La manifestazione prevista a Gaza dal movimento “We want to live“, fondato nel 2019, era alle 16:00. Alle 16:02, non essendoci nessuno, un militante di Hamas ha twittato una foto del suo orologio. Allora?, ha scritto. Dove sono tutti? Non c’era nessuno: tranne la polizia. Che era ovunque. Gli oppositori di Hamas hanno indetto per il 26 giugno il “Day of Rage“, chiamando Gaza alla rivolta. Hamas ha liquidato tutto come un’iniziativa di traditori a libro paga del Mossad, di collaborazionisti. Ma per il movimento, nato per riaccendere la Primavera Araba, i veri collaborazionisti sono piuttosto quelli di Hamas: che fa il gioco di Israele, dicono. Trascina il conflitto sul piano militare, in cui Israele è infinitamente superiore: e così, continua a fornirgli pretesti per attaccare tutto e tutti. E forzare i palestinesi ad andare via. E comunque, dicono, non è possibile che l’azione armata sia slegata dall’azione politica e da una strategia complessiva. Non è possibile che non sia concertata con nessuno. Così, dicono, non è un più un mezzo, ma diventa un fine di per sé. Ormai, non è Hamas a proteggere i palestinesi: sono i palestinesi a proteggere Hamas. A fargli da scudo, letteralmente.
Ma Hamas non è contestata solo per il suo operato contro Israele: è contestata anche per tutto il resto. Per la repressione di ogni dissenso – fatti documentati da anni, e in ultimo, il 15 giugno, da un’inchiesta dello Human Rights Council dell’ONU, che ha esaminato 249 casi di pestaggi e aggressioni nella Striscia, con 108 morti, di cui 11 fucilati in piazza. E poi, soprattutto, per i dazi, diciamo così, su tutto quello che entra a Gaza. Aiuti inclusi. Dazi del 30%. Che si riversano sui prezzi al consumo. E per i visti. I visti per cure urgenti all’estero. Per 20mila dollari, ti viene intestata la cartella clinica di un malato. E lasci Gaza. Quel luogo in cui, a tutti gli altri, Hamas impone di rimanere a qualsiasi costo, e in qualsiasi condizione.
Il Giorno della Rabbia, però, è andato deserto. E a quanto sembra, non solo perché la polizia era ovunque. Secondo l’analista Reham Odeh, che sta ancora a Gaza, il problema è che il movimento “We want to live” non ha una struttura, un’organizzazione, è più su Facebook che sul campo: soprattutto, non ha proposte per chi vive in tenda tra topi e macerie. Non ha mai costruito un’alternativa di governo. E molti, dice, non vogliono perdere quel minimo di ordine e sicurezza che nonostante tutto, Hamas ancora è capace di garantire. Perché per adesso, è Hamas il solo argine alle milizie che spadroneggiano per Gaza. Composte essenzialmente da delinquenti e spacciatori, e jihadisti dell’ISIS. E spalleggiate da Israele. Senza dubbio: hanno base in zone sotto il suo controllo. Per molti quindi Hamas è il male minore.
Ma cos’è Hamas, ora? Il 6 luglio ha sciolto l’amministrazione della Striscia, per consegnare il potere al nuovo governo tecnico istituito dal “Board of Peace” voluto da Donald Trump: il Comitato Nazionale di Ali Shaath. Ma più che un passo indietro, è stato un passo simbolico, per non essere accusati di bloccare il Piano Trump. La diplomazia della Casa Bianca però resta ferma al cessate-il-fuoco del 9 ottobre 2025, senza che il nodo vero venga toccato: sul disarmo dei suoi circa 20mila combattenti Hamas è irremovibile, tanto che ha precisato che il ministero dell’Interno, e cioè la polizia, rimane nell’esercizio delle sue funzioni. Perché Hamas chiede che il disarmo sia contestuale al ritiro dell’IDF, e non una sua precondizione. E comunque, non è disposta a cedere le armi da difesa. Più che Israele, infatti, teme faide e vendette. E quindi, è pronta a rinunciare a missili e mortai: ma non agli M16 – che le garantiscono di mantenere il potere, qualsiasi sia il governo ufficiale.
Più di questo, però, è difficile dire. Perché sono in corso le elezioni interne. La sfida è tra Khaled Meshal e Khalil al-Hayya, e sono due figure molto diverse. Khaled Meshal, che è già stato a capo del Politburo di Hamas dal 1996 al 2017, è legato al Qatar e al mondo sunnita, è contro l’Iran da sempre, e considera il 7 Ottobre, di cui non era stato informato, un errore, e un disastro. Per Meshal, il conflitto con Israele è un conflitto arabo-israeliano: da affrontare, cioè, in modo collettivo e coordinato – cioè non con un atto solitario come il 7 Ottobre. Khalil al-Hayya, al contrario, che in questo momento conduce le trattative di pace, è di Gaza, ed era il numero due di Yahya Sinwar. Non solo è legato all’Iran, ma è stato proprio uno degli artefici del 7 Ottobre. Perché considera il conflitto con Israele un conflitto prima di tutto israelo-palestinese. E considera il 7 Ottobre una vittoria. Un attacco che ha rivelato al mondo i crimini di Israele, e ricollocato la Palestina al centro dell’attenzione internazionale.
Insomma: dal 7 Ottobre in poi, Hamas non è più una cosa sola. Eppure, c’è un punto chiaro: il Comitato Nazionale. Ha 14 membri. E i nomi dicono molto, dicono tutto: perché sono riconducibili per metà a Hamas e per metà a Mohammed Dahlan. Cosa che lascia perplessi, essendo Mohammed Dahlan il controverso comandante delle forze speciali di Fatah che nel 2007 guidò lo scontro strada a strada proprio con Hamas, finito con la vittoria di questa organizzazione, e la frattura politica tra Gaza e la Cisgiordania.
Da allora, bandito da Fatah, è stato condannato per sottrazione di fondi pubblici, e accusato di svariati altri reati, incluso l’avvelenamento di Yasser Arafat, e si è rifugiato a Dubai: in cui è diventato uno dei maggiori imprenditori del Golfo. E l’architetto degli Accordi di Abramo (altra creazione di Trump) e della prevista normalizzazione con Israele. E’ di Gaza. Era vicino di casa di Yahya Sinwar, con cui giocava da bambino. E dal 7 Ottobre, ha ricucito i rapporti con Hamas, tanto da essere adesso il mediatore tra Israele e Hamas.
Il potere dunque è spartito tra chi, fino a ieri, si è odiato? Cosa hanno mai in comune, Hamas e Mohammed Dahlan? Semplice: il nemico. E cioè Fatah. O più esattamente, l’Autorità Palestinese, che vorrebbe riaffermare il suo potere anche a Gaza, e in questo, è sostenuta dalla comunità internazionale – soprattutto dall’Unione Europea. Ma non da Mohammed Dahlan e da Israele, né da Hamas: perché l’Autorità Palestinese significa gli Accordi di Oslo. Significa i due Stati. Nonostante tutti i limiti di quegli accordi: significa l’accettazione dell’altro. Il rifiuto di questo principio continua a unire Hamas e Israele.