Economia artificiale

L’Intelligenza Artificiale (IA) è oggi il cuore dello sviluppo e della crescita economica degli Stati Uniti d’America. Senza i colossali investimenti di aziende quali Alphabet, Amazon, Meta, Microsoft, Oracle, OpenAI l’economia Usa non sarebbe granché in salute. Le stime variano, ma il contributo degli investimenti in ricerca e sviluppo, così come in infrastrutture quali i centri di dati e le varie forme di produzione di energia per alimentarne l’operatività è stimato attorno all’1% del Pil o a circa il 40% del totale della crescita nel 2025. Nel 2026 questa porzione di crescita dovuta all’IA sembra destinata ad aumentare ancora, grazie agli enormi investimenti del settore, tanto più che l’economia USA sembra destinata a rallentare rispetto all’anno precedente (+1,8% nei primi due trimestri) e che i tagli alla spesa pubblica e ai programmi di welfare introdotti dall’amministrazione Trump rallentano la quota di consumo interno dell’economia – che negli USA è un fattore più importante che altrove.

Un data center iperscala in costruzione negli Stati Uniti

 

Un contributo ambivalente alla crescita

La crescita rapida e formidabile di questo comparto economico destinato ad avere un impatto su tutti gli altri e probabilmente a cambiare molte cose nelle vite di ciascuno, presenta molte incognite. Per limitarsi all’economia queste riguardano l’andamento dei loro titoli azionari, l’impatto sulla crescita nel medio periodo (nel lungo, come noto, saremo tutti morti), l’impatto sul mondo del lavoro, la concorrenza internazionale, che allo stato significa la sfida contro la Cina. C’è poi un aspetto che riguarda un tema ormai centrale nel discorso politico americano e non solo: le disuguaglianze.

Partiamo da queste. ChatGPT è stato lanciato il 30 novembre 2022, era la fine di un periodo di discesa dei mercati azionari; da allora, il NASDAQ è salito di più del 130%, mentre l’S&P 500 ha registrato un aumento attorno al 100%. La distribuzione di questa enorme quantità di nuovo valore, dovuto in larga parte proprio alla performance dei titoli di AI (80% per il NASDAQ), è fortemente sbilanciata a favore del 20% delle famiglie con il reddito più elevato, che detiene il 72% della ricchezza mentre il 60% delle famiglie con il reddito più basso ne detiene solo il 15%. Se lo guardiamo dal punto di vista dei numeri assoluti, dunque, il contributo dell’IA al boom della borsa è estremamente rilevante; se lo guardiamo in termini di distribuzione della ricchezza nella popolazione generale, lo è molto meno.

La crescita dei titoli azionari delle magnifiche sette (Meta, Alphabet, Amazon, Apple, Tesla, Nvidia, Microsoft) e in genere dei titoli tecnologici aiuta anche a finanziare i colossali investimenti che i gruppi di AI, e quelli tecnologici che si stanno “convertendo” a questa per non perdere la propria posizione, hanno fatto e prevedono di fare. Nel 2026 si prevede si tratti di 670 miliardi solo per quattro tra queste – paragonandolo ad altri casi del passato, come fa il Wall Street Journal, si scopre che si tratta il più grande investimento della storia degli Stati Uniti con l’eccezione dell’acquisto della Louisiana francese nel 1803.

 

Il rischio finanziario

Alcuni tra questi gruppi hanno risorse disponibili grazie agli enormi profitti accumulati negli ultimi 10 anni, mentre i soggetti più nuovi non hanno forzieri e fanno profitti per cifre che sono una frazione degli investimenti che prevedono di fare. La promessa è quella di diventare colossi dai grandi profitti anche loro una volta che la IA sarà la nuova normalità, come o più di come lo sono oggi internet o l’uso degli smartphone. Per farlo serve investire in ricerca ma soprattutto, oggi, in capacità infrastrutturale: senza i data center non c’è abbastanza capacità per rispondere alla domanda potenziale che si vuole generare fornendo servizi alle imprese e ai consumatori. Per questa ragione le proteste contro i centri di dati divengono un aspetto centrale della politica statunitense e per questo il presidente Donald Trump, alleato di Big Tech ma anche consapevole della necessità di competere con la Cina e mantenere la supremazia nel settore – o quantomeno essere alla pari – tuona contro chi protesta. Per questo circolano teorie del complotto secondo cui è Pechino a fomentare le proteste.

Questa colossale esposizione finanziaria significa potenziale ridimensionamento dei capitali accumulati per le imprese come Meta e Alphabet e un rischio maggiore per chi sta prendendo soldi a prestito. In questo senso qualsiasi intoppo – dalle difficoltà a costruire data center ai problemi per alimentarli (la rete elettrica USA è vecchia e sotto pressione), dall’introduzione di regole da parte della politica all’adozione di programmi IA a pagamento che non stia al passo con le previsioni di consumo – potrebbe generare lo scoppio di quella che in molti definiscono una potenziale bolla finanziaria.

 

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Restando alla finanza c’è poi l’aspetto del finanziamento circolare: tutti i principali gruppi hanno investito gli uni negli altri (Amazon in Anthropic, come anche Google, Microsoft in Open AI per fare solo due esempi). Questo significa non solo che la robustezza della capitalizzazione è minore di quanto sembra; ma anche che il cattivo andamento di un gruppo potrebbe a sua volta danneggiare gli investimenti di un altro gruppo. Nel secondo trimestre 2026 i giganti tecnologici hanno registrato 160 miliardi di dollari di profitti derivanti dagli investimenti in altre società nell’intelligenza artificiale, il che non aiuta a rendere trasparente la qualità dei bilanci di questi gruppi: quanto i loro profitti sono frutto di una buona performance e quanto di investimenti in prodotti altrui? Tutti questi gruppi hanno guadagnato molto dall’aver comprato azioni di SpaceX alimentandone la crescita di valore. Nei prossimi mesi ci si aspetta che anche OpenAI e Anthropic si quotino in borsa, come ha fatto l’azienda spaziale di Elon Musk, probabilmente generando fenomeni simili.

Un esempio del finanziamento circolare delle aziende tecnologiche.

 

Conseguenze sull’economia reale

Se la guardiamo dal punto di vista della concorrenza, poi, l’eventuale raggiungimento di risultati molto migliori da parte di una singola impresa rispetto alle altre – ad esempio l’obiettivo della cosiddetta “Intelligenza Artificiale Generale”, cioè la capacità delle macchine di pensare ed elaborare in proprio – potrebbe rendere di colpo tutte le altre imprese obsolete. È successo con i telefoni cellulari e anche con gli smartphone, pensiamo a Nokia o, peggio, a Blackberry, con la differenza che la quantità di investimenti a debito fatti in questa fase diverrebbe un problema finanziario colossale.

Naturalmente potrebbe anche andare tutto bene: le imprese si specializzano, differenziano, trovano un modo di alimentare i propri server che non inquini troppo e così via. Questo è quel che suggerisce un paper della Federal Reserve: “La combinazione di solide infrastrutture fisiche e informatiche, di un clima di investimento sofisticato e dell’enfasi posta sulla diffusione dell’uso dell’intelligenza artificiale in tutti i settori dell’economia consentirà probabilmente agli Stati Uniti di trarre vantaggio dai benefici futuri derivanti dai progressi nel campo dell’intelligenza artificiale, mentre eventuali carenze in uno o più di questi ambiti potrebbero limitare, nel breve termine, i benefici derivanti dall’intelligenza artificiale”.

Veniamo all’occupazione. Gli stessi manager delle imprese di IA hanno spesso parlato di un’apocalisse per i mercati del lavoro, cosa che per adesso non sembra accadere. Secondo uno studio di Anthropic, le categorie più esposte sono programmatori informatici, addetti al servizio clienti e analisti finanziari e più in generale lavoratori nei settori di Arti&Media, Istruzione, Biblioteche, Amministrazione, Finanza. “I gruppi più esposti presentano una probabilità maggiore di 16 punti percentuali di essere composti da donne, di 11 punti percentuali di essere composto da bianchi e quasi il doppio di essere composto da asiatici. Questi individui guadagnano in media il 47% in più e hanno livelli di istruzione più elevati”. L’impatto della AI, insomma, riguarda spesso lavori che richiedono competenze e istruzione (poi c’è la sostituzione dei call center con i bot).

Lo studio e, in generale, l’attenzione, è su quanto sta succedendo in questo stadio, ma alcune indicazioni sull’introduzione di sistemi IA e robot nelle fabbriche cinesi lascia pensare che questa potrebbe essere una direzione che anche altri sistemi produttivi prenderanno, aprendo così alla possibilità di una contrazione nel mercato del lavoro manufatturiero che per adesso non sembra risentire dell’impatto dell’IA.

Cosa succede davvero negli Stati Uniti? A fine agosto la Texas Federal Reserve ha pubblicato uno studio nel quale segnala che le posizioni aperte nello Stato per compiti automatizzabili sono in diminuzione costante: “Il calo non si è limitato alle nuove imprese né è stato determinato da una riduzione del numero delle imprese già esistenti. Le imprese già esistenti hanno pubblicato un numero inferiore di offerte di lavoro e hanno modificato la composizione dei propri annunci, allontanandosi dalle professioni maggiormente esposte all’intelligenza artificiale”.

Il calo è attorno al 9%. Un dato simile lo evidenzia lo Stanford Digital Economy Lab, che segnala come i giovani di 22-25 anni che hanno una formazione che prepara a lavori nelle professioni più esposte siano meno occupati dei loro coetanei in generale (19% in meno, un anno fa erano il 15% in meno) e come questa contrazione non riguardi lavoratori esperti e non sia frutto di licenziamenti ma di mancate assunzioni.

 

 

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