L’attualità dimostra in modo drammatico che le guerre hanno spesso un’influenza globale: anche quando non ci coinvolgono direttamente e quando – è il caso della terza guerra del Golfo, perlomeno per tutta la fase iniziale – facciamo il possibile per restarne fuori. È difficile dire, dall’Ucraina al conflitto con l’Iran del 2026, quanto sia fondata la tesi che si tratti in effetti di una nuova guerra mondiale combattuta “a pezzi”.
Le molte guerre di oggi, insomma, sarebbero espressione di un cambiamento traumatico ai vertici del potere internazionale, di una competizione per il dominio fra vecchie e nuove potenze, in parte combattuta “by proxies”. E come molte volte nella storia, fasi di transizione del genere sono appunto segnate dalla guerra. Non è così, secondo noi: ci sembra più corretto osservare che si tratta di conflitti regionali, anche quando sono in gioco grandi potenze; che una terza guerra mondiale non ci sarà – uno scontro globale potrebbe verificarsi soltanto in caso di conflitto diretto fra Stati Uniti e Cina, che cadrebbero, attorno a Taiwan, nella famosa “trappola di Tucidide”. Ma anche questa è una ipotesi improbabile: come ha dimostrato l’incontro fra Donald Trump e Xi Jinping a Pechino, nel maggio 2026, le due principali potenze di questo secolo preferiscono una pace “fredda” a una guerra “calda” che sarebbe devastante per entrambe. La competizione sarà soprattutto tecnologica. E Pechino, nonostante i ritmi dell’attuale riarmo, cercherà di applicare il concetto di fondo dell’“arte della guerra” di Sun Tsu: di vincere senza combattere, ossia di consolidare il suo ruolo come superpotenza globale, trovando qualche accomodamento con gli Stati Uniti, e ottenere la riunificazione (Taiwan) senza dovere scatenare un conflitto in uno degli stretti più critici al mondo.
Resta che le guerre limitate in Ucraina e in Iran – l’obiettivo degli attori principali è questo: che siano guerre limitate, appunto – hanno comunque implicazioni globali. In cui sicurezza, energia ed economia si mescolano.
Concettualmente, le guerre sono da sempre parte integrante della politica. La continuazione della politica, secondo la celebre definizione di von Clausewitz, e quindi una componente implicita, sempre possibile, della dinamica internazionale. All’interno, lo Stato è un meccanismo sorto in buona misura per impedire le guerre civili (Thomas Hobbes docet), acquisendo il monopolio della forza; all’esterno, pesa il “dilemma della sicurezza”: un fenomeno psicologico abbastanza contorto, in base a cui decisioni prese dai governi in una chiave difensiva vengono lette dai rivali come una mossa offensiva, innescando quindi l’effetto opposto a quello voluto.
Le relazioni internazionali non si sono mai liberate da questi fattori di strisciante instabilità; il numero delle guerre è aumentato, dal 1945 a oggi, fino ai 56 conflitti di oggi, il dato più alto della seconda guerra mondiale. Conflitti con forti costi umani, che non sono stati certo azzerati dal peso crescente della tecnologia applicata alla guerra. Basti guardare al teatro ucraino. Si è dissolta così l’illusione – diffusa in particolare nelle analisi europee degli anni Novanta – che la fine della guerra fredda USA-URSS avrebbe anche reso meno necessario l’uso potenziale della forza militare per gestire i rapporti di potere e la competizione tra Stati. L’analisi da cui sono derivati due decenni di “peace dividend”, di disinvestimento nella difesa.
Se “cancellare” la guerra dagli scenari plausibili è stato chiaramente un errore di prospettiva, smentito brutalmente dalla realtà, si pone anche un quesito più complicato, che riguarda gli esiti dell’uso della forza: è ancora possibile vincere davvero una guerra? O siamo entrati – anche come risultato della rivoluzione tecnologica negli affari militari – nell’età delle guerre che potremmo definire “inconcludenti”? In cui il conflitto viene congelato, senza una distinzione così chiara fra vincitori e vinti. È l’interrogativo a cui cercano di rispondere parecchi degli autori di questo numero.
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Guardiamo alle guerre dell’unica vera superpotenza con un persistente predominio militare, gli Stati Uniti. Provocatoriamente, si potrebbe dire che gli Stati Uniti non abbiano più davvero vinto una guerra dal 1945, tranne Desert Storm nel 1991 contro l’Iraq o nei Balcani alla fine degli anni Novanta. Questa difficoltà di “vincere” si è verificata anche nel “momento unipolare”, in cui l’America non aveva avversari temibili e tantomeno equivalenti quanto a potenza militare. Che gli USA abbiano quasi regolarmente “perso”, dopo la seconda guerra mondiale, è d’altra parte un’affermazione semplicistica, se posta in questi termini perentori. La natura della guerra ne fa un fenomeno molto più complesso, anche nella valutazione degli esiti. Lo spiega Carlo Jean nel suo articolo sull’evoluzione della guerra nell’epoca in cui viviamo oggi: un multipolarismo caotico.
L’offensiva aeronavale contro l’Iran – lanciata da Washington a fine febbraio 2026, congiuntamente con Israele – pone appunto questo problema: cosa significa, nella fase storica attuale, prevalere in un conflitto armato? È ben nota la tesi secondo cui è storicamente quasi impossibile sconfiggere un avversario solo con bombardamenti (dunque dall’aria o dal mare) senza occupare il territorio con forze di terra. Il problema delle vittorie o sconfitte “a metà” starebbe quindi nel tipo di strumento militare utilizzato e, a monte, nella volontà politica di ridurre le proprie eventuali perdite. Le guerre “dall’alto” possono essere semplici da combattere ma difficili da vincere.
Tuttavia, le cose sono andate ancora peggio per ciò che resta dell’Occidente intero: il XXI secolo ha visto fallire operazioni su vasta scala, condotte con grandi costi economici oltre che umani, anche quando si è trattato di missioni con una massiccia componente terrestre e con una presenza prolungata sul territorio (circa due decenni). Le famose “forever wars”: il tipo di guerra ormai rigettata dall’opinione pubblica americana ed esclusa in modo esplicito da presidenti successivi, da Barack Obama a Trump 2. I due casi macroscopici di “forever wars”, con la loro eredità negativa, sono naturalmente l’Afghanistan dal 2001-2002 e l’Iraq dal 2003.
Esiste una tesi di tipo “culturale”, che ricorre spesso, per spiegare la scarsa efficacia di questi e di altri interventi militari: l’incapacità occidentale, degli Stati Uniti per primi, di studiare a fondo e comprendere i propri avversari. Se un sistema politico rivale, e il sistema di valori sottostante, sono oggetti misteriosi, o se le sue caratteristiche possono essere individuate abbastanza correttamente dalle analisi degli apparati di intelligence ma vengono ignorate dai vertici politici, ci si possono aspettare scelte sbagliate ed errori di calcolo quando si cerca di quantificare il peso degli interessi in gioco e la resistenza delle popolazioni locali all’uso della forza.
In una delle guerre americane più studiate e discusse – quella del Vietnam – i principali consiglieri del presidente Kennedy (i famosi “whiz kids”, per lo più ingegneri e accademici di formazione) ritenevano di avere identificato con precisione la “soglia del dolore” dell’avversario nordvietnamita. Ma si sbagliavano, e l’America lasciò al suo destino il paese asiatico senza avere vinto la guerra.
È una lezione storica che resta attuale, visto che è tornata a emergere non solo nei casi citati di Afghanistan e Iraq (dove i conflitti si sono impantanati per ragioni ormai conosciute), ma anche per l’Iran di oggi. Qualunque sarà l’esito negoziale del conflitto con Teheran, l’avversario iraniano, con la difesa decentrata e un apparato statale gerarchico che ha retto all’attacco iniziale e alla parziale decapitazione dei suoi vertici, ha dimostrato una capacità di resistenza non prevista. Non serviva una conoscenza da esperti per sapere che parliamo di un paese che ha sopportato circa un milione di morti nella guerra degli anni Ottanta contro l’Iraq, e che assorbe l’impatto di sanzioni internazionali dal 1979. Si poteva prevedere l’impatto politico di questa realtà al momento della pianificazione delle operazioni militari iniziali, che hanno fortemente colpito le capacità dell’Iran ma – appunto – non hanno “sconfitto” il regime.
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Esiste d’altra parte una profonda differenza tra l’offensiva contro l’Iran lanciata dall’amministrazione Trump (assieme a Israele) e le guerre dei primi anni Duemila: proprio per evitare la “sindrome da forever war”, l’attuale presidente ha più volte sottolineato che la sua è stata una scelta discrezionale, quasi chirurgica, di fatto reversibile in qualsiasi momento. Non certo a caso, ha evocato la sua aperta preferenza per un “deal” abbastanza rapido come soluzione al conflitto, facendosi appoggiare in questo dai paesi del Golfo; e ha insistito sul carattere temporalmente limitato delle operazioni militari.
In questo senso, il 47° comandante in capo dimostra di avere effettivamente appreso le lezioni delle guerre (di terra) inconcludenti: non c’è mai stato uno schieramento con “boots on the ground”, e quindi non c’è stato bisogno di prevedere un eventuale ritiro ma semmai di un diverso posizionamento della più potente flotta al mondo. Ora, tutto questo è corretto in termini strettamente tecnico-militari riguardo alle truppe di terra, ma implica una forzatura politico-strategica: in effetti, gli USA hanno scommesso inizialmente su una vittoria rapida e schiacciante (allo stesso modo della Russia in Ucraina), attivando i loro strumenti migliori (i gruppi portaerei, i missili di precisione, l’intelligence satellitare), eppure non hanno raggiunto tutti i loro obiettivi anche quanto a “degradazione” delle capacità avversarie. Mentre hanno ampiamente impoverito i propri arsenali, indebolendosi così potenzialmente su altri teatri.
Si può pensare che la carenza culturale a cui abbiamo accennato – per cui si valutano erroneamente le capacità avversarie di resistere, anche se in condizioni di evidente inferiorità militare – riguardi soltanto i casi di “nation building”, cioè gli impegni a lungo termine sul terreno. In fondo, è stato questo il vero problema sia in Afghanistan sia in Iraq. Eppure, perfino Donald Trump – tra molte oscillazioni sulle motivazioni addotte insieme a Israele per l’attacco all’Iran – è caduto a tratti nella tentazione di porsi come obiettivo un “cambiamento” del regime (non proprio un “regime change” ma un cambiamento), entrando quindi nella spirale della capacità o meno di incidere dall’esterno sull’assetto politico profondo di un paese. Obiettivo che va ben oltre, naturalmente, una sconfitta militare ottenuta con lo strumento aereo.
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Quello che più ha colpito molti osservatori dell’attacco americano(-israeliano) all’Iran è stato proprio questa specie di scollamento tra la dimensione militare dell’operazione – rafforzata dalla natura tecnologica della guerra contemporanea – e la sua dimensione politico-strategica. Spesso è sembrata mancare una strategia vera e propria – come se la volontà di dare una dimostrazione di forza e di superiorità potesse di per se conseguire risultati politici non così chiari e incoerenti, con il rischio aggiuntivo – per un’amministrazione che guarda alle elezioni di midterm – di finire risucchiati in un impegno prolungato. Non è ancora chiaro, mentre scriviamo queste pagine, cosa verrà per esempio raggiunto sul tema – decisivo per Israele e in genere per la sicurezza internazionale e le prospettive di non proliferazione nucleare – dell’arricchimento dell’uranio. Per chiunque abbia seguito i faticosi e lunghi negoziati che portarono nel 2015 al JCPOA (accordo internazionale da cui l’America è uscita già nel primo mandato di Trump), un vero e proprio azzeramento presuppone una sorta di resa incondizionata da parte di Teheran, abbastanza improbabile anche nel caso di successo parziale di un negoziato che ha visto emergere nuovi mediatori, come il Pakistan. E questo perché l’Iran resterà in grado di imporre costi notevoli all’economia mondiale tramite il blocco de facto, intermittente, dello Stretto di Hormuz e tramite la capacità di colpire le infrastrutture energetiche nelle monarchie del Golfo: non a caso, le monarchie sunnite sono passate abbastanza rapidamente a chiedere una fine del conflitto, conclusione che invece Israele osteggia. Mentre le conseguenze energetiche della guerra – costose anche per gli Stati Uniti, nonostante la loro presunta “energy dominance” – hanno provocato una scossa sull’OPEC, portando all’uscita degli Emirati Arabi Uniti.
Si può arrivare così a una considerazione generale: il problema delle vittorie mancate non ha solo a che fare con la natura (quasi sempre asimmetrica e non dichiarata) della guerra contemporanea. Continua anche a riflettere una specifica tendenza a vedere la guerra non solo come la prosecuzione della politica con altri mezzi (la lente classica) ma anche come un’esperienza catartica, ossia di trasformazione profonda delle società rivali. In sostanza, se l’ambizione politica dichiarata è troppo alta o troppo vaga, l’apparato militare stenta a definire missioni specifiche, quantificabili e realistiche; si genera così una spirale di incertezza, di frustrazione, di frizione lungo le catene di comando, e fatalmente di declinante sostegno politico da parte dell’opinione pubblica.
Ripercorrendo le diverse parabole degli interventi a guida americana in Afghanistan, Iraq e ora Iran, pur nelle loro diversità, emerge proprio questo elemento comune: quando gli obiettivi sfumano nel tempo e i costi domestici crescono, gli elettori si schierano contro le guerre. Possono fare resistenza passiva o mobilitazione attiva, ma in ogni caso cessano di sostenere la leadership politica. Il dato interessante è che per l’Iraq, dal 2003 in poi, ci vollero circa tre anni (e molte vittime) perché una chiara maggioranza di americani reagisse in questo modo, mentre per l’Iran del 2026 sono bastate poche settimane.
Il caso iraniano è comunque un test cruciale per gli Stati Uniti da vari punti di vista, incluso quello del modello di uso della forza, la “American way of war”. In fondo, ciò che Trump ha tentato di fare è di applicare esattamente la tattica ideale per una superpotenza marittima: uso di un avanzato sistema aeronavale e di intelligence per schiacciare un avversario enormemente inferiore – e sprovvisto, per ora, di armi nucleari. La risposta di Teheran è stata asimmetrica, ma qui non c’è nulla di particolarmente sorprendente se si guarda sia alla storia del paese sia all’esperienza ucraina: adozione di soluzioni relativamente low-tech e low-cost, che in qualche modo contengono un avversario nettamente più forte in termini quantitativi e di potenza di fuoco. L’Iran ha fatto di più, attivando in pieno la “weaponizzazione” del collo di bottiglia dello Stretto di Hormuz: una potenza regionale militarmente sotto assedio è riuscita a ricattare l’intera economica mondiale, alzando la posta ben oltre il livello di uno scontro locale. Alla escalation militare americana, la Repubblica islamica ha risposto con un tipo diverso di escalation, confermando che la parte più debole in un conflitto deve soprattutto riuscire a sopravvivere, e che la difesa ha in genere un vantaggio sull’offesa nelle guerre del XXI secolo.
Insomma, il conflitto con l’Iran ha messo in gioco il prestigio politico degli Stati Uniti, prima che la sua potenza militare. La credibilità dell’unica superpotenza realmente globale e quindi anche la sua capacità di deterrenza – ossia la sua capacità di dissuadere altri avversari dal rischiare un confronto diretto. Non è poco, anzi è moltissimo da mettere sul tavolo, soprattutto se questo presidente (per sua natura) e l’opinione pubblica americana (per la memoria vivida delle “forever wars” e per i costi economici di questa guerra) hanno una finestra temporale molto limitata per porre fine al conflitto. La soluzione più ovvia è di dichiarare vittoria – in un modo o nell’altro; ma ciò presuppone, come si diceva sopra, una qualche definizione politica coerente di cosa significhi in questo caso “vittoria”. Non è facile, anche perché il rapporto costi-benefici è sotto gli occhi di tutti: se le Guardie della Rivoluzione saranno in grado di negoziare le condizioni per il passaggio delle navi per Hormuz, si sarà fatto praticamente un regalo al vecchio/nuovo regime iraniano – che ha un assetto più radicale del precedente – con la fine delle ostilità. E intanto gli Stati Uniti avranno utilizzato (sprecato?) quasi la metà dell’intera dotazione di missili di precisione a loro disposizione, oltre ad avere dimostrato alla Cina che il quadrante indopacifico può essere lasciato largamente sguarnito in caso di una guerra mediorientale.
Il rischio è che quella dei primi mesi del 2026 possa essere ricordata non solo come una guerra inconcludente, ma come una scelta controproducente. Dipenderà dall’esito finale, ancora non chiaro.
Mentre è già evidente, insieme ai riflessi energetici, il costo politico per l’Europa. Come risultato di un’operazione non concertata con gli alleati europei, Donald Trump – che si è dichiarato deluso per il mancato appoggio della NATO nel Golfo – rivedrà lo schieramento americano in Europa. Era già nelle carte; ma nell’ambito della NATO rischia di emergere in modo ancora più netto il gap che si è aperto fra le due sponde dell’Atlantico. E questo potrà incidere anche sull’altro principale teatro di guerra, l’Ucraina.
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Il tentativo dell’ex superpotenza russa di riprendere il controllo del vicino ucraino dura ormai da cinque anni. O da più di dieci, se partiamo dal 2014, con l’attacco al Donbass e l’annessione della Crimea. Qui l’analisi è per certi versi più semplice: è uno scontro militare voluto da Vladimir Putin nel tentativo di recuperare uno status perduto, quello di grande potenza mondiale, soggiogando (di nuovo) un popolo che aveva scelto l’indipendenza dopo la fine dell’URSS. E che aveva accettato, per raggiungere questo obiettivo politico, la rinuncia alle armi nucleari in cambio di vaghe garanzie di sicurezza internazionali (il famoso protocollo di Budapest).
Il maggiore errore di calcolo da parte di Mosca è stato proprio quello di sottovalutare la natura dell’Ucraina come Stato la cui popolazione, in grande maggioranza, vuole a ogni costo restare sovrana e indipendente, scegliendo un ancoraggio all’Europa o comunque un destino europeo. Non a caso, un importante fattore scatenante della prima invasione russa fu l’Accordo di Associazione tra Kyiv e l’UE (entrato poi in vigore nel 2017), percepito da Mosca (e in questo caso correttamente) come un distacco irreversibile dalla sfera d’influenza russa. Il presupposto della guerra-lampo immaginata dal Cremlino nel febbraio del 2022 era che la superiore forza militare della Russia avrebbe abbattuto ogni resistenza ucraina. Si prevedeva anche che nessuno sarebbe accorso davvero in aiuto di Kyiv; al contrario, la NATO e l’UE si sono mosse – seppure con caveat, esitazioni e oscillazioni – per sostenere lo sforzo bellico ucraino, identificando nel paese la prima linea di difesa di interessi comuni. D’altra parte, la Russia è stata in grado di reggere ai forti costi del conflitto (perdita di larga parte del mercato energetico europeo, sanzioni, vittime militari) grazie al sostegno di Pechino, il che ha a sua volta prodotto un importante effetto strategico: l’inserimento di Mosca in una sorta di sfera di influenza cinese, in posizione nettamente subordinata. Come si vede, sono la volontà di resistenza, gli allineamenti diplomatici, gli aiuti internazionali e gli assetti interni a determinare largamente il destino della guerra.
Come quasi sempre in passato, la politica è stata forse più forte delle armi. Anche se, nel caso specifico, la capacità dell’Ucraina di diventare un produttore importante della propria capacità militare è stata e resta un fattore molto rilevante, che avrà un peso nel futuro della difesa europea. È una considerazione utile, ricorda in questo numero Julian Lindley-French, quando si discute di come costruire una “European way of war”.
Resta un dato tecnologico e di dottrina militare: il paese che si difende – l’Ucraina in questo caso – ha dimostrato di avere un grande vantaggio relativo, sia per ragioni organizzative che tecniche. È un ragionamento che può essere allargato ad altri teatri operativi e ad altri attori. Ad esempio, in una recente audizione al Senato, il capo dell’Indo-Pacific Command americano ha fatto specifico riferimento all’uso massiccio dei droni che, nel complesso, rende assai più costose le operazioni offensive. E qui c’è un messaggio importante per la Cina che ruota, fatalmente, attorno a Taiwan.
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Alla luce delle due guerre principali in corso (e delle molte altre che non trattiamo in questo numero), è utile una breve riflessione finale sul rapporto proprio tra l’aspirante superpotenza cinese e la guerra. Ne parliamo nell’intervista a Federico Fubini. La Repubblica popolare sta certamente osservando con attenzione i conflitti di oggi, non solo alla luce dei suoi interessi regionali e delle implicazioni per il rivale americano, ma anche alla luce del possibile impiego della forza militare nel Mare Cinese meridionale.
Nel complesso, le lezioni da trarne rispetto alla questione di Taiwan non sono rassicuranti per Pechino: come abbiamo visto, chi si difende sembra godere di un consistente vantaggio se resiste al primo impatto, e le medie potenze hanno la capacità di creare effetti negativi praticamente globali, che aumentano i costi del conflitto per molti attori non direttamente coinvolti. Tutto ciò complica i calcoli e pone vincoli significativi anche alla potenza in teoria dominante. Nel già citato summit fra Trump e Xi del 14-15 maggio, il leader del PCC ha ricordato al capo della Casa Bianca che la questione di Taiwan rischia di innescare le premesse di uno scontro diretto fra le due superpotenze di questo secolo. Per ora, Trump non si è espresso circa la tradizionale “ambiguità strategica” degli Stati Uniti sul nodo Taiwan (quanto saranno pronti gli Stati Uniti a difendere l’isola in caso di attacco?); ma la sensazione è che le forniture militari americane a Taipei potrebbero diventare una leva negoziale con la Cina. Nel frattempo, parte delle imprese taiwanesi che producono semiconduttori si stanno spostando negli Stati Uniti. E la vera partita politica si giocherà nel 2028, con le elezioni presidenziali a Taiwan: Pechino appoggia con sempre meno ambiguità una ripresa del Kuomintang rispetto alle tendenze indipendentiste.
Nonostante la svolta (di accentramento all’interno e di assertività all’esterno) impressa da Xi Jinping alla politica cinese, Pechino sembra ancora complessivamente orientata a un approccio prudente alla politica di potenza: potenza sì, ma con tempi lunghi e con un calcolo piuttosto freddo degli interessi. L’aspetto forse più importante del confronto/scontro tra i due maggiori attori globali è quello che si gioca nel campo del soft power, tradizionalmente molto vantaggioso per gli USA – fintanto che sono stati una società aperta e iperdinamica, innovatrice e sicura di sé. Oggi, il calcolo appare più complicato e questo potrebbe influenzare anche il modo di concepire la guerra, la resilienza rispettiva nelle fasi di crisi acuta e, in ultima analisi, la fiducia nel proprio modello politico, che è spesso alla base degli esiti bellici. Sarebbe un cambiamento epocale, negli equilibri globali, se Washington finisse per trovarsi più isolata di Pechino. Ma non siamo ancora in una situazione del genere, nonostante il declino della fiducia attraverso l’Atlantico.
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Su questo sfondo, esistono naturalmente molte e ben note sfide per l’Europa, in quanto costruzione economica e istituzionale disegnata proprio per superare la guerra, esorcizzarla, renderla troppo costosa, e poi perfino impensabile. Quello che resta – e che dovrà restare – è certamente la scelta di fondo di considerare la forza militare come un’ultima risorsa, una risorsa estrema. Ma esiste il problema di riuscire a integrare capacità militari nelle altre forme di potere e influenza, con tutte le loro funzioni di deterrenza, di difesa passiva e di proiezione attiva di valori e interessi. Ad esempio, le capacità di difendere le rotte marittime, alcuni “chokepoint” strategici, le infrastrutture critiche o i cavi sottomarini, che sono anche piattaforme di un mondo connesso da cui l’Europa dipende e quindi – indirettamente – una infrastruttura critica della nostra economia e dei nostri modelli di società.
L’Unione Europea non può più fare a meno di mettere assieme volontà politica e capacità tecniche per dotarsi anche di strumenti militari all’avanguardia che sia realmente disposta a utilizzare in alcuni casi. I suoi cittadini devono capire che la politica di difesa è la difesa di una serie di politiche, dunque di interessi, valori, e sistemi sociali. Non sembra, dai risultati del sondaggio che apre questo numero, che l’opinione pubblica italiana abbia chiaro questo nesso cruciale. Dovrà diventare molto più consapevole. L’annoso dibattito fra “burro e cannoni” (fra investimenti nel welfare o nella difesa) appare ormai obsoleto nelle condizioni attuali, in cui non esistono più garanti esterni esclusivi della sicurezza europea. E senza sicurezza, non ci sarà nulla del resto.
Se si intende promuovere una visione pacifica delle relazioni internazionali, arriva il momento in cui la stessa prospettiva della pace va difesa. È questo il dilemma più difficile quando si riflette con onestà intellettuale sulla guerra.
Questo articolo è l’editoriale del numero 2-2026 di Aspenia