IA e futuro del lavoro: Cina, USA e UE a confronto

Ovunque si aprono discussioni sul valore dell’intelligenza artificiale, e sull’etica del suo utilizzo, ma in Cina è stato recentemente fatto un passo concreto sul piano giurisdizionale e, se vogliamo, inaspettato: Pechino sta ponendo una pietra sulla protezione sociale e la stabilità occupazionale. Dal tribunale di Hangzhou, infatti, un giudice ha stabilito in aprile che un’azienda non può licenziare un dipendente solo perché le sue mansioni sono state automatizzate da un sistema IA.

 

Un addetto al controllo qualità di sistemi basati su IA di un’azienda tecnologica era stato licenziato con la motivazione che il software stesso era ormai in grado di auto-correggersi, rendendo la sua posizione superflua. La successiva sentenza, dunque, non solo ha dato ragione al lavoratore, ma ha stabilito che l’efficienza algoritmica non può prevalere sulla stabilità sociale. Questo precedente giurisdizionale fissa dunque il principio che prima di convalidare un licenziamento, l’azienda deve dimostrare di aver fatto tutto il possibile per riqualificare un dipendente o impiegarlo in altre mansioni.

“Le motivazioni di licenziamento addotte dall’azienda non rientravano in circostanze negative quali ridimensionamento aziendale o difficoltà operative, né soddisfacevano le condizioni legali che rendevano ‘impossibile proseguire il contratto di lavoro'”, ha affermato il tribunale.

Quello che è accaduto apre una questione ancora più fondamentale rispetto ai dibattiti sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale: un’azienda può utilizzare la sostituzione dei lavoratori con l’intelligenza artificiale come pretesto per licenziare dipendenti umani?

Potrebbe sembrare un paradosso che proprio lo stato che più di ogni altro investe per diventare la superpotenza mondiale dell’IA, la Cina appunto, ne limita l’uso nelle aziende. In realtà, nel caso qui ricordato l’attenzione è stata posta su una visione “umana” dell’IA che deve rimanere sotto il controllo e a beneficio dell’uomo, ma per ragioni specifiche di vitale importanza per il regime cinese. La stabilità sociale è infatti il presupposto su cui lo Stato vuole poggiare: il tasso di disoccupazione giovanile è una potenziale minaccia e, pertanto, limitare i licenziamenti selvaggi dovuti all’IA può prevenire tensioni sociali su larga scala e obbligare il settore privato a farsi carico dei costi della transizione tecnologica, invece di scaricarli sul welfare statale.

 

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“L’intelligenza artificiale è la prossima trasformazione tecnologica dirompente, paragonabile ai cambiamenti portati dal motore a vapore, dall’elettricità e da internet. Ma non dobbiamo permettere che la nuova tecnologia sfugga al controllo” dice il presidente cinese Xi Jinping.

La linea di Pechino, dunque, che su questo punto sarebbe opportuno che fosse condivisa anche nel resto del mondo, è quella di una gestione graduale e guidata dell’innovazione. L’obiettivo dichiarato, in effetti condivisibile, è accompagnare l’introduzione dell’AI in modo da ridurne l’impatto traumatico sull’occupazione, favorendo la riqualificazione dei lavoratori e la creazione di nuove professionalità piuttosto che una sostituzione secca e indiscriminata.

In termini più generali, quello che si chiede alle aziende che implementano l’AI è il dovere di cura tecnologico, che possiamo riassumere in due punti:

  • Riqualificare (reskilling): prima di procedere a qualsiasi riduzione del personale, l’azienda deve dimostrare di aver tentato di formare il dipendente per nuove mansioni compatibili con i nuovi sistemi.
  • Monitorare il benessere: non scegliere una “gestione algoritmica” estrema che potrebbe portare a ritmi di lavoro disumani per i dipendenti.

Una responsabilità tecnologica che non copre solo il prodotto ma l’intero ciclo di vita del servizio, dalla progettazione alla distribuzione, fino agli aggiornamenti e alla gestione quotidiana degli utenti.

Gli sviluppi in corso, in Cina e altrove, hanno riportato l’attenzione negli USA su un fenomeno controverso e di grande importanza: il cosiddetto “AI washing”, che consiste nell’attribuire all’adozione di strumenti AI ondate di licenziamenti, alcune volte proprio per finanziare investimenti nel campo dell’intelligenza artificiale. È avvenuto con Oracle, a marzo, ed è successo ancora più recentemente con Meta che ha licenziato il 10% della sua forza lavoro (più di 8.000 persone) per racimolare del capitale liquido da investire nell’AI.

 

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Il contesto cinese e quello statunitense riflettono due modi diversi di gestire le governance aziendali che porta anche i cittadini comuni a manifestare diverse percezioni riguardo all’AI: in Cina l’80% degli intervistati ha un’opinione generalmente favorevole nei confronti dell’AI; negli Stati Uniti ad essere positivi nei confronti dell’intelligenza artificiale sono solo il 30% degli intervistati. Per i cittadini della Repubblica Popolare Cinese, l’AI aiuterà a gestire situazioni complesse e sarà importante nel supportare le comunità remote. Per i cittadini statunitensi, questa tecnologia distruggerà decine di migliaia di posti di lavoro e consumerà preziose risorse naturali come l’acqua e il suolo.

Il caso cinese interessa, ovviamente, anche l’Europa (e l’Italia), che ha già provveduto a emanare, nel 2024, l’AI Act europeo, una legge che categorizza questi sistemi digitali per livelli di rischio (da inaccettabile a minimo) e vieta o impone controlli su sviluppo, immissione sul mercato e trasparenza. Queste norme rientrano in un più ampio pacchetto di misure politiche a sostegno dello sviluppo di un’IA affidabile, che comprende anche il piano d’azione per il continente dell’IA, il pacchetto per l’innovazione nel settore dell’IA e il lancio delle fabbriche di IA.

 

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Questa complessa normativa europea, comunque, non vieta in maniera esplicita il licenziamento né impedisce la sostituzione dei lavoratori con l’intelligenza artificiale. In tale contesto,  la sentenza del 2025 del tribunale di Roma, sezione Lavoro, ha confermato che l’introduzione di strumenti di AI può legittimare il licenziamento per giustificato motivo oggettivo (GMO), ma stabilisce regole rigide per le aziende, che devono superare specifici paletti legali e organizzativi, quali una reale crisi aziendale che prevede un’effettiva riorganizzazione, con un risparmio economico e un incremento di efficienza tangibili e una reale impossibilità di ricollocare il lavoratore in altre mansioni equivalenti o inferiori all’interno dell’azienda.

L’Unione Europea mira, in sostanza, a proteggere i diritti fondamentali, la salute e la sicurezza dei cittadini, ed è chiaro che ciò che dovrebbe essere perseguito è un bilanciamento tra l’espansione aggressiva dell’IA e la stabilità socio-economica. Un modello europeo sta, seppur faticosamente, emergendo.

 

 

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