazione mediata, in gran parte, dalla figura di Paula White, da molti anni advisor spirituale del Presidente (e pastora evangelica nota al grande pubblico). White è nota per avere proposto una “giustificazione” teologica per alcune delle più controverse decisioni della Casa Bianca, come quelle sull’immigrazione, o il sostegno al governo israeliano di Netanyahu, ed è considerata vicina al movimento della New Apostolic Reformation e alla “Teologia del dominio”, che si propongono di prendere il controllo di settori chiave della politica e della società americane.

Considerando questa “investitura” religiosa, non sorprende che l’amministrazione Trump si lanci in critiche anche molto dure delle posizioni di personaggi religiosi “non allineati”: Papa Leone, non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello teologico, è un bersaglio cardinale. Sotto questo punto di vista, più ancora delle dichiarazioni del Presidente (che ha criticato in termini politici sul suo social Truth le posizioni del Pontefice in materia di affari internazionali e di sicurezza, e una sua presunta vicinanza alla sinistra radicale) sono significative quelle del Vice-presidente J.D. Vance: sia perché si tratta di un esponente cattolico, sia perché non ha esitato ad affrontare il Papa sul terreno dottrinario, affermando che il Pontefice “deve essere cauto quando si occupa di teologia, dicendo cose ancorate alla verità”, e difendendo l’attacco all’Iran con la dottrina teologica della “guerra giusta”. Vance non è nuovo a questo tipo di esternazioni teologiche: già nel febbraio 2025 aveva criticato Papa Francesco sulla base della tesi agostiniana dell’ordo amoris: secondo il Vice-Presidente, la preferenza per il proprio gruppo di riferimento è superiore a quella che si può accordare a chi è lontano e straniero. La risposta molto netta era arrivata proprio dal futuro Papa Leone, allora Cardinale Prevost, che difendendo l’universalità del cattolicesimo aveva puntualizzato che “Dio non ci chiede di fare una classifica nel nostro amore per gli altri”.

 

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L’elemento religioso, questa volta declinato in termini identitari o “di civiltà”, è emerso molto chiaramente anche a partire dal 28 febbraio 2026 con l’attacco militare contro l’Iran, quando i membri dell’amministrazione Trump hanno assunto a tratti toni da crociata. Un elemento, questo, rivelato anche dalle denunce di centinaia di soldati USA, che secondo la Military Religious Freedom Foundation, avrebbero affermato di avere ricevuto dai superiori un “indottrinamento” volto a giustificare l’attacco all’Iran come parte di un “piano divino” legato alla lotta contro l’Anticristo e al Secondo Avvento di Gesù, in cui Trump giocherebbe un ruolo chiave come figura “unta dal Signore”.

Molti osservatori legano queste posizioni alla controversa figura di Pete Hegseth, Segretario alla Difesa di Trump: un ex militare (con esperienze operative in Iraq e Afghanistan) vicino alle posizioni del nazionalismo cristiano, che concepirebbe come una missione divina la lotta contro l’Islam radicale in nome dell’identità cristiana e del sostegno allo Stato di Israele in chiave messianica. A questo proposito, sono emerse sulla stampa internazionale anche le immagini di alcuni tatuaggi portati in modo molto evidente da Hegseth che sono collegati direttamente alle Crociate, come la Croce di Gerusalemme e il motto “Deus vult” (Dio lo vuole). Non a caso, un libro pubblicato nel 2020 dal Segretario alla Difesa si intitolava proprio American Crusade. Hegseth è anche noto per i suoi rapporti con il controverso pastore dell’Idaho Doug Wilson, il cui conservatorismo sociale giunge fino a una difesa teologica della sottomissione delle mogli ai mariti e della schiavitù.

Nel complesso, ciò che forse più preoccupa il mondo laico statunitense è il progressivo venir meno del “muro di separazione” tra sfera politica e sfera religiosa, che aveva caratterizzato per oltre due secoli gli Stati Uniti: da un lato con l’“invasione” dell’ambito politico da parte di alcune forze religiose, spesso di segno estremista; dall’altro, con l’assunzione di un carisma quasi-religioso da parte del Presidente. Una situazione, questa, che in un Paese ancora ancorato alla fede come gli USA – in cui si giura sulla Bibbia ma lo Stato è laico – potrebbe avere sviluppi imprevedibili.