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Il voto anticipato in Spagna e lo scenario politico europeo

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23 luglio: una data così inoltrata nel calendario estivo per le elezioni politiche spagnole si deve alla decisione del premier Pedro Sánchez di sciogliere le camere, come conseguenza della sconfitta della sinistra alle amministrative di fine maggio. Una disfatta, in termini di risultati più che di voti, che ha convinto il Primo ministro socialista ad accorciare la legislatura – in Spagna, sia il capo del governo che i presidenti delle regioni (comunità autonome) hanno la facoltà di indire le elezioni anticipate.

Per capire la portata di questo appuntamento non devono sfuggirne – oltre a quella locale – anche le altre due dimensioni: quella mediterranea e quella europea. Ma, per cominciare, bisogna mettere a fuoco come e perché la sinistra ha perso le amministrative, e perché Pedro Sánchez, o confidenzialmente Pìter dopo la visita alla Casa Bianca che ha aperto la campagna elettorale di primavera, ha ritenuto che votare cinque mesi prima della scadenza naturale del mandato, luglio invece che dicembre, sarebbe stata una scelta sensata per qualche ragione.

Pedro Sánchez

 

Il 28 maggio è una data che il Partito Popolare (PP), la forza da trent’anni egemone sulla destra spagnola, ricorderà a lungo. Il PP del segretario Alberto Núñez Feijóo ha strappato sei regioni – le comunità autonome, entità amministrative la cui importanza politica nel sistema spagnolo supera di molto quella dei comuni capoluogo – alla sinistra. Ha trionfato nella capitale, riconfermando i suoi amministratori uscenti, il sindaco Almeida e soprattutto la presidenta della regione di Madrid Ayuso, ormai soprannominata, riecheggiando Franco, “l’Assolutissima”, per la capacità di macinare dalle urne maggioranze assolute sempre più grandi – l’ultima davvero schiacciante, 70 seggi per il PP contro 27 per i socialisti al parlamento regionale. Ha riconquistato la Comunità Valenciana e la città di Valencia, due incastri fondamentali nel puzzle geopolitico della penisola iberica, anelli di congiunzione tra la calamita di Madrid e l’arco mediterraneo della poderosa industria immobiliare e turistica. E continua ad avanzare in Andalusia, regione un tempo culla e laboratorio del socialismo egualitario (la regione più povera e popolosa non doveva essere da meno delle altre, in nulla, e poi il principio era traslato all’intera società) ed edonista della Spagna di Felipe González, granaio di voti blindati ormai però sempre più in mano, perfino nella capitale Siviglia, a giunte del PP.

Di fronte a questo predominio popolare sulla Spagna “centrale”, le eccezioni arrivano quasi soltanto dalla Spagna “periferica”, ossia da Catalogna, Paese Basco, Navarra e Galizia, dove le amministrazioni locali restano più facilmente in mano a forze regionaliste in alleanza con i socialisti, dato che l’autonomismo di questi territori si coniuga (quasi sempre) male con una destra in rampa di lancio. A Barcellona, per la cronaca, la alcaldessa Ada Colau ha perso per un pugno di voti la possibilità di essere riconfermata per un terzo mandato, e la poltrona di sindaco è in ballo tra un candidato del centro-destra ex indipendentista e uno del Partito Socialista catalano. A livello generale, comunque, il PP aveva politicizzato il voto, chiedendo agli spagnoli di trasformarlo in una sonora bocciatura del governo Sánchez; e il giudizio è arrivato.

Feijóo può allora “stare senza pensieri”, e aspettare il 23 luglio come chi scruta un fiume in attesa di vedervi galleggiare il cadavere del suo nemico? Non è esattamente così. Intanto perché la destra aveva in programma di scatenarsi, tra le amministrative e le politiche previste per dicembre, approfittando delle crescenti liti e delle contraddizioni della multiforme coalizione di governo, con una graticola quotidiana su cui arrostire a fuoco lento il premier e l’esecutivo – tacciati addirittura di essere “illegittimi” fin dall’insediamento. Le elezioni anticipate chiamate da Pìter invece spostano nello specchietto retrovisore le amministrative, e obbligano il PP a concentrarsi sulle candidature – dove c’è un delicato equilibrio da trovare tra la componente legata alla madrilena Ayuso e attraverso lei al decano della destra spagnola, l’eternamente influente José María Aznar, e quella più moderata incarnata da Feijóo. E c’è un altro nodo da sciogliere: i seggi del partito di estrema destra Vox potrebbero essere decisivi per la formazione di un governo del PP, come già lo sono nei parlamenti di ben sei comunità autonome. Mentre la formazione liberal-conservatrice Ciudadanos si è praticamente disciolta, travasando i suoi voti al PP, Vox è in piena ascesa, terzo partito secondo i sondaggi, e il Partito Popolare deve ora dire agli spagnoli, senza tempo per negoziare, se un’alleanza con loro è da escludere o meno.

Feijóo e Ayuso a cena a Madrid

 

Un altro elemento ha deciso Sánchez all’anticipo elettorale. A contare i voti delle amministrative, la somma tra PP e Vox dà circa 9 milioni; mentre quella tra socialisti (PSOE) e tutte le varie formazioni radicali, locali, regionaliste, da Podemos alle liste collegate o scissioniste come Sumar della ministra del Lavoro Yolanda Díaz, agli autonomisti o indipendentisti catalani e baschi, che hanno sostenuto la formazione del governo Sánchez tocca i 10 milioni. Tra parentesi, come hanno fatto a perdere, allora? Intanto perché si tratta spesso di voti concentrati solo in alcune regioni specifiche. Ma anche, risposta che ci è ben più familiare, perché le formazioni a sinistra del PSOE si sono presentate al voto divise, annunciando forte e chiaro di non essersi accordate su nulla, perdendo in questo modo per le regole elettorali spagnole un numero consistente di seggi, che avrebbe consentito di ribaltare vari risultati, spingendo i propri simpatizzanti all’astensione, collezionando una serie di percentuali imbarazzanti.

Le regole elettorali: la legge che disciplina il voto spagnolo, regolata in dettaglio fin dalla Costituzione del 1978 con l’obbiettivo di favorire la moderazione dei partiti, è un sistema proporzionale con una correzione significativa: offre un grande vantaggio in termini di seggi al partito più votato nelle province rurali e interne. I socialisti, con l’idea di presentarsi come unica alternativa alla destra, agendo così da aspirapolvere sulle malridotte e frammentate forze della sinistra radicale, a cui restano appunto pochi giorni per trovare un accordo e poche briciole di credibilità e fiducia su cui costruirlo, vogliono essere questo partito; per farlo, però, dovranno trovare una narrativa elettorale che in qualche modo rinneghi o rettifichi l’esperienza di governo appena conclusa in coabitazione con la sinistra radicale. Perché la scommessa riesca, devono poi sperare allo stesso tempo che Vox, partito con molti consensi appunto in quelle province, tolga abbastanza forza al Partito Popolare. Contano poco dal punto di vista strettamente pratico le riforme economico-sociali progressiste approvate dal governo uscente: per vincere – molto difficile, non impossibile – Sánchez dovrebbe ritrovare una centralità politica che in questo momento ha perso, e inventare una formula nuova con cui proporre agli spagnoli una ragione per mantenerlo al potere altri quattro anni.

 

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“L’Europa finisce ai Pirenei”, scrisse Stendhal in visita in Spagna negli anni Venti dell’800, inorridito dall’arretratezza sociale che vi trovò – vaticinò allora, indovinando, che ci sarebbero voluti un paio di secoli, “e chissà quanto sangue per scriverla”, per avere una Costituzione democratica in quel Paese. Ma mai come oggi è vero il contrario: gli eventi spagnoli sono legati in profondità ai propri contenitori geografici di riferimento. In queste settimane, in tutte e quattro le grandi penisole mediterranee è fiorita una primavera-estate di appuntamenti elettorali.

Primo per importanza, senz’altro il voto in Turchia, che ha certificato la riconferma, con qualche difficoltà, di Recep Tayyp Erdogan a capo del Paese. La vittoria sul cartello unito delle opposizioni è arrivata solo al ballottaggio, ma Erdogan ha riottenuto la presidenza, con attribuzioni di potere ancora più estese, e la maggioranza assoluta in Parlamento. Il suo controllo sulla Turchia è saldo, al netto della popolarità del sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu – facile prevedere che quest’ultimo entrerà presto nel mirino dei poteri dello Stato e dei media (quasi tutti di osservanza governativa), allo scopo di distruggerne la potenziale carriera.

Ma il 21 maggio si è votato anche in Grecia, e il premier uscente, il conservatore Kyriakos Mitsotakis, si è imposto in scioltezza su una sinistra divisa e logorata, dov’è in discussione l’ormai decennale leadership di Alexis Tsipras: il verdetto delle urne è stato impietoso per Syriza, che ha perso un terzo dei voti. Se il suo partito, Nuova Democrazia, non ha ottenuto la maggioranza assoluta in parlamento, Mitsotakis ha ottenuto però dalla presidente della Repubblica una ripetizione immediata del voto (25 giugno), che, grazie a una nuova legge elettorale con premio al partito più votato, quella maggioranza dovrebbe ora conferirgli senza problemi.

Il premier greco è molto vicino al Partito Popolare spagnolo, di cui fu ospite d’onore al Congresso tenuto nel 2021 dall’allora leader Pablo Casado nello scenario evocativo della Plaza de Toros di Valencia; sotto lo slogan “Crediamo”, nel suo discorso sottolineò la dimensione europea dell’intesa reciproca, ricambiata tre mesi dopo ad Atene, e rinnovata con il moderato Feijóo. Negli ultimi anni le tensioni tra Turchia e Grecia sono cresciute in maniera sensibile: nel ribollente (da millenni) scenario del Mediterraneo Orientale ci sono in gioco questioni territoriali – le acque greche, grazie all’infinita costellazione di isole, praticamente imbavagliano i litorali turchi – questioni geopolitiche – per esempio l’accesso russo e turco a grandi basi di influenza regionale come Cipro e Siria, ma anche la lotta per il potere nella dirimpettaia Libia – e questioni energetiche, cioè il controllo degli immensi giacimenti di gas e petrolio trovati nelle acque tra Cipro, Israele ed Egitto. Su un simile mare di contrasti si innesta la gestione dei flussi migratori dal Medio Oriente, che proprio attraverso la Grecia puntano verso l’Europa centrale, e che vengono bloccati sulle coste turche da Erdogan per conto dell’Unione Europea.

In questo quadro, la Spagna di Sánchez si è posta in posizione di pacificatrice, sposando la linea di mediazione con Ankara sostenuta da Berlino e rifiutando l’idea dello scontro aperto propugnata da Parigi in accordo con Atene. Senza dubbio Mitsotakis chiederà a un eventuale governo di Feijóo di indurire l’atteggiamento diplomatico della Spagna, che con la Turchia prevede ad oggi una collaborazione anche militare. Non vanno trascurati, a tal proposito, elementi di contesto che chiariscono le ragioni delle posizioni dei diversi Paesi: ad esempio, la postura “imperiale” o almeno nazionalista garantisce consenso politico non solo in Turchia, ma anche in Grecia e in Francia, con quest’ultima coinvolta da protagonista nello sviluppo dei giacimenti sottomarini. La Germania, dal canto suo, non ha interessi nel Mediterraneo Orientale, dentro le sue frontiere vivono tre milioni di turchi, è la destinazione preferita dei rifugiati mediorientali e perciò tende a evitare di irritare Erdogan, dovesse mai per ripicca lasciar ripartire i migranti. Infine, PP e Nuova Democrazia siedono gomito a gomito nei banchi tutt’altro che tranquilli del Partito Popolare Europeo a Bruxelles, agitati e scossi dalle prove di laboratorio di nuove formule politiche.

La possibile convergenza Atene-Madrid non dovrebbe nascondere l’attenzione che il governo di Roma riserva al voto spagnolo. L’eventuale dipartita di Pìter e della sua coalizione (definita “sanchismo social-comunista” dalla destra spagnola) farebbe senz’altro sorridere un partito come Fratelli d’Italia, uscito nel frattempo indenne dal turno amministrativo italiano di maggio. D’altronde, il Primo ministro socialista aveva firmato all’inizio dell’anno un trattato con la Francia che lasciava isolata l’Italia nel quadro del Mediterraneo Occidentale – e a cui non sono estranei i successivi corteggiamenti della diplomazia italiana all’Algeria, in tema energetico ma non solo.

 

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Le connessioni tra la premier Giorgia Meloni e il leader di Vox Santiago Abascal sono forti: anche lei fu invitata in Spagna, dove intervenne in sostegno di Vox (giugno 2022) alle elezioni per la regione Andalusia. Circondata da un’enorme scenografia a metà tra un anfiteatro romano e un patio andaluso, nel suo discorso Meloni attaccò proprio quella igualdad che aveva definito e innervato la sinistra locale e nazionale. Slogan: “Cambiamento reale”. Abascal: in piedi ad applaudire. Ma i due sono oggi divisi dal ruolo che il partito di estrema destra potrebbe avere nel futuro esecutivo a guida PP: se alleato, sarebbe un formidabile ponte con Roma; se escluso, come capitò appunto in Andalusia dove il PP ottenne da solo la maggioranza assoluta, il governo italiano dovrebbe tagliare quei ponti, in favore di una convergenza politica inedita con gli esecutivi dell’Europa mediterranea.

Convergenza multiforme, di una destra dalle caratteristiche nazionaliste, centralizzatrici, conservatrici e fedele per forza o per amore ai dettami della NATO. Una destra coerente con l’idea che Manfred Weber, il capogruppo bavarese del Partito Popolare Europeo (PPE), ha dei rapporti di forza nella politica continentale: obbiettivo principale, farla finita con le coalizioni, le larghe intese tra progressisti, liberali e conservatori più forze eterogenee di vario titolo, tipiche del consenso politico a Bruxelles, e passare a una maggioranza ideologicamente connotata. L’orizzonte è quello delle elezioni europee della primavera 2024.

Effettivamente, dall’invasione russa dell’Ucraina in poi, le elezioni politiche tenute all’interno della UE hanno prodotto dei risultati piuttosto eloquenti, oltre ad aver probabilmente esaurito le scorte di champagne nella sede del PPE. Dall’Ungheria (aprile 2022) alla Grecia, passando per Svezia, Italia, Lettonia, Finlandia, le forze conservatrici sono andate al governo, con varie formule. A fare eccezione, la Francia, dove il “centrista” Emmanuel Macron ha ottenuto un secondo mandato – ma dove in parlamento ha bisogno del sostegno della destra tradizionale. La Danimarca, unico Paese dove hanno vinto i socialisti. Estonia e Bulgaria, con un risultato più incerto.

Manfred Weber (a sinistra) con Kyriakos Mitsotakis ad Atene

 

Il piano di Weber prevede di costruire una maggioranza al parlamento europeo che poggi sull’accordo tra i partiti aderenti al PPE e quelli della destra nazional-populista, depurati dalle loro componenti anti-euro o filo-russe, come già accade in vari casi come Italia o Svezia. Una formula da testare dunque anche in Spagna, il quarto Paese dell’Unione per importanza. Questo perimetro potrebbe essere allargato anche ad alcune forze liberali già abituate a guardare a destra, come quelle che fanno riferimento a Macron o al premier olandese Mark Rutte. La convenienza, per Macron, starebbe nell’isolare politicamente la Germania rosso-verde-gialla del Cancelliere socialdemocratico Scholz, che verrebbe tagliata fuori dal cuore del processo decisionale europeo, in favore di una visione di un’Unione ancor meno federale e ancor più ritagliata sulle esigenze dei singoli stati nazionali rispetto a quella attuale – le elezioni in Polonia, in autunno, saranno una tappa centrale di questo progetto.

Si può discutere sul perché l’Europa, che oggi rappresenta il 7% della popolazione mondiale, ma il 25% della ricchezza e il 50% della spesa pubblica, abbia imboccato questa strada in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina. E se l’invasione russa e la fine della pace nel continente ne siano davvero la causa, o non siano invece altre tendenze, latenti, come gli effetti dell’invecchiamento della popolazione, o dell’amplificarsi di nuove diseguaglianze, o della fine del benessere garantito, a catalizzarsi in un voto conservatore, di chiusura, di auto-difesa, che coagula in alcuni gruppi sociali specifici grazie appunto a grandi eventi scatenanti. Nel frattempo, comunque, il primo atto di Santiago Abascal dopo le elezioni amministrative spagnole è stato un viaggio a Budapest, per raccogliere la benedizione di Viktor Orban – poco dopo, la premier italiana ha ricordato la sua amicizia con Vox: ciò che accadrà in Spagna il 23 luglio sarà cruciale per determinare la direzione in cui cambia la politica europea.

 

 

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