La “trappola” degli Stati Uniti vista dalla Cina: energia e strategia

“E’ improbabile che la pressione simultanea esercitata dagli Stati Uniti su Iran e Venezuela sia casuale”. Non usa mezzi termini Zhao Minghao, docente di relazioni internazionali della Fudan University di Shanghai, nonché ex vicedirettore del Centro Studi strategici del Dipartimento per gli Affari internazionali del Partito Comunista Cinese. Secondo l’esperto, “Pechino interpreta la manovra come parte di uno sforzo più ampio e coordinato”. L’obiettivo di Washington – ci dice Zhao – è ”interrompere la rete globale di risorse e relazioni geopolitiche della Cina”. Quindi non si tratta solo di “contenimento economico, ma anche di un tentativo strategico teso a limitare l’influenza cinese in regioni cruciali che si estendono dal Medio Oriente all’America Latina”.

Mappa dell’Impero cinese pubblicata a Londra nel 1794

 

La vulnerabilità cinese e le crisi internazionali

Zhao non è l’unico a sospettare l’esistenza di un “grande piano statunitense”. Nei circoli accademici cinesi, dall’influente China Institutes of Contemporary International Relations (CICIR) allo Shanghai Institutes for International Studies (SIIS), si sta facendo strada la convinzione che esista un nesso molto stretto tra sicurezza energetica e competizione geopolitica. Addirittura che la guerra in Iran rientri nel quadro di una strategia egemonica “a basso costo”. Secondo questa corrente di pensiero, Washington non sostiene più l’ordine globale nella sua interezza. Piuttosto cerca di preservare il primato attraverso il monopolio su nodi finanziari e corridoi commerciali. Lo Stretto di Hormuz, certo. Ma anche il Venezuela, la Groenlandia e Panama, dove il pressing di Donald Trump è costato all’azienda di Hong Kong CK Hutchison l’estromissione dai porti del canale. Sono questi alcuni dei punti nevralgici dove gli Stati Uniti stanno posizionando la loro “trappola”.

 

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Il conflitto in corso in Medio Oriente ha scoperchiato la contraddizione profonda insita nella strategia energetica cinese. Se da un lato negli ultimi anni Pechino ha cercato di diversificare i propri fornitori, espandere le riserve nazionali e costruire corridoi di trasporto alternativi, dall’altro rimane tutt’oggi in buona parte dipendente da un sistema energetico globale strutturato attorno a una condizione di vulnerabilità: la circolazione marittima è alla mercé di attori esterni con cui la Cina è in competizione sul piano economico e politico.

Questa tensione tra l’espansione delle capacità materiali e il controllo limitato sulla sicurezza dell’ambiente esterno, definisce il confine della sostenibilità energetica cinese. Detto altrimenti, se le risorse interne appaiono solide (il carbone soddisfa il 60% dell’energia primaria totale del paese e il contributo di eolico e soprattutto solare è in rapido aumento), gli approvvigionamenti esteri di idrocarburi – essenziali per trasporti, logistica e industria petrolchimica – rientrano in un sistema globale plasmato da avversari, costrizioni geografiche e accordi di sicurezza che la Repubblica Popolare non è in grado di controllare direttamente.

 

I colli di bottiglia dell’energia

Il campanello d’allarme è ovviamente la chiusura dello Stretto di Hormuz. Nel 2025, la Cina ha importato dall’Iran 1,38 milioni di barili di greggio al giorno, pari al 12% degli acquisti totali, mentre più in generale il Medio Oriente ha rappresentato il 31% delle sue risorse esterne di gas naturale liquefatto (GNL). Una dipendenza che, stando alla società di analisi Kpler, è già riscontrabile nell’andamento complessivo dell’import cinese di petrolio che nel mese di maggio è sceso a 6,6 milioni di barili al giorno, il dato più basso dal 2016. Nell’immediato le riserve totali di oro nero – stimate attorno ai 1,4 miliardi di barili – forniscono alla Cina un salvagente significativo contro le interruzioni degli approvvigionamenti. Ma, pur aiutando a livellare l’offerta nel tempo, non affrontano la dipendenza intrinseca dai flussi internazionali. In uno scenario in cui il tratto di mare a largo dell’Iran rimanesse ostruito per un periodo prolungato, le scorte cinesi si esaurirebbero gradualmente, costringendo il governo a compiere scelte sempre più difficili tra stabilità economica e allocazione delle risorse. Ma il problema non è solo il Medio Oriente.

Collegando l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico, gli stretti di Malacca e Singapore formano insieme un corridoio continuo, lungo circa 800 km e largo appena 3,7 km nel punto più stretto, attraverso cui passa oltre la metà del petrolio e circa il 4% del gas naturale che la Repubblica Popolare consuma ogni anno. Una criticità che tormenta da tempo il sonno dei leader cinesi. Il cosiddetto “dilemma di Malacca” è tornato d’attualità quando, su “ispirazione” di Teheran, ad aprile l’Indonesia – che insieme a Singapore e Malaysia gestisce quelle acque entro i propri limiti territoriali – ha proposto di cominciare ad applicare pedaggi sui transiti.

 

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La minaccia è anche più incombente se si considera la postura diplomatica sempre più fluida di Giacarta. Pur perseguendo ufficialmente una politica estera del non-allineamento, il governo di Prabowo Subianto ha manifestato un certo avvicinamento a Washington. Accolta la richiesta dell’amministrazione Trump di ospitare un centro di manutenzione per i velivoli militari Lockheed C-130 Hercules, il primo del genere nel sud-est asiatico, ha anche firmato una lettera d’intenti per concedere agli aerei militari statunitensi l’accesso allo spazio aereo indonesiano, sebbene non sia stato preso alcun impegno definitivo. E poi c’è l’India, il vicino di casa con cui Pechino ha frequenti schermaglie lungo il confine himalayano oggetto di rivendicazioni incrociate.  Nel clima di incertezza sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, Nuova Delhi ha annunciato un piano da 10 miliardi di dollari per trasformare la remota isola di Gran Nicobar in un importante centro logistico e difensivo a meno di 150 km dall’ingresso occidentale dello Stretto di Malacca.

Davanti alla precarietà dei percorsi marittimi, le opzioni non sono molte sul versante delle materie prime fossili: diversificare i fornitori di energia, ampliare i corridoi terrestri e rafforzare la connettività eurasiatica. Nell’immediato, l’alternativa più ovvia al Medio Oriente è la Russia e l’Asia Centrale.

Un’interruzione prolungata delle importazioni da Iran e paesi del Golfo potrebbe indurre la Cina a fare maggiore affidamento sugli amici di Mosca. Alla scelta del condizionale contribuiscono ostacoli tanto politici quanto materiali.

 

La ricerca di alternative e i rapporti con la Russia

Anche con i potenziali ammodernamenti dell’oleodotto Siberia orientale-Oceano Pacifico (ESPO) – il gigantesco sistema costruito per esportare greggio dalla Siberia orientale verso l’Asia-Pacifico – la capacità a monte e l’infrastruttura obsoleta limitano l’espansione a breve termine, mentre le rotte fisse riducono la capacità di reagire a shock di prezzo o di offerta. I flussi russi sono inoltre meno affidabili di quanto sembrino: la variabilità delle sanzioni statunitensi e la crescente concorrenza con gli altri Paesi clienti, come l’India, rende i barili scontati di Mosca un’opzione economica ma non risolutiva. La stessa diffidenza adombra le lunghe trattative sul gas.

Come ci spiega John Calabrese, senior fellow presso il Middle East Institute (MEI) di Washington, “la Cina non vuole diventare più dipendente dal gas russo di quanto lo fosse l’Europa prima del conflitto in Ucraina e crede di poter ancora ottenere finanziamenti, prezzi e altre condizioni contrattuali più favorevoli”. Lo scorso anno il 30% delle importazioni cinesi di gas naturale e il 20% del greggio sono provenuti proprio dalla Russia.

 

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Inutile dirlo, la questione risorse ha dominato la recente visita di Vladimir Putin a Pechino. Nella dichiarazione congiunta rilasciata con l’omologo cinese Xi Jinping le due parti “hanno concordato di continuare ad approfondire le relazioni di partenariato globale nel settore energetico” e “intensificare la collaborazione reciprocamente vantaggiosa nei settori del petrolio, del gas e del carbone”. Ma nonostante sia “sia stata effettivamente raggiunta un’intesa su molti dettagli chiave”, “non siamo ancora giunti alla finalizzazione” del progetto Power of Siberia 2 (PS2): il famigerato gasdotto che dovrebbe sfruttare i giganteschi giacimenti della Siberia occidentale (abbandonati dall’Europa dopo l’invasione russa dell’Ucraina) integrando la condotta Power of Siberia, lanciata nel 2019 per pompare in Cina il gas della Siberia orientale dopo la crisi di Crimea e il deterioramento dei rapporti tra Russia e Occidente. Il mancato accordo su questo secondo impianto – che si trascina da anni, pare, per dissapori riguardo i prezzi – la dice lunga sulla debolezza contrattuale di Putin, quanto sulla moderata attrattiva delle risorse russe.

Come dicevamo, non è solo una questione politica. Sussistono anche impedimenti materiali. Sebbene le importazioni cinesi di gas tramite infrastrutture terrestri siano più economiche del GNL, la condotta Power of Siberia opera già leggermente al di sopra della sua capacità. Un aumento delle forniture dalla Russia sarebbe poco praticabile prima del 2027, anno in cui entrerà in funzione la Far Eastern Route, che collega i giacimenti russi dell’Estremo Oriente, soprattutto Sakhalin, alla provincia dello Heilongjiang, nel nord della Cina.  Nemmeno sbloccare PS2 risolverebbe il problema. Come ci ricorda Calabrese, il progetto nasce a sua volta principalmente per servire le regioni settentrionali; non il sud o l’est, dove è concentrata la maggior parte delle centrali elettriche cinesi.

 

L’opzione dell’Asia centrale

È qui che entra in gioco l’Asia centrale. In particolare, il Turkmenistan fornisce circa l’80-90% delle esportazioni di gas verso la Repubblica Popolare attraverso tre gasdotti già operativi. La China National Petroleum Corporation (CNPC) ha già firmato un accordo per lo sviluppo di un quarto ramo parallelo (la linea D), in sospeso da anni, e che – dettaglio non irrilevante – sarà interamente finanziato dai turkmeni.

Le attuali fibrillazioni internazionali ne stimoleranno la costruzione? Secondo i media statali, il 20 maggio Xi ha accettato l’invito ufficiale del presidente turkmeno, Serdar Berdimuhamedow, a recarsi in visita di Stato, anche se non è ancora chiaro quando. Come osserva Calabrese, i tre gasdotti esistenti apparentemente non operano a pieno regime, il che potrebbe assicurare a Pechino una certa flessibilità negli approvvigionamenti dal Turkmenistan. Ergo, la Cina non è in una situazione disperata. Può trattare la soluzione più vantaggiosa. Può trattare con tutti, sia con Putin che con Berdimuhamedow.

D’altronde a un livello più macro, i legami tra la Repubblica Popolare e i Paesi dell’Asia centrale si sono espansi in molti settori – anche a scapito della Russia, assorbita quasi completamente dalla guerra in Ucraina. Il segmento del gas e dell’energia potrebbe essere visto nel contesto più ampio della competizione geopolitica e geoeconomica con Mosca – di fatto, se non per scelta.

 

Incertezza strutturale e radicata

Va detto che le importazioni terrestri migliorano la stabilità degli approvvigionamenti cinesi, ma non modificano sostanzialmente l’esposizione della Cina ai rischi marittimi. Questo perché la crisi in Medio Oriente ha rivelato come, fondamentalmente, l’impatto sul mercato non sia più circoscritto soltanto a picchi di prezzo a breve termine. Persino una riapertura parziale dello Stretto di Hormuz non è riuscita a ripristinare i flussi normali: il trasporto attraverso corsi d’acqua rimane infatti limitato dai costi assicurativi, dai ritardi nelle consegne delle petroliere e dall’incertezza delle rotte. Una perturbazione estemporanea si è trasformata in un’incertezza strutturale e radicata. “Il rischio è ora incorporato nel prezzo del sistema, anziché essere temporaneamente assorbito da esso”, spiega Calabrese.

Piuttosto, in un’ottica più ampia, è probabile che il conflitto rafforzi l’impegno a coltivare le fonti energetiche nazionali. O come disse in tempi non sospetti Xi Jinping, durante una visita al giacimento petrolifero di Shengli nel 2021: la Cina deve imparare a “tenere saldamente in mano il proprio approvvigionamento energetico”. La spinta di Pechino verso una maggiore autosufficienza energetica non è limitata alla produzione interna di petrolio e gas naturale. Prevede soprattutto una transizione sostenuta ma ordinata verso fonti energetiche non fossili. Dove con “ordinata” si intende la necessità di continuare a trasformare il sistema energetico cinese affinché possa integrare al meglio le fonti rinnovabili e migliorarne la flessibilità. Per esempio, più che raddoppiando la capacità di stoccaggio dai 73,8 GW del 2024 ai 180 GW attesi nel 2027.

A seguito del conflitto in Iran, è dunque probabile che assisteremo a un impegno ancora maggiore per trasformare la Cina in una superpotenza energetica “responsabile”, consolidando lo sviluppo di tecnologie per l’energia verde, sia a livello nazionale che internazionale. Se in patria le fonti pulite rappresentano ormai oltre il 60% della capacità installata di energia elettrica, oltreconfine ad aprile – complice la guerra – le vendite di veicoli cinesi a energia alternativa sono aumentate di oltre il 110% su base annua. Insomma, tra le rotte marittime e quelle terrestri Xi sceglie di restare a casa propria. D’altro canto in gioco non c’è solo la sicurezza energetica. C’è anche la partita con gli Stati Uniti per la supremazia mondiale.

 

 

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