international analysis and commentary

Le forme nuove della globalizzazione

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In questo ultimo anno, non c’è stato chi, almeno per una volta, non abbia pensato alla pandemia come al cigno nero che sconvolge l’esistente. Eppure, bisognerebbe andarci con i piedi di piombo, come in tutte le cose. Il cigno nero non è un qualunque evento inatteso. Di quelli è piena la nostra quotidianità. Quando uno si sveglia la mattina non prevede certo che tornando a casa nel pomeriggio inciamperà in uno scalino e cadrà. Anche quello è un evento imprevisto. Ma poi si alza, si rende conto che non si è fatto niente e prosegue per la sua strada. Male che vada dovrà spendere qualcosa per la tintoria. Quell’evento non ha provocato una alterazione fondamentale di quanto programmato o di quanto atteso.

Al contrario, un cigno nero è un evento imprevisto che provoca un cambiamento radicale delle aspettative collettive. Questo vuol dire che non tutti gli eventi inattesi provocano un cambiamento nella direzione di rotta, alterando processi in corsa. Il che vale anche per la pandemia, che certo ha causato dei cambiamenti radicali in alcuni settori, ma in una serie di macro-aree ha di fatto accelerato processi che erano già in corso. Uno di questi è una mutazione della globalizzazione, che certo è una parola-ombrello sotto alla quale ci sono tante cose. Analizziamo la questione dal punto di vista dell’economia e del commercio internazionale e facciamo un po’ di ipotesi.

 

Si può avere la situazione in cui un prodotto è fabbricato e venduto in un solo paese, e ipotizziamo che ciò accade perché una serie di norme tengono chiusi i mercati nazionali. A quel punto ci troviamo di fronte a un fenomeno che si chiama autarchia. Oppure la situazione in cui un prodotto è realizzato in un solo paese e venduto in tutto il mondo. In quel caso a essere globalizzata è la domanda e non l’offerta. Possiamo dire allora che ci troviamo di fronte a una globalizzazione della domanda. Al contrario, se un prodotto viene fatto in tutto il mondo, ma venduto solo in una manciata di economie, allora ci troviamo di fronte a una globalizzazione dell’offerta. Se poi, per chiudere il cerchio, un prodotto viene fabbricato in giro per il mondo e venduto in ogni parte del mondo, allora ci troviamo di fronte a un caso di prodotto globalizzato.

Ora, la domanda da farsi è la seguente. In quale tipo di sistema produttivo siamo vissuti negli ultimi decenni? A me pare che siamo vissuti in una forma di globalizzazione dell’offerta. Immense catene della produzione globale producevano beni che poi venivano venduti essenzialmente nei paesi sviluppati, nei tre grandi poli del commercio internazionale: Europa, Giappone e Stati Uniti.

Il punto è che già prima della pandemia erano in atto dei processi che stavano apportando dei cambiamenti profondi. Per due ragioni principali. La prima: si assisteva a un processo di reshoring, vale a dire avvicinare la produzione alle aree di consumo per poter essere in grado di personalizzare l’offerta, mettendo fianco a fianco creativi e produttori. Il che significa rompere la logica della divisione fordista del lavoro, che serviva a fabbricare prodotti standardizzati di massa, e creare le condizioni per dare vita a prodotti personalizzati di massa. La seconda ragione: che senso ha delocalizzare in Cina se le fasi a più alto contenuto di manodopera posso farle fare dai robot nel capannone sotto casa? Di qui l’accorciamento delle catene di produzione che potrebbero assumere una dimensione non più globale, ma regionale (come l’Europa, per intenderci).

La pandemia non ha fatto altro che accelerare questo trend (che ha una base di tipo economico e tecnologico), già in atto e su cui si erano mossi anche i venti del protezionismo politico, che hanno spirato con forza negli ultimi anni. La pandemia ha accelerato il trend e ci ha immesso degli elementi extra-economici e tecnologici: la paura che il fornitore blocchi le consegne e tenga per sé le mascherine, i ventilatori, i vaccini.

Dunque, dalla globalizzazione dell’offerta si passa a una produzione di tipo regionale (o sub-regionale o addirittura solo nazionale) e quindi a una globalizzazione della domanda. Produco in un paese, cerco di vendere ovunque.

Per dirla diversamente, le fasi della produzione che erano state delocalizzate in giro per il mondo ora tornano in patria. Il che potrebbe anche avere effetti positivi a livello interno, a condizione che non si pensi che sia un ritorno allo status quo ante e quindi alla rivincita dei lavoratori non specializzati che avevano perso il posto di lavoro a favore dei loro colleghi cinesi. Ma quali sono le conseguenze sulla tenuta del sistema politico ed economico internazionale? Siamo sicuri che questa mutazione sia indolore?

Chiariamo: da una globalizzazione dove un prodotto viene fabbricato attraverso catene di produzione globali, per essere poi venduto soprattutto nei paesi sviluppati, si passa a un prodotto fabbricato soprattutto nei paesi sviluppati e venduto in tutto il mondo. Sembra un gioco di parole, ma non lo è, e le implicazioni possono essere enormi, sia in senso negativo che in senso positivo. Ma andiamo per gradi…

A questa nuova forma di globalizzazione della domanda (nel senso che un prodotto lo si deve vendere in tutto il mondo) corrisponde una contrazione delle catene globali della produzione, il che significa che la produzione si concentra a livello nazionale, o quanto meno in grandi macro-aree regionali. Ma se si riduce la filiera globale allora si riduce anche il numero di coloro che ci guadagnano dalla globalizzazione della produzione.

Per dirla in maniera rozza, se il vantaggio di un paese (ieri la Cina, oggi il Vietnam) è il basso costo della manodopera e questa manodopera può essere sostituita da robot in impianti industriali che sono nei paesi sviluppati, allora il vantaggio competitivo di quei paesi si azzera del tutto. Per fare ancora un esempio, se il vantaggio comparato ieri dell’India e oggi delle Filippine è il basso costo di una “menteopera” che parla fluentemente inglese, l’introduzione di bot in grado di tenere una conversazione sempre più complessa con i clienti azzera il vantaggio competitivo di questi paesi.

Dunque, le tre forze che stanno dando un nuovo volto alla globalizzazione –  le forze politiche, tecnologiche e psicologiche – stanno di fatto azzerando il vantaggio competitivo di molti paesi in via di sviluppo che avevano immaginato di fare del basso costo di alcuni loro fattori della produzione la fonte perpetua della loro ricchezza. Nel contempo queste stesse forze stanno dando nuovo slancio a quei paesi che negli ultimi decenni non hanno smesso di investire nella scuola, nella ricerca scientifica e nell’innovazione tecnologica, il che significa in una popolazione altamente istruita.

Ora di fronte a questo scenario, e cioè la tecnologia che uccide il vantaggio comparato dei paesi in via di sviluppo, con gli investimenti internazionali che percorrono al contrario la strada che avevano percorso negli anni Novanta, si aprono una serie di prospettive.

Come si è detto la produzione si concentra in pochi poli nazionali o macro-regionali, il che significa che i mercati di sbocco di questi prodotti sono sia le macro-aree stesse, sia il mondo intero. Nel primo caso, diventa prioritario sostenere la domanda interna, il che può essere fatto in due modi, che si legano l’uno con l’altro. Il primo è con politiche di Welfare State che offrano beni pubblici (scuola e istruzione) sia per qualificare la forza lavoro (sia consentito un linguaggio un po’ retrò) sia a indirizzare risorse privare verso i consumi. Il che ci porta al secondo passaggio, poichè se gli attori politici usano risorse pubbliche per sostenere una forte domanda interna, è naturale che non vogliano che questa domanda interna sia sfruttata da altri attori esterni che non partecipano a queste politiche sociali. Il metodo meglio conosciuto per fare ciò è quello di innalzare barriere doganali e tariffarie.

Altrimenti, si può scegliere di andare a caccia di una domanda internazionale, il che ci conduce a un’altra serie di opzioni. Almeno in linea di principio, infatti, nessuno può escludere che i produttori inizino ad andare in giro per il mondo nel tentativo di acquisire un accesso più o meno esclusivo alle proprie merci a mercato esteri. Il che, in linea teorica, passando lungo un continuum a intensità crescente, può essere fatto con strumenti che vanno dagli accordi commerciali fino alla conquista militare di un paese. In questa prospettiva, ci ritroveremmo in uno scenario nella sua fase soft di tipo colbertista, con un forte accento sulle esportazioni e la conquista di mercati internazionali; nella sua fase hard di tipo leninista, con l’imperialismo come fase suprema del capitalismo, per intenderci.

Eppure, non è detto che a reagire siano soltanto i paesi produttori; anche i paesi in via di sviluppo potrebbero decidere di chiudersi e impedire che merci prodotte altrove siano vendute all’interno dei propri mercati, provocando una continua fuoriuscita di capitali sotto forma di importazioni. A quel punto, la strada che potrebbero percorrere è quella di chiudere i propri mercati, avviare politiche di sostituzione delle importazioni, per produrre in patria o all’interno di macro-aree di paesi in via di sviluppo quei prodotti che ora sono fatti dai robot nei paesi sviluppati. Anche in questo caso ci sono due strade. Questi blocchi regionali di produttori fatti da paesi in via di sviluppo potrebbero decidere di sostenersi in prevalenza con la domanda interna, oppure potrebbero scegliere di aggredire i mercati internazionali.

Dunque, la regionalizzazione della produzione sia nei paesi sviluppati sia in quelli in via di sviluppo, può, dal punto di vista della domanda, produrre due scenari. Nel primo ci si concentra solo sulla domanda all’interno della macro-aree; nel secondo si scatena in una competizione globale tra le varie macro-aree per la conquista di mercati internazionali, con il prevalere di una logica a somma zero nelle relazioni tra i vari blocchi di produttori.

Il punto è che nell’uno come nell’altro caso l’ordine liberal-democratico (basato su mercati aperti e liberi commerci) costruito dopo la seconda guerra mondiale, che ha assolto sinora perfettamente al proprio compito, vale a dire evitare la guerra tra le grandi potenze, quell’ordine salterebbe del tutto; e con esso potrebbe saltare anche la pace che si è ottenuta. Il risultato sarebbe un balzo indietro di un secolo e il ritorno a quei blocchi regionali (l’area dello yen, del marco, del dollaro e della sterlina) che passarono presto dalla competizione economica a quella politica fino ad arrivare a quella militare.