Il fattore Cina nella corsa all’IA

La scorsa primavera, nel pieno della guerra degli Stati Uniti contro l’Iran, un rapporto dell’intelligence americana ha “quasi rischiato” di scatenare una guerra fra Washington e Pechino. Secondo il dossier, una nave cinese in Medio Oriente stava trasportando componenti di un programma di armi nucleari verso Teheran. La notizia – divulgata solo recentemente dalla CNN – ha fatto subito scattare l’allarme: l’esercito statunitense era pronto ad abbordare l’imbarcazione, i caccia erano già in volo verso la nave.

Soltanto poco prima dell’operazione pianificata, i funzionari hanno esaminato più a fondo il rapporto per scoprire che era “completamente falso”. Un analista del comando delle operazioni speciali lo aveva generato con l’aiuto di un chatbot che aveva identificato erroneamente il materiale trasportato dalla nave. In pratica, Cina e Stati Uniti erano quasi entrati in guerra a causa dell’intelligenza artificiale.

Lo skyline di Canton

 

Verso una collaborazione sull’intelligenza artificiale con Washington

Che sia grazie all’incidente sventato o agli innumerevoli incidenti ancora soltanto temuti, fatto sta che il 21 settembre Pechino e Washington hanno concordato quello che fino a poco tempo fa sembrava quasi impossibile: l’istituzione di consultazioni bilaterali sull’IA, la tecnologia da cui in futuro dipenderà la supremazia mondiale. Stando alle prime indiscrezioni, il meccanismo permetterà ai due Paesi di segnalarsi a vicenda incidenti legati alla tecnologia potenzialmente in grado di compromettere la sicurezza nazionale.

Molti sono i dubbi sul suo funzionamento. Non solo non è ancora chiaro quali saranno le agenzie governative incaricate di supervisionare il sistema. Negli ultimi anni linee dirette (hotline) simili a livello di forze armate sono state eluse dalla Cina, dicono gli USA. Ma prima ancora degli aspetti tecnici, l’ostacolo principale è di natura concettuale: cosa rappresenta un pericolo per la sicurezza? Nei due Paesi non sempre la risposta è la stessa.

 

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Come ci spiega Kyle Chan, ricercatore della Brookings Institution, una delle principali differenze tra i negoziati in corso sulla sicurezza dell’IA e quelli passati sul disarmo nucleare è proprio la mancata comunanza di vedute sui presupposti di fondo: all’epoca della Guerra Fredda sia l’Unione Sovietica sia gli Stati Uniti condividevano una visione dei rischi derivanti dalle armi nucleari. Nel campo dell’IA, invece, oggi Cina e Stati Uniti valutano le minacce in modo diverso. O almeno è stato così finora.

Quello che emerge dai rispettivi proclami è infatti la tendenza a percepire l’IA, a Zhongnanhai (il Cremlino cinese), soprattutto come una risorsa indispensabile per centrare i suoi piani di sviluppo, diplomatici e militari; alla Casa Bianca, a considerarla come uno strumento strategico per ostacolare proprio il sorpasso di Pechino. Lo ha precisato senza mezzi termini Donald Trump: “Siamo più avanti della Cina nell’intelligenza artificiale. Siamo il Paese più avanzato al mondo e, francamente, voglio che rimanga tale, perché chi vince nell’IA, vince in tutto”.

 

L’approccio del Partito Comunista alla tecnologia

La centralità attribuita dal Partito-Stato cinese alla tecnologia non è del resto una novità. Già nel luglio 2017 con il “Piano di sviluppo per l’intelligenza artificiale di nuova generazione” il governo cinese identificava nella tecnologia “un nuovo potente motore che ricostruirà i legami tra produzione, distribuzione, e consumo” e permetterà di tagliare traguardi politici ed economici, domando le sfide legate all’invecchiamento della popolazione, ai problemi ambientali, e alle turbolenze del contesto internazionale. In quest’ottica, passati quasi dieci anni, si intuisce come l’adozione di barriere contenitive richieda un approccio prudente per ammortizzare il potenziale urto, senza intralciare la corsa verso gli agognati obiettivi di sviluppo.

Per molto tempo il concetto di rischio, nella Repubblica popolare, è stato innanzitutto associato alla stabilità del regime e della società. Una visione ribadita a settembre dal ministro della Sicurezza dello Stato, Chen Yixin, che sull’autorevole rivista statale Zhonguo Wangxin (China Cyberspace 中国网信), ha avvertito di come l’IA può essere “sfruttata da forze ostili” per diffondere voci infondate, produrre su larga scala informazioni dannose, nonché per colpire infrastrutture critiche.

Alla base di tutto c’è la convinzione – come sottolineato da analisti come Chen e ammesso pubblicamente da Trump – che l’intelligenza artificiale sia diventata “una nuova arena di rivalità strategica tra le grandi potenze”. Le recenti accuse di distillazione spiccate da Anthropic contro Alibaba, Moonshot AI e DeepSeek hanno rafforzato questa sensazione. Secondo l’opinione dominante in Cina, il problema non è più soltanto cosa fanno gli utenti con i modelli. Quanto più un’impresa cinese dipende da un modello sviluppato all’estero, tanto maggiore è anche la quantità di informazioni operative che, almeno potenzialmente, finisce nelle mani di un soggetto straniero, che si tratti di un concorrente commerciale o di un governo considerato ostile.

 

Sicurezza e regolazione

Inquadrare il dilemma della sicurezza in termini di competizione egemonica con Washington difficilmente metterà il governo di Pechino nella condizione di assumere un approccio più restrittivo. Percepita già di per sé come un intralcio alla modernizzazione auspicata da Xi, l’introduzione di un quadro normativo troppo rigido darebbe agli Stati Uniti un vantaggio competitivo che la Cina – dove l’industria dei semiconduttori più avanzati è ancora indietro di 3-5 anni rispetto alla frontiera mondiale – non può permettersi. Un conto è (come fatto sinora) vietare l’utilizzo dei chatbot per compiere illeciti o creare relazioni sentimentali fittizie, che rischiano di incrinare il benessere della società. Un altro è porre dei limiti aprioristici all’innovazione nella sua fase creativa.

Le differenze tra Washington e Pechino non si esauriscono però nella diversa gerarchia delle minacce. Se negli Stati Uniti il dibattito si è concentrato sempre più sulle capacità dei modelli di frontiera, sulla sicurezza nazionale e sul rischio di una perdita di controllo umano, nella Repubblica Popolare la sicurezza dell’IA viene affrontata attraverso una lente più ampia: controllabilità, uso improprio, integrità dell’informazione e conseguenze sociali. Il tratto distintivo dell’approccio cinese è dunque la forte interdipendenza attribuita a sviluppo e sicurezza: due obiettivi che devono procedere sullo stesso binario.

Questa impostazione si riflette anche nella governance. Gli Stati Uniti fanno maggiore affidamento sulle aziende, sugli enti regolatori di settore, sui controlli legati alla sicurezza nazionale e sulle valutazioni dei modelli più avanzati. La Cina ricorre invece più sistematicamente a norme governative, standard tecnici, registrazione degli algoritmi, etichettatura dei contenuti e sistemi di classificazione del rischio, seguendo il consueto approccio gradualista che privilegia la sperimentazione sulla regolamentazione. Complice il generale ottimismo dei cittadini della Repubblica Popolare dove, secondo un sondaggio di KPMG, il 69% degli intervistati ha affermato di credere che i benefici generati da un utilizzo dell’IA superino i rischi, rispetto al 35% degli americani. Del resto, confucianesimo, taoismo e ateismo di Stato permeano la mentalità del popolo cinese, rendendo più accettabile l’intervento umano nell’atto demiurgico/creativo che la tradizione cristiana attribuisce esclusivamente a Dio.

Si tratta di un’impostazione lontana dall’orientamento di quegli ambienti scientifici e industriali occidentali a favore di un temporaneo rallentamento del progresso nell’attesa di raggiungere garanzie più solide. Ma, come ci spiega Liu Shaoshan, direttore della divisione di Intelligenza artificiale incarnata presso lo Shenzhen Institute of Artificial Intelligence and Robotics for Society (AIRS), la vera sfida non consiste tanto nel prevedere scenari catastrofici quanto piuttosto nel passare dal dibattito sui rischi ipotetici alla “misurazione continua di ciò che i sistemi di intelligenza artificiale stanno effettivamente facendo nella società”.

È forse proprio qui che si intravede un possibile cambiamento nella postura cinese. D’altronde, la tecnologia muta rapidamente richiedendo un continuo aggiustamento di pesi e contrappesi. In particolare, l’arrivo sul mercato di agenti IA presenta nuove incognite in termini di sicurezza informatica. Secondo Kyle Chan, proprio l’evoluzione delle capacità dei sistemi potrebbe portare nel tempo a una maggiore sovrapposizione tra ciò che Cina e Stati Uniti considerano una minaccia, creando “l’opportunità di una cooperazione significativa, senza costi o sacrifici per nessuna delle due parti”.

 

Un progressivo allineamento?

I segnali di un progressivo allineamento tra le due sponde del Pacifico si intravedono già. Ad esempio, dal 2024 a oggi l’Amministrazione cinese per il cyberspazio (CAC), ha aggiornato tre volte (di cui l’ultima il 14 settembre) il proprio quadro di sicurezza in merito all’eventuale perdita di controllo umano sulla nuova tecnologia. E’ proprio questo uno degli scenari più temuti dalla dirigenza di Anthropic e OpenAi, che ha citato persino il presidente cinese Xi durante la sua visita alla Casa Bianca il 24 settembre.

 

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Certo, restano ancora profonde divergenze da appianare. Gli Stati Uniti spingono per un dibattito relativamente circoscritto sulla sicurezza e sui rischi dell’IA. La Cina, dal canto suo, auspica una discussione più ampia sulla governance globale. E’ una distinzione che merita attenzione, soprattutto alla luce dell’assertività cinese sul proscenio internazionale. Lo scorso luglio, presiedendo l’ottava Conferenza Mondiale sull’Intelligenza Artificiale (WAIC) che si è tenuta a Shanghai, Xi ha inserito la diffusione dell’IA nel quadro della strategia cinese di penetrazione economica e politica nel Sud globale. Postura rivendicata grazie alla diffusione di modelli (LLM) open-source e open-weight, personalizzabili dagli utenti e a basso costo.

Il messaggio è chiaro: Pechino non compete solo nello sviluppo di tecnologie più avanzate. Desidera anche avere maggiore voce sui principi, gli e le istituzioni che regoleranno la tecnologia del futuro. Un punto su cui Washington non sembra disposta a condividere lo scettro.

 

 

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