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Una sorpresa spagnola d’estate

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Il risultato delle elezioni anticipate in Spagna è stato sorprendente. A dire il vero, tutta l’arena politica spagnola vive una situazione da “pallacanestro yugoslava”, come è stata definita: i cestisti della ex Federazione del Maresciallo Tito erano famosi per riuscire a cambiare e rovesciare in un batter d’occhio l’inerzia delle partite con degli strappi di gioco travolgente a cui gli avversari non potevano resistere. Negli ultimi anni, i governi e le direzioni dei partiti spagnoli si sono alternate con la stessa logica: successi clamorosi, ritirate improvvise, rimonte a perdifiato.

E il voto del 23 luglio è stato uno di questi momenti: indette dal capo del governo socialista Pedro Sánchez all’indomani delle amministrative che alla fine di maggio avevano visto una severa sconfitta per la coalizione di sinistra – sconfitta che arrivava dopo la bruciante disfatta di qualche mese prima in Andalusia, regione-roccaforte del socialismo che passava a destra per la prima volta dopo quarant’anni – le elezioni anticipate sembravano, e lo dicevano anche i sondaggi sparati a un ritmo impressionante nel dibattito pubblico, un semplice biglietto da obliterare per il ritorno della destra al governo nazionale. Ai capi dei partiti conservatori brillavano gli occhi: Alberto Núñez Feijóo del Partito Popolare (PP, la destra convenzionale) sperando di conquistare da solo la maggioranza assoluta per governare; Santiago Abascal di Vox (la formazione radicale di ispirazione trumpiana) sperando che il primo non avesse i seggi sufficienti, e dovesse ricorrere a lui per formare un esecutivo da sbilanciare quanto più possibile all’estrema destra. Non si davano altre possibilità. Dal resto d’Europa e persino dall’America Latina, in molti aspettavano l’esito di un voto che avrebbe potuto cambiare molti equilibri internazionali.

E invece, del voto il partito di Feijóo è stato il vincitore numerico (con il 33% dei voti) ma lo sconfitto politico. Le ragioni sono essenzialmente due. Da un lato, aveva chiesto che il “sanchismo”, la formula di sinistra-sinistra con appoggio variabile di partiti baschi e catalani con cui Sànchez ha governato negli ultimi quattro anni, fosse spazzato via, “rottamato” dagli elettori. La piattaforma mediatico-politica della destra spagnola, oltre a schernirlo come “governo-Frankenstein”, ha definito “illegittimo” questo esecutivo plurale fin dal primo giorno. Ma non è bastato, o non ha funzionato: il Partito Socialista (PSOE), con il 31,7%, incassa un risultato più che buono, quasi un pareggio con i popolari. Il secondo motivo è che i 136 seggi ottenuti dal PP sono molto lontani dalla maggioranza assoluta, cioè 176 scranni al Congreso de los Diputados necessari a governare da soli.

I risultati delle elezioni spagnole del 23 luglio, in termini di voti e seggi. Fonte: El Mundo

 

Il PP non potrà governare neanche in alleanza con Vox. Era questo lo scenario che sembrava più probabile prima del voto, tanto probabile che il partito di Santiago Abascal aveva ricevuto il sostegno esplicito della Presidente del Consiglio italiana nei giorni scorsi: Giorgia Meloni era video-intervenuta a un comizio di Vox a Valencia auspicando che “Santi”, così lo chiama, entrasse senza esitazioni nel governo con il Partito Popolare. Ma l’intrusione non ha portato fortuna: Santi ha perso 2,7 punti, e 19 seggi, rispetto al 2019. I suoi 33 deputati insieme a quelli del PP toccano quota 169, sette in meno del necessario.

La soluzione gradita non solo a Meloni, ma anche a molti altri esponenti della destra europea, che la consideravano un test in vista di una futura maggioranza tra destra conservatrice e nazional-populista al parlamento di Bruxelles dopo le elezioni europee del prossimo anno, è sfumata. Così come sfumato è il progetto di rendere Madrid una piattaforma di appoggio politico-finanziario ai movimenti conservatori latinoamericani in cerca di riscossa, oggi orfani persino di Washington. In America Latina, in effetti, si susseguono le vittorie elettorali della sinistra: Messico, Cile, Colombia, Brasile… La capitale spagnola, dove le tasse sui movimenti di capitale sono irrisorie, poteva diventare quindi una specie di Miami europea, anche come testa di ponte per gli investimenti delle imprese ispano-americane. L’ex presidente messicano Calderón è residente in Spagna da qualche mese, e nelle scorse settimane l’ex leader e capo del governo del PP José Maria Aznar e una serie di amministratori locali hanno organizzato riunioni a cui hanno invitato vari leader della destra sudamericana.

 

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Tutto rinviato: sulla Calle Genova di Madrid, dove il balcone della sede del Partito Popolare era pavesato a festa, i sostenitori del PP ballavano al ritmo di Sarà perché ti amo dei Ricchi e Poveri in attesa dei dati che avrebbero certificato il trionfo. Ma quando il segretario Feijóo si è affacciato a parlare, i fan avevano già perso il sorriso ed invocavano – invece del leader – la diva della destra spagnola, la presidenta della Comunità di Madrid Isabel Díaz Ayuso da poco rieletta con una maggioranza bulgara – maggioranza che non si è riprodotta, appunto, a livello nazionale. Molti degli elettori “previsti”, infatti, non sono tornati a votare il PP: sarà perché non ti amo, avranno pensato durante una campagna elettorale che Feijóo ha condotto in maniera frastornata tra i suoi compagni di partito che già facevano la lista dei futuri ministri, e i suoi consiglieri che gli suggerivano ad esempio di non presentarsi al faccia a faccia tra i quattro candidati principali, che così lo hanno fatto in tre – mossa che oltre alle perplessità del pubblico gli ha attirato l’infuocato rimprovero di Abascal, dopo il voto.

Santiago Abascal

 

Poco lontana geograficamente, ma anni luce psicologicamente, la Calle Ferraz era lo sfondo della gioia inattesa dei sostenitori socialisti, lì radunati sotto la sede del partito a cantare Pedro, Pedro, Pedro di Raffaella Carrà, in attesa che il loro Pedro venisse a festeggiare la scommessa vinta. Le elezioni anticipate in luglio, infatti, erano state un’idea di Sánchez, che voleva risparmiarsi sei mesi di graticola, dopo la sconfitta alle amministrative di maggio, in attesa del voto regolarmente previsto per dicembre. Pallacanestro yugoslava: non solo il diversamente perdente PSOE ha ricevuto quasi un milione di voti in più rispetto al 2019, ma ha anche ottenuto buoni risultati nelle regioni dove l’egemonia della destra sembrava radicarsi, sbiadite zone di forza socialiste dove il PP stava testando le sue nuove alleanze con Vox con un profluvio di provvedimenti fortemente caratterizzati a destra: Andalusia, Extremadura, Comunità Valenciana. Molti elettori non li hanno graditi; la partecipazione al voto è aumentata, beneficiando i socialisti.

 

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Ma la sorpresa è stata doppia: anche la nuova coalizione di sinistra Sumar, un po’ l’erede della scomparsa Podemos, ha portato a casa un risultato positivo: il 12,3%, ossia due punti e mezzo in più delle scorse politiche. Guidata dalla ministra del Lavoro Yolanda Díaz, apprezzata dal pubblico progressista, dotata di gran presenza scenica e protagonista di molte riforme del governo uscente, dalla riduzione dei contratti precari all’aumento del salario minimo, Sumar è sopravvissuta a una sequela quasi mortale di scissioni e litigi interni, sfociati in un disastro elettorale in maggio. Mentre il blocco di destra PP-Vox non ha i numeri, i 31 seggi di Sumar permettono invece a Sánchez di provare a costruire una maggioranza di governo in parlamento.

Pedro Sánchez e Yolanda Díaz in parlamento

 

Per capire come, c’è un altro pezzo da aggiungere al puzzle del voto spagnolo, forse il più decisivo: quello del risultato elettorale in Catalogna. Si è spesso detto che l’indipendentismo arrivato al parossismo a Barcellona, e sfociato nella “dichiarazione d’indipendenza” dell’ottobre del 2017, che portò all’arresto o alla fuga all’estero i deputati locali che l’avevano votata e i loro collaboratori, avesse fatto infuriare il resto del Paese. Questo è senz’altro vero. Con la Catalogna ci vuole il bastone, dicevano i partiti di destra parafrasando il generale Espartero (“per il bene della Spagna, Barcellona va bombardata ogni 50 anni”), convinti che tutti gli spagnoli fossero d’accordo su un ritorno al centralismo e all’abolizione delle autonomie regionali. Ma anche i catalani votano. E mentre nel resto della Spagna non si sollevava nessuna grande ondata centralista – forse perché gli spagnoli sanno bene che è la regione di Madrid ad aspirare la maggior parte delle risorse pubbliche – la vendetta contro il catalanismo promessa da Vox e dal PP spingeva gli elettori delle province catalane di Barcellona, Tarragona, Girona e Lleida a votare in massa i partiti del governo uscente (i socialisti segnano +20% sui popolari nella regione, Sumar è la seconda lista più votata), visti come unica garanzia per la loro storica autonomia. Dalla Catalogna, seconda regione più popolata del Paese, è arrivato così in dono uno scrigno pieno di preziosissimi seggi per la coalizione di sinistra.

 

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Per ottenere la sua maggioranza, però, non bastano a Sánchez i deputati socialisti e quelli di Sumar: deve accordarsi anche con i 14 deputati catalani e gli 11 baschi provenienti da quattro partiti differenti, tre dei quali indipendentisti. E’ impossibile, infatti, che queste forze stringano patti con il blocco di destra – d’altronde Abascal non fa mistero di considerare i partiti in questione “comunisti, golpisti, terroristi”. E infatti, anche nel Paese Basco il Partito Socialista è stato il più votato.

I partiti con cui dovrà trattare Sánchez sono abbastanza diversi tra loro. Per cominciare, il Partito Nazionalista Basco, formazione ormai più che centenaria, contenitore storico della cultura politica di Euskadi e garante parlamentare del regime fiscale speciale che beneficia la regione; con questo partito, centrista e consumato al negoziato come caratteristica politica innata, l’accordo dovrebbe arrivare senza problemi. Poi c’è Bildu (“Paesi Baschi Uniti”), formazione presieduta da Arnaldo Otegi, che in gioventù fece parte del gruppo terrorista ETA, scontò poi una condanna a dieci anni, ridotti a sei: anche l’accordo con Bildu, partito di sinistra radicale, dovrebbe essere raggiungibile con non troppi patemi. Lo stesso vale per Sinistra Repubblicana di Catalogna (ERC), indipendentista come Bildu, ma pragmaticamente propensa all’accordo con Sánchez perché come Bildu appartenente al blocco di sinistra. E per finire, le spine: i sette deputati di Junts (Insieme per la Catalogna), il partito indipendentista di centro-destra di Carles Puigdemont – l’uomo che presiedeva la Generalitat (la giunta regionale) al momento della dichiarazione d’indipendenza, ancora in esilio (o in fuga, a seconda del punto di vista) a Waterloo. Che dei socialisti non è affatto amico – anche perché in maggio un accordo tra PSOE e PP ha tolto la poltrona di sindaco di Barcellona al candidato di Junts Javier Trias e l’ha data al socialista Jaume Collboni. Che per tutta la campagna elettorale ha ripetuto che non avrebbe aiutato Sánchez. Che continua a perdere voti perché i delusi dell’indipendentismo si astengono o guardano altrove. Che accarezzava l’idea di un ritorno della destra centralista al potere a Madrid, perché questa avrebbe restituito senso alla sua proposta politica.

Carles Puigdemont saluta i membri del suo partito in video conferenza da Waterloo

 

Cosa chiederà il partito di Puigdemont a Sánchez? L’amnistia per tutti gli esuli (o i latitanti) dell’indipendentismo all’estero? L’autodeterminazione della Catalogna, ossia un referendum ufficialmente riconosciuto? Il voto dei catalani a sinistra è stato eloquente, ma sicuramente molti, dentro Junts, sono tentati di presentarsi con proposte irricevibili per la controparte madrilena: la palla che decide la “partita yugoslava” in Spagna è arrivata nelle loro mani, mani ansiose di ritrovare protagonismo, in un momento in cui l’indipendentismo catalano ha perso smalto e slancio. La Catalogna per Sánchez: soluzione e problema.

Che succederebbe poi se la trattativa fallisse? Potrebbe allora essere esplorata l’idea delle larghe intese tra PP e PSOE. L’unica alternativa sarebbe altrimenti quella di una ripetizione elettorale dal risultato imprevedibile – di cui non sarebbe però facile, per nessuno, prendersi la responsabilità.