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Barcellona, il palcoscenico dell’indipendentismo

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Le immagini delle strade di Barcellona in fiamme hanno fatto il giro del mondo. Da lunedì 14 a domenica 20 ottobre la capitale catalana ha vissuto una scioccante ondata di violenza e guerriglia di strada. Il lunedì mattina arriva la sentenza del Tribunale Supremo spagnolo: condanna agli organizzatori del referendum sull’indipendenza della Catalogna (1° ottobre 2017) da 9 a 13 anni di carcere per sedizione (disobbedienza allo Stato organizzata e violenta) e malversazione (uso di fondi pubblici per fini illegali). Subito cominciano le proteste, molto partecipate come previsto e pacifiche. Nel pomeriggio, il primo evento inatteso: gruppi di giovani si dirigono all’aeroporto, raggiungibile perfino a piedi dalla città, e con un’azione coordinata di sorpresa lo bloccano per un’ora. I manifestanti avevano studiato le proteste di Hong Kong.

E come a Hong Kong, a partire da quella sera, le dimostrazioni degenerano in atti violenti. In realtà, dopo le proteste diurne, classiche, tranquille (l’indipendentismo è stato sempre attento a non permettere mai nemmeno un atto di violenza di piazza), le strade di Barcellona vengono riempite al calare della notte da un altro tipo di manifestante. Si conosce poco di lui. Giovane, giovanissimo. Senza striscioni, senza bandiere, a parte qualche rara estelada, stendardo dell’indipendenza catalana. Pantaloncini, scarpe comode, felpa e volto coperto. Il suo obiettivo: giocare al gatto col topo con la polizia punteggiando la città di barricate fatte di cassonetti, transenne, segnali stradali, spartitraffico, alberi. Barricate normali? No, barricate date alle fiamme, a centinaia: barricate scenografiche, nelle grandi strade, nelle zone turistiche e commerciali (mica tra i vicoli della città vecchia), barricate impossibili da ignorare, difficili da gestire, barricate che avrebbero fatto il pieno di condivisioni social, e che sarebbero entrate nella campagna elettorale – si sarebbe votato tre settimane dopo in tutta la Spagna – con l’effetto di una grossa pietra scagliata contro i vetri di un salone illuminato. Barcellona brucia per una settimana. Dalla domenica, i roghi spariscono.

Chi conosce la capitale catalana sa bene che pullula di grandi scenografie, molte di queste plasmate dalla politica e dall’ideologia. C’è la maglia dell’Eixample (“ampliamento”), grande rete di isolati squadrati, attraversata da lunghi viali ortogonali e diagonali, concepita dal pioniere dell’urbanistica Ildefons Cerdà per liberare i barcellonesi imprigionati dentro le insalubri e costrittive mura borboniche. Numerose utopie urbanistiche e architettoniche, anche se spesso prosaicamente finanziate dalla borghesia locale, hanno prodotto segni urbani mirabili in città, a cominciare dal modernismo di Antoni Gaudí e Lluís Domènech, modernisti sì ma alla spasmodica ricerca di un legame con la mitica Catalogna medioevale. A dire il vero, non c’è stato regime di governo che non abbia lasciato tracce, spesso anche profonde cancellature, sull’urbe catalana. Ma Barcellona non è stata modellata solo dall’alto: anche dal basso lo hanno fatto le pulsioni della sua viva e irrequieta società.

L’Eixample con la Diagonal in primo piano

 

Politica e ideologia hanno disegnato la scenografia, e hanno acceso le passioni sul palcoscenico. Le passioni ideali di Barcellona, per di più, sono vissute spesso in antitesi con il clima dominante nel resto della penisola iberica. Chi visitava la Spagna nell’800 ne rimaneva inorridito per l’arretratezza spaventosa: non così nella capitale catalana, integrata nei meccanismi economici della rivoluzione industriale e abitata da una classe tipicamente borghese mercantile, che in altre parti della Spagna ancora oggi pena a comparire, e da una classe lavoratrice organizzata e fiera. A Barcellona rinacque il nazionalismo culturale catalano mentre quello spagnolo agonizzava in un ex impero derelitto. Barcellona fu poi la vera capitale (anche se cadde prima di Madrid e Valencia) della resistenza al colpo di stato di Francisco Franco nei tre anni della Guerra Civile: ruolo che pagò con terribili ferite.

La “settimana di fuoco” di questo ottobre 2019 nelle strade di Barcellona è stata paragonata alle proteste di Santiago, Hong Kong o Beirut, ma non ci si deve ingannare: non c’entra nulla con quanto accade nello stesso periodo in Cile, in Estremo Oriente o in Libano. Un terreno comune si trova però nel malessere e nell’agitazione che pervadono la società catalana: sono questi sentimenti diversi, cresciuti negli ultimi anni, che la politica locale ha cercato di indigare e deviare secondo le proprie convenienze.

Pochi conoscono la traduzione catalana di indignados. Il 15 maggio 2011 i famosi “indignati” si accampano alla Puerta del Sol di Madrid, un atto di protesta che avrà eco mondiale. Succede lo stesso in Plaça de Catalunya a Barcellona, dove però l’accampamento non dura mesi come quello madrileno, ma viene sgomberato brutalmente dalla polizia catalana, i Mossos d’esquadra, con il pretesto che potrebbe disturbare i festeggiamenti per la Champions vinta dal Barça. Il 15 giugno, gli indignados di Barcellona vogliono tornare a farsi sentire: alcune migliaia di persone tentano un ”assedio” al Parlamento regionale catalano, nel giorno in cui si discute la legge finanziaria. La protesta è feroce. Molti deputati sono aggrediti, volano gli insulti e le bucce di banana, gli sputi gli spintoni e i gavettoni; alcuni politici vengono “colorati” sulla testa e sui vestiti con bombolette spray; ad altri vengono rubate le borse. Tocca a tutti, chiunque passi. Le auto blu vengono percosse e si tenta di aprirle, e il presidente del governo, il nazionalista conservatore Artur Mas, deve riparare in un commissariato: verrà portato dentro il Parlamento in elicottero. I deputati verranno scortati da poliziotti anti-sommossa con il casco abbassato, il parco della Cittadella dov’è situato il Parlamento sarà chiuso, nelle strade ci saranno scontri per ore.

Perché tanta rabbia? Il governo conservatore catalano sta approvando una finanziaria lacrime e sangue. Siamo nel momento peggiore della crisi e la Spagna ne è sconvolta, con i disoccupati che aumentano di due milioni in due anni, e la Catalogna non fa eccezione. La finanziaria prevede tagli draconiani (fino al 60%) a scuole, cultura e ospedali, che in molti casi vengono privatizzati. Questi servizi in Catalogna sono gestiti dalla regione (la Generalitat). Non solo: la Generalitat di Artur Mas ha deciso di mettere tutti i provvedimenti economici in una sola legge, una legge “omnibus”, in modo da restringere il dibattito parlamentare (anche contro i regolamenti) e ridurre tutte le votazioni a una sola.

L’omnibus passa. La rabbia è enorme. Ma per comprendere appieno quello che sta per succedere a Barcellona, bisogna fare un piccolo passo indietro.

Fin dal 1980, la Catalogna è governata dal partito nazionalista catalano moderato Convergenza e Unione (CiU). Alla testa della Generalitat c’è Jordi Pujol, vero e proprio patriarca della resurrezione del catalanismo dopo i decenni della dittatura di Francisco Franco. Pujol, anche grazie a una serie di accordi pragmatici con i governi di Madrid, riesce a costruire una poderosa macchina amministrativa, istituzionale e politica che arriva a contare duecentomila dipendenti (su 7 milioni di abitanti) e gestisce non solo la scuola, la sanità e la cultura, ma anche la comunicazione, con una seguitissima tv regionale, e una forza di polizia (i Mossos). Non si parla di indipendenza. Ma CiU sembra diventato il “partito della Catalogna”, un po’ come la CSU in Baviera o la Lega in Veneto, così addentro al governo locale da sembrarvi in simbiosi per sempre.

Per sempre? Nel 2003 accade l’impensabile: dopo 23 anni di amministrazioni Pujol, CiU perde le elezioni. A governare la Catalogna (per un pugno di voti) sale Pasqual Maragall, socialista ed ex-sindaco della Barcellona olimpica, in coalizione con la sinistra radicale, inclusa la giovane formazione indipendentista Sinistra Repubblicana di Catalogna (ERC). Nel 2006, il colpo si ripete con la stessa formula. Il “partito di Catalogna” e di Pujol, ora nelle mani del delfino Artur Mas, non governa più né la regione né tantomeno la città di Barcellona – che in realtà in questi anni non ha mai amministrato. Il grosso del suo consenso e del radicamento infatti è fuori dall’area metropolitana, nella Catalogna interna, terra di associazionismo, piccola e media impresa familiare, attaccamento alla cultura e alle tradizioni locali, che CiU monopolizza.

Nella Plaça Sant Jaume di Barcellona si fronteggiano il palazzo della Generalitat (a sinistra) e quello del Comune (a destra)

 

Il potere di CiU però si è logorato, e una parte decisiva dell’elettorato si è spostata sui socialisti: siamo negli anni di José Luis Zapatero e lo stile del nuovo capo del governo spagnolo, giovane, progressista, lontano dal centralismo e dalle provocazioni del popolare José María Aznar, suo predecessore, piace. La Spagna va a gonfie vele – almeno in termini di PIL – e Zapatero ha anche promesso di aumentare ancora l’autonomia della Catalogna. Autonomia fiscale, autonomia giudiziaria, Catalogna nazione, scritto nero su bianco.

CiU, partito dell’amministrazione, del potere regionale, si trova male all’opposizione. Specialmente se la sinistra mette il cappello sul catalanismo. Ma la parabola di Zapatero si infrange sulla crisi; per di più la promessa di maggiore autonomia non viene mantenuta, spazzata via dalla Corte Costituzionale di Madrid – ma anche dall’opinione pubblica spagnola, piuttosto contraria. I socialisti si spostano su posizioni più centraliste; i catalani sono furiosi e si sentono traditi. Nel 2010, la maggioranza di sinistra in Catalogna naufraga e Artur Mas, al terzo tentativo, conquista la Generalitat, sia pure senza la maggioranza assoluta.

Le rose, però, non rifioriscono. Dopo pochi mesi, come abbiamo raccontato, il Parlamento catalano è sotto assedio e i suoi membri braccati da manifestanti inferociti. I sondaggi assicurano il tramonto di CiU: se si rivotasse, sarebbe Sinistra Repubblicana di Catalogna a trionfare. Il gruppo dirigente di Convergenza e Unione, allora, si decide: l’unico modo per impedire la saldatura della sinistra in coalizione – coalizione in grado di strappare la Generalitat al “partito di Catalogna” – è cambiare il campo su cui si gioca la battaglia politica. Non più destra contro sinistra, ma nazionalisti catalani uniti contro un fronte diviso di altri partiti incapaci di allearsi tra loro. Come attirare Sinistra Repubblicana nel campo della destra dei tagli lacrime e sangue? Con una fuga in avanti, una svolta indipendentista. L’indipendenza della Catalogna, da sogno di qualche radicale, deve diventare “utopia disponibile” per tutti, ragionano i dirigenti di CiU. Il fatto che Madrid stia collassando sotto i colpi della crisi, certo, aiuta: cosa ci facciamo in un paese che va male, che non ci ama e che si ricorda di noi solo per la dichiarazione dei redditi? – dicono in molti. C’è ancora una difficoltà per CiU: se si aprono le porte alla sinistra, come impedire di esserne “mangiati”? Questo è il minore dei problemi: Sinistra Repubblicana è un partito giovane, entusiasta, idealista. I suoi leader sono inesperti. Con le parole e le scenografie giuste sapremo guidarli dove vogliamo, pensano nel partito di Pujol e Mas. E il controllo della Generalitat tornerà nostro, costi quel che costi.

Funziona. L’11 Settembre (Diada) è la festa nazionale della Catalogna. Si commemora la caduta di Barcellona nelle mani della monarchia borbonica, che porrà fine alle istituzioni autonome catalane, nel 1714. La Diada è stata finora una giornata di eventi simbolici dal tono sobrio e limitato, ma ora la scenografia e il palcoscenico devono cambiare. Grazie anche alla forza dell’associazionismo catalano, una forza storica che ha attraversato i secoli, e che risponde positivamente, la festa nazionale si trasforma nella parata dell’indipendentismo. L’11 settembre 2012 un’enorme adunata attraversa il cuore di Barcellona. Un milione di persone sfila dietro lo striscione “Catalogna, nuovo stato d’Europa”, fino ad arrivare vicino al Parlamento – ricucendo così la ferita dell’anno prima. Niente caccia all’uomo contro i tagli stavolta, ma applausi e abbracci ai parlamentari che propugnano l’indipendenza.

Per due mesi dopo, Artur Mas ha indetto le elezioni anticipate – il presidente della Generalitat ha questo potere. CiU scende ma non c’è il tracollo: rimane primo partito con il 30% dei voti. ERC ottiene quasi il 14%. Il fronte catalano si salda: Sinistra Repubblicana saluta i suoi vecchi alleati, e passa a sostenere il nuovo esecutivo di Artur Mas (che altrimenti non potrebbe insediarsi). La nuova maggioranza indipendentista ha 71 seggi; l’opposizione, con 64, è comunque divisa tra la destra di popolari e Ciudadanos e la sinistra socialista e radicale.

Il cemento nazionalista del patto CiU-ERC regge ancor oggi e ha reso possibile l’escalation culminata con il referendum tenuto dalla Generalitat il 1° ottobre 2017, la “dichiarazione unilaterale d’indipendenza” il 27 ottobre successivo, e i processi e le sentenze, cui sono seguite le proteste incendiarie di questo autunno.

Barcellona rimane lo scenario imprescindibile dei fatti. L’11 settembre 2013 un’infinita catena umana attraversa la Catalogna sotto il lemma “Via Catalana verso l’Indipendenza”. Nel 2014 una moltitudine milionaria forma una enorme V con i colori della bandiera catalana su due viali di Barcellona, la Diagonal e la Gran Via delle Corti Catalane, convergendo sulla grande Piazza delle Glorie Catalane. Poche settimane dopo, il 9 novembre, la Generalitat tiene una “consultazione elettorale non referendaria” sull’indipendenza della Catalogna. L’11 settembre 2015 la “Via Libera verso l’indipendenza della Catalogna” occupa invece l’Avinguda Meridiana, altro stradone che penetra nella città da nord a sud.

Immagine di presentazione della manifestazione della Diada del 2014

 

Grazie alla possibilità di stabilire la data delle elezioni, e in accordo con l’associazionismo filo-indipendentista, Artur Mas anticipa di quattordici mesi la scadenza naturale della legislatura: gli sembra il momento giusto per raccogliere i frutti delle mobilitazioni oceaniche. Si voterà 16 giorni dopo l’ultima Diada, per sfruttarne appieno l’onda propagandistica e emozionale. Per inciso, il nazionalismo catalano nella sua versione di gestore della Generalitat è un produttore di senso e significato ideologico così prolifico che ha finito per concentrare tutti gli eventi politici rilevanti della Catalogna nei mesi tra settembre e novembre, proprio per questo motivo. CiU e ERC si fondono in una sola lista (“Insieme per il Sì”) e dichiarano che le elezioni regionali del 27 settembre 2015 sono “plebiscitarie”, “definitive”. Devono legittimare senza ombra di dubbio la svolta indipendentista, devono essere il “voto di una vita”.

Ma il voto di una vita è una doccia fredda. A mettersi insieme per il sì non sono nemmeno il 40% degli elettori. Ma il collante nazionalista, dimostrando la sua potenza, funziona di nuovo. La coalizione CiU-ERC imbarca un nuovo gruppo di “sinistra anticapitalista”, le “Candidature di Unità Popolare”. Anticapitalista sì, ma prima di tutto indipendentista. I suoi seggi danno a CiU-ERC i voti parlamentari sufficienti per rimanere al governo della Generalitat. Artur Mas viene sacrificato, ma il nuovo President è Carles Puigdemont, ex sindaco di Girona, sempre di CiU.

I partiti indipendentisti, nel voto di una vita, non hanno raggiunto il 50%. Ma poco importa. Il governo e la maggioranza sono in piedi: di fronte alla prospettiva di lasciare davanti alla bocciatura elettorale, si decide invece di raddoppiare. Come se niente fosse, Puigdemont e i suoi cominciano a preparare il terreno per la dichiarazione d’indipendenza che avevano promesso. La manifestazione della Diada del 2016 si chiama “Pronti” (“A punt”). Quella del 2017 prevede due grandi assembramenti che si sarebbero incrociati a formare sui viali dell’Eixample un immenso “+”, simbolo della capacità di sommare, di unire, del progetto politico della repubblica catalana.

Ma l’indipendentismo sembra aver perso slancio, i numeri delle ultime adunate sono meno impressionanti. 20 giorni dopo quella che dagli organizzatori è stata chiamata la Diada del Sí, il 1° ottobre, la Generalitat ha organizzato un “referendum sull’indipendenza”. Il referendum naturalmente è incostituzionale e non può essere valido. Sarà il canto del cigno di Puigdemont e di Oriol Junqueras, il leader di ERC? Lo sarebbe stato, forse, se lo stato spagnolo avesse risposto a questa sfida costituzionale, ma anche politica, in modo meno occhiuto e repressivo. Invece, la polizia viene mandata a sequestrare le urne e a chiudere i seggi e nelle strade di Barcellona ci si scontra. Il dettaglio che più della metà dei catalani sia contrario alla secessione passa in secondo piano davanti alla durezza della reazione di Madrid, che diventa un ulteriore cemento per il fronte indipendentista, e che sconvolge e scontenta anche molti catalani non indipendentisti. Il 27 ottobre Puigdemont, dalla loggia interna del palazzo della Generalitat, insieme a Junqueras e ai deputati radicali che dietro di lui alzano il pugno chiuso, proclama l’indipendenza.

Carles Puigdemont, in primo piano, canta l’inno nazionale “Els Segadors” dopo aver letto la “dichiarazione unilaterale d’indipendenza”. Alla sua destra, Oriol Junqueras. I due non torneranno più a incontrarsi.

 

Risultato? La Spagna sospende l’autonomia della Catalogna (al governo c’è la destra di Mariano Rajoy, ma tra i grandi partiti vota contro solo Podemos) e spicca i mandati d’arresto. La “Repubblica Catalana”, d’altronde, è durata pochi attimi, pochi attimi ben lontani dal mondo reale: i funzionari della Generalitat dopo il weekend tornano a lavorare come se nulla fosse successo. Intanto, Junqueras viene condotto in carcere insieme a molti altri organizzatori del referendum e leader politici; Puigdemont, acquattato nel retro di un SUV per sfuggire alla sorveglianza, lascia il paese.

Quei pochi attimi lontani dal mondo reale però, per la teoria della relatività indipendentista, si solidificano e si ramificano nello spazio-tempo catalano. In Catalogna si rivota il 21 dicembre. Puigdemont è latitante, l’autonomia è sospesa, la decisione la prende Rajoy. CiU (che ha cambiato nome in “Insieme per Catalogna”, JxCat) scende al 21,6%. Ma ERC si ferma al 21,4%. Il nuovo presidente della Generalitat è Quim Torra, successore designato della linea dinastica Pujol-Mas-Puigdemont, uomo di raccordo tra il partito e l’associazionismo indipendentista. Di nuovo, la somma dei partiti indipendentisti resta sotto il 50%. Di nuovo, oltre ai voti di Sinistra Repubblicana, arriva anche l’appoggio della sinistra anticapitalista – anticapitalista sì, ma prima di tutto indipendentista.

Il collante dunque funziona ancora. Anche se in realtà qualcosa si sta staccando. Il rapporto tra ERC e i socialisti in Catalogna si era rotto nel 2012. In Spagna, dal 2011 al 2018 ha governato Mariano Rajoy con il suo Partito Popolare, centralista e conservatore. L’escalation indipendentista in Catalogna quindi ha coinciso con un’avanzata del centralismo nel resto della Spagna. Le due correnti politiche senza dubbio si sono influenzate a vicenda: lo spauracchio dell’indipendentismo catalano è servito alla destra spagnola per compattarsi, per trovare un nemico, per spingere i socialisti a posizioni più rigide. In Catalogna, la chiusura e la reazione di Madrid sono servite alla classe dirigente di CiU per legittimare la sua svolta indipendentista, per mettere a frutto il dissenso dei catalani, e per attirare la sinistra indipendentista dalla sua parte. Le declinazioni politiche del nazionalismo spagnolo e di quello catalano hanno trovato un grosso interesse comune nello scontrarsi a vicenda.

Ma cosa succede se a Madrid governa la sinistra? Il rapporto tra Sinistra Repubblicana di Catalogna e la sinistra spagnola è migliorato negli ultimi due anni. La ragione sta nella comparsa di Podemos, il partito di sinistra radicale fondato da Pablo Iglesias sull’onda degli indignados, che è riuscito a fare da pontiere. Il ponte ha due pilastri. Uno è Ada Colau, sindaca di Barcellona dal 2015. Ada Colau ha guidato la lista “Barcellona in Comune”, ed è stata protagonista di una campagna elettorale in piccolo, rione per rione. Niente adunate oceaniche. Niente scenografie monumentali. Comizio, festa di quartiere, scala “umana” e Bella Ciao alla fine di ogni incontro. Si è voluta così richiamare l’alterità di Barcellona: alterità verso la Spagna e verso il resto della Catalogna. Con successo: Colau ha sloggiato dal Comune il sindaco di CiU, Xavier Trias. ERC nel 2015 ha abbandonato CiU a Barcellona, passando in maggioranza con lei.

Ada Colau festeggia la nomina a sindaca nel 2015

 

Il secondo pilastro è la posizione di Podemos favorevole un referendum sulla forma dell’autonomia catalana, e contraria alla sospensione dell’autonomia anche dopo la proclamazione dell’indipendenza. La vecchia sinistra radicale forte a Barcellona negli anni ’90 e 2000 era debole a Madrid. Ma Podemos ha decine di deputati nel parlamento spagnolo, anzi aspira a governare insieme ai socialisti: è un alleato molto più prezioso; le sue posizioni possono influenzare il governo di Spagna. Così, ERC collabora alla mozione di sfiducia, elaborata da Podemos, che a giugno 2018 rovescia l’esecutivo popolare di Mariano Rajoy e porta in sella il socialista Pedro Sánchez. Per tutto il 2019 si tenta di costruire una coalizione di governo socialisti-Podemos. A novembre si ripetono le elezioni, dopo la settimana di guerriglia di strada a Barcellona. JxCat si presenta con uno slogan massimalista: “Per l’indipendenza, neanche un voto indietro”. Il “Torneremo più forti” di Sinistra Repubblicana esprime un sentimento più realista; e prende più voti. Le urne decretano che la coalizione socialisti-Podemos è possibile in termini di seggi, se ERC la sostiene.

Le trattative sono ancora in corso, ma se andassero a buon fine cambierebbero l’asse fondamentale della politica spagnola. Come abbiamo visto, la destra nazionalista spagnola e la destra nazionalista catalana hanno interesse a scontrarsi; una coalizione di sinistra che abbia in agenda la questione catalana gli toglie una ragion d’essere. Non solo: se Sinistra Repubblicana ricostruisce la sua intesa con i socialisti, ecco che la Generalitat torna contendibile, con la stessa formula degli anni 2000. Se il fronte indipendentista si rompe insomma, il vecchio gruppo dirigente di CiU, sempre al timone nonostante gli innumerevoli cambi di nome e di formula, rischia di perdere la sua regione dalle uova d’oro. Per queste ragioni, è lecito pensare che l’ipotesi di accordo socialisti-Podemos-ERC subirà un doppio bombardamento: dai centri di potere del nazionalismo spagnolo a Madrid, e dai centri di potere del nazionalismo catalano a Barcellona. Questi ultimi rischiano di perdere davvero molto: da loro è lecito aspettarsi di tutto.

“Noi, che siamo buoni quanto voi, giuriamo a voi, che non siete migliori di noi, di accettare il vostro potere a patto che osserviate tutte le nostre libertà e leggi. O così, o niente”. Con questa formula spavalda ed egalitaria i catalani promettevano fedeltà ai loro re nel Medioevo. Sul palazzo del Comune di Barcellona, in una nicchia, è raffigurato un consigliere famoso perché nel Quattrocento costrinse i cortigiani di un re castigliano a pagare la tassa comunale sul pesce salato che mangiavano. Anche ai catalani di oggi piacerebbe che il loro rapporto con il governo centrale di Madrid fosse regolato da una filosofia simile. Ma sono tanti i venti che soffiano in direzione contraria.