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A Madrid, la guerra dei mondi tra ideologie e identità

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Il 4 maggio si voterà a Madrid, e si tratta di un evento importante per la politica europea: tutti i conflitti ideologici, territoriali e politici del nostro tempo trovano una rappresentazione in una delle tante pieghe in cui si articola lo scontro tra la destra e la sinistra spagnola, a contendersi il governo della regione della capitale.

Madrid dal centro verso il Nord

 

“DA MADRID AL CIELO”. Per prima cosa, la “Comunità di Madrid” è molto di più di una semplice regione spagnola. E’ un’entità monoprovinciale che corrisponde all’area metropolitana estesa e al territorio urbano e suburbano della capitale. Ci vivono quasi 7 milioni di persone. E negli ultimi decenni ha saputo trasformarsi in una città-stato di fatto, una capsula quasi indipendente alle decisioni, ai venti, alle tendenze del resto del Paese. Un luogo ben diverso da Washington DC, che è la casa della politica americana, e poco altro. Diverso anche da Parigi, che della Francia è il centro indiscutibile. La Comunità di Madrid vuole imporsi senza discussione e senza lacci su un paese policentrico; vuole diventare il Monte Olimpo della Spagna – o almeno questo è il progetto del Partito Popolare, la destra che la governa da un quarto di secolo dalle stanze con vista sulla Puerta del Sol.

Madrid ha spiccato il volo sulle ali delle scelte politiche del governi spagnoli degli ultimi decenni: la loro tonalità centralista non è stata mai davvero messa in discussione dall’epoca di Francisco Franco, ma i loro effetti sul peso della capitale sono cresciuti a moltiplicatore esponenziale negli ultimi anni. Madrid attira il grosso degli investimenti pubblici e privati, anche quando si tratta di infrastrutture inutili. Madrid è imprescindibile nel sistema radiale delle comunicazioni che innerva la penisola iberica. Madrid ha concentrato risorse e capitali disponibili negli anni della crisi, in cui il resto di Spagna s’è svuotato.

Inoltre, non avendo un retroterra industriale importante, ha sofferto poco la lunga decadenza dell’industria europea soprattutto dopo l’adozione dell’euro, che in Spagna ha penalizzato di più, ad esempio, una comunità come la Catalogna. Ha invece costruito un modello economico proprio, impiantato ai tempi di José Maria Aznar (1996-2004) e cresciuto rigoglioso nel quarto di secolo successivo.

Potremmo azzardare un paragone con la Lombardia, se non fosse che il modello madrileno ha approfittato di un turbo con pochi paragoni in Europa. Le funzioni di capitalità e centro decisionale, di nucleo finanziario-borsistico, di ponte con il Sudamerica – elemento niente affatto trascurabile che ha salvato decine di imprese spagnole dalle conseguenze della crisi finanziaria del 2008. La capitale spagnola sorge al centro della Castiglia, ossia in mezzo a uno spazio fisico pressoché vuoto, ideale per il mattone e le grandi opere. Madrid è stata il catalizzatore dell’espansionismo edilizio-infrastrutturale-edonista di un sistema che poi, nazionalizzato, collassò appunto nel 2008.

Sanchinarro, un classico dello sviluppo urbano di Madrid degli anni pre-crisi

 

Le conseguenze di quel collasso portarono infatti i Popolari a perdere il governo della città. Ma non della regione, grazie a una scissione interna a Podemos – una di quelle mosse della sinistra di cui il senso sfuggirà per secoli come i geroglifici – che consentì alla destra unita (PP, Ciudadanos e Vox) di mantenere la maggioranza assoluta del parlamento regionale per due seggi, due anni fa. D’altronde, la Regione per importanza politica aveva già oscurato la Città. Il pil della Comunità di Madrid è il maggiore tra le regioni di Spagna sia in valore assoluto (ha superato la Catalogna), sia pro-capite (ha superato il Paese Basco). Allo stesso tempo, la Comunità ha battuto tutti i record spagnoli anche in termini di diseguaglianze, consumo di suolo, inquinamento.

Quella che secondo il suo inno ufficiale è “la metropoli ideale del dio del progresso” è governata dal 2019 da Isabel Díaz Ayuso, 43enne di Chamberí, distretto nel cuore del milieu conservatore della capitale. Ayuso ha sciolto in anticipo la sua giunta per liberarsi del costoso sostegno dei liberali di Ciudadanos, sospettati di “intelligenza col nemico” di sinistra, e ha indetto elezioni anticipate – prerogativa dei presidenti regionali spagnoli – convinta com’è di essere riconfermata con maggioranza assoluta.

 

GUERRA CULTURALE IN SALSA PANDEMICA. Nel 2020, Madrid diventa un grande epicentro della pandemia; il suo sistema sanitario semi-privatizzato si sbriciola, il numero di vittime è altissimo. Ma Ayuso coglie l’occasione per porsi come portabandiera della capitale contro il governo nazionale del socialista Pedro Sánchez, criticandone più o meno tutte le scelte. Dal barrio di Salamanca, emblema della Madrid benestante, come anche da Chamberí, già da aprile del 2020 partono clamorose proteste in strada contro il lockdown e il governo nazionale, che si estendono ad altre città. Oltre al contenuto politico della mossa, ce n’è anche uno simbolico: Madrid, il “centro” del Paese, si mostra in contrasto con un governo retto da una sinistra amica delle forze autonomiste basche e catalane.

Ayuso così dà voce a quella destra antropologica che non ha mai digerito la mozione di sfiducia con cui la sinistra e i partiti indipendentisti fecero cadere in parlamento il governo del Popolare Mariano Rajoy tre anni fa, che aprì la porta ai governi Sánchez. Smacco intollerabile in un Paese in cui le divergenze politiche prendono spesso la forma di conflitti perpetui ed estenuanti, vinti dall'”ultimo che resta in piedi”.

E la guerra ideologica continua in versione pandemica, sulla falsariga degli Stati Uniti di Trump. Grazie a una certa autonomia sulle restrizioni, la Madrid di Ayuso consente già da mesi le riaperture di bar, ristoranti, cinema, teatri: e le strade della città, che è tra le più vivaci d’Europa, si rianimano di residenti e anche di turisti in cerca di fiesta. Intanto, la presidenta accusa il governo di sinistra di provocare la devastazione economica con i suoi provvedimenti restrittivi. Le aperture di Madrid, in effetti, beneficiano i dati del pil. E il loro effetto psicologico, dopo 13 mesi di pandemia, rende popolare chi le promuove, mentre spinge i partiti e i ministri del governo nazionale nella spinosa posizione dei grilli parlanti, difensori delle restrizioni. Per quanto riguarda le vittime della pandemia, Madrid ne conta ora più di Londra, il doppio di Roma e Parigi, il triplo di Berlino. Ma in questa fase sembra importare a pochi.

Ecco dunque le parole d’ordine del voto: suonare la riscossa contro il governo di sinistra-sinistra. Consolidare lo status privilegiato della Capitale in un paese in cui l’autonomia delle regioni è tema nucleare. E rivendicare il valore di un modello economico che potremmo chiamare liberista-trumpiano: tasse basse alle fasce benestanti e alle imprese, privatizzazione dei servizi pubblici, poca spesa pubblica dal momento che il successo si basa sul merito e la competizione, deregulation – incluso sulla pandemia, continuità tra finanza e politica e rubinetti bancari spalancati al consumo e all’investimento privato. Mentre Joe Biden a Washington si gioca tutto per cancellarlo, mentre il governo spagnolo promette di fare altrettanto, aumentando il prelievo fiscale ai ricchi per aumentare le protezioni sociali, Ayuso assicura invece che le tasse saranno abbassate ancora: a tutti, e soprattutto ai redditi alti. Lo slogan di Ayuso: libertad.

Isabel Díaz Ayuso

 

La destra spagnola, che poteva sembrare indebolita – ma mai commettere questo errore osservando le cose di Spagna, país de bandos , paese di ferree opposizioni, in cui per molti il compromesso è debolezza, e il partito politico prende la forma di una legione – ha costruito una tripla trincea intorno a Madrid. Madrid piazzaforte ideologica e finanziaria della Spagna che non vuole saperne del mito progressista dell'”igualdad“. Madrid santabarbara mediatica che produce senso politico e sa imporre i propri punti di vista a gran parte del paese. E Madrid baluardo europeo (l’alleanza di Ayuso con l’estrema destra di Vox è certa, se necessaria) di un trumpismo che si dava erroneamente per sepolto.

Il risultato del voto non è scontato, benché sembri che Ayuso abbia più frecce al suo arco rispetto all’opposizione. Lo scontro ideologico è esploso con virulenza, tra litigi, minacce, insulti di ogni tipo, occupando tutto il sonoro e lo spazio: si parla (urla) molto di fascismo e comunismo, e resta poco per parlare di quale sarebbe il modello alternativo di Comunità che la sinistra vorrebbe incarnare. Il governo di Pedro Sánchez in questo momento non è molto amato, e l’elettorato ha l’occasione di dare un segnale anche in questa direzione.

 

DUE BLOCCHI, DUE IDENTITA’. I due blocchi sono pressappoco divisi ognuno in tre partiti. A destra, Ayuso è la leader incontrastata; l’ambigua Ciudadanos potrebbe sparire sotto la soglia di sbarramento. E Rocío Monasterio, la candidata di Vox, invece che la sua spina nel fianco, si rivela un complemento efficace per rastrellare voti preziosi nella classe media molecolare che occupa le grandi distanze umane e sociali delle vaste periferie e delle città satelliti, arbitra della contesa; voti idealmente da trasformare poi in seggi-puntello per il governo di Ayuso. Agli elettori, l’estrema destra dice che solo bloccando i trasferimenti alle altre regioni, sospendendo i sussidi agli immigrati, tagliando della metà il numero dei parlamentari, abolendo la corte costituzionale e lottando contro la sinistra liberticida (vedi coprifuoco) si potrà “proteggere Madrid”. Vox è il partito più giovane della competizione; la 47enne Monasterio era sconosciuta fino al 2016, quando esordì presentandosi a un evento del presidente indipendentista della Catalogna Carles Puigdemont con un paio di manette, al grido di “senza legge non c’è democrazia”.

La sinistra risponde con una critica puntuale delle storture del modello economico madrileno, ma con un tridente di candidati non proprio equilibrato. Il socialista Ángel Gabilondo, professore universitario 72enne che si autodefinisce “piatto, serio e formale” per marcare la differenza con le crudezze della campagna, aveva però già detto di volersi ritirare dopo la sconfitta del 2019, e non pare in grado di disturbare Ayuso, anzi. Nell’ala radicale invece c’è un problema forse opposto, un’eccessiva personalità e combattività incarnate dalla medica Mónica García per la lista di sinistra indipendente Más Madrid, e nientepopodimeno che Pablo Iglesias per Podemos. Iglesias ha lasciato la vicepresidenza del governo per lanciarsi anima e corpo in queste elezioni regionali in cui si gioca molto del suo futuro politico.

I due, 47 e 43 anni, senz’altro molto abili nella comunicazione, hanno però il limite di non riuscire a connettere col campo conservatore e di poter appellarsi fino a un certo punto al voto di protesta, visto che sono associati al governo nazionale. L’uno, perché da anni attaccato senza tregua né scrupolo alcuno, in modo quasi orwelliano, dalla maggior parte dei media e dalla destra madrilena, che lo dipingono ossessivamente come una specie di demonio. L’altra, cresciuta nelle mobilitazioni contro i tagli alla sanità post crisi del 2008, che invece quella capacità ce l’avrebbe, nel “tridente” non riesce a esprimere del tutto le potenzialità della sua candidatura. Riusciranno comunque a mobilitare almeno l’elettorato di riferimento, puntano molto sulle generazioni precarie under 40, fattore importante al momento del voto.

Mónica García

 

La lotta per la capitale non si esaurisce in questi aspetti, ma ha preso un’ulteriore declinazione. La presidenta Ayuso, per vincere, vuole riuscire a imporsi nella sfida cruciale dell’identità: a presentarsi insomma come il volto, la bandiera di Madrid. Madrid è così, come me, dice, esclama, ribatte. Benché Madrid sia anche la culla della movida post-franchista, dei grandi eventi in favore dei diritti civili, la scenografia del cinema e del teatro progressista e alternativo, la città degli indignados e il nucleo da cui è nata Podemos – un mondo insomma pluridimensionale, che infatti fino ad oggi nessuno ha potuto incasellare. E benché l’accusa di “nazionalismo” sia tinta di disprezzo quando le voci della destra spagnola la rivolgono ai partiti di Paesi Baschi e Catalogna, l’operazione non è lontana dal successo.

Chi contrasta Ayuso, a volte, sembra dover spiegare una contrarietà non a un’amministrazione o a un modello di governo, ma alla stessa città, alla rappresentazione che le è stata cucita addosso, e a una pretesa „madrilenofobia“ che prolifererebbe nel resto della Spagna, e, sottinteso, nel governo nazionale troppo filo-autonomista. “No, Madrid non è così”, dicono i candidati di sinistra. Ma negando una certa Madrid, se ne deve proporre un’altra. E si finisce per confermare che un’identità “madrilena” definita esiste. Battaglia identitaria in posizione di rincorsa, brutto segno per l’opposizione.