Forza armata e politica nell’età post-multilaterale

Questo articolo è pubblicato sul numero 2-2026 di Aspenia

Molti esperti di geopolitica e relazioni internazionali sostengono che nell’attuale mondo multipolare senza regole – che starebbe confusamente emergendo dalla fine del “secolo americano”, dalla crisi della globalizzazione e dall’erosione del diritto internazionale e del multilateralismo – gli Stati starebbero perdendo anche formalmente le prerogative previste dalla pace di Westfalia. E cioè la sovranità, il diritto di non ingerenza negli affari interni e il monopolio della forza che sarebbero già stati erosi dal contrasto fra le grandi potenze.

Un conflitto mondiale fra gli Stati Uniti e la Cina sta diventando possibile, mentre si rafforza la schiera di chi sostiene l’inevitabilità della “Trappola di Tucidide”, cioè del fatto che quando una potenza emergente minaccia di sostituirne una dominante, la guerra diventa il risultato più probabile. Per i sostenitori di questa posizione, la concezione clausewitziana della guerra – come strumento normale e razionale della politica degli Stati – non avrebbe perso validità, malgrado nessun ricorso alle armi sia riuscito, negli ultimi anni, a trasformare in politica una vittoria militare. Ma anche imporsi con le armi è diventato più difficile: senza probabilità di vittoria, i costi umani ed economici delle guerre ne superano i possibili benefici, condizione (fra una decina di altre) considerata indispensabile dalla dottrina tradizionale perché una guerra possa essere considerata “giusta”. Per tale motivo, non vi sarebbe alternativa alla pace.

Prima di Westfalia, la guerra scoppiava fra le città, le tribù, i gruppi religiosi radicali e gli imperi. Dopo il 1648, la “guerra legittima” poteva avvenire solo fra gli Stati. Le rivoluzioni americana e francese resero praticabile la coscrizione obbligatoria, mentre la rivoluzione industriale diede conseguente rilevanza bellica all’industria degli armamenti; bisogna considerare, infine, il diffondersi dell’“infowar” e dell’importanza delle opinioni pubbliche, cui va aggiunta l’accresciuta rilevanza della guerra “ibrida” rispetto a quella tradizionale “cinetica”, e della cyberwar. Questo processo ha leso il monopolio della forza degli Stati, che è stato ulteriormente minato dalla crescita di potere delle grandi aziende multinazionali. A tale riguardo basta pensare al ruolo di Starlink nella guerra in Ucraina.

 

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Insomma, l’”ordine mondiale” – creato dagli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale – sta collassando e con esso, almeno in parte, il modello di Stato westfaliano. A tale erosione ha cercato di porre un limite il diritto internazionale fondato sulla Carta delle Nazioni Unite, con l’affermazione della legittimità dell’autodifesa degli Stati. Per inciso, il Catechismo della Chiesa cattolica subordina la liceità della guerra a una decina di condizioni (autodifesa, esaurimento degli altri mezzi, retta intenzione, rispetto dello jus in bello), tra cui quella di essere dichiarata da un’autorità legittima, cioè da uno Stato.

Oggi la crisi dell’ONU e le scelte dell’amministrazione Trump stanno accelerando l’erosione del diritto internazionale e della sovranità degli Stati. Eppure, molti responsabili politici continuano a invocare il rispetto della sovranità e del diritto internazionale. A farlo sono soprattutto quelli più deboli, che non possono o non vogliono ricorrere a pressioni politiche o economiche e, al limite, alla minaccia o all’uso della forza. C’è però anche la Cina di Xi Jinping che cerca di apparire campione del multilateralismo per aumentare la propria influenza nel Sud globale (ma non solo), approfittando della crisi del soft power americano, provocata dalla sconsiderata politica di Trump. Le decisioni dell’amministrazione americana, infatti, stanno mettendo in crisi il sistema d’alleanze, che dal 1945 costituivano lo strumento essenziale della superiorità globale degli Stati Uniti e, al tempo stesso, la base dell’ordine liberaldemocratico.

Foto di Günther Schneider (Pixabay)

 

A OGNI EPOCA LA SUA GUERRA. Come ha affermato Clausewitz, ciascuna epoca storica conosce un suo tipo di guerra. Aggiungerei anche di “guerra giusta”, come dimostra il fatto che nella Bibbia dal “Dio degli eserciti” si sia passati alla “guerra flagello di Dio”. L’evoluzione è proseguita con le variazioni apportate dal Concilio Vaticano II alla tradizionale dottrina agostiniano-tomistica della guerra giusta, in parte almeno formalmente ritoccate a metà degli anni Ottanta dal Catechismo, redatto sotto Giovanni Paolo II.

Del resto, le concezioni della guerra mutano indipendentemente dall’evoluzione tecnologica degli armamenti, che incide su tattiche e strategie operative ma non sui fondamenti dottrinali. Anche lo jus in bello segue una propria traiettoria: le successive RMA (rivoluzioni negli affari militari) hanno ampliato le possibilità di ridurre le perdite civili, i “danni collaterali”, senza però alterarne i principi ispiratori. Il mutamento delle concezioni di “guerra giusta” dipende piuttosto dalle trasformazioni della geopolitica, delle società e dei loro valori prevalenti. Ed è sempre connesso al concetto di “guerra legittima”. Al riguardo, si vedano per analogia le dottrine della guerra giusta delle varie religioni: nessuna di esse nega la liceità della difesa da un attacco, come prevede l’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite e come stabilisce la Costituzione italiana, che definisce la difesa della patria “sacro dovere di ogni cittadino”.

 

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Con la globalizzazione dell’economia si verifica piuttosto l’affermarsi di fattori di potenza che sfuggono al controllo degli Stati: ecosistemi comunicativi, cyberspazio, spazio extra-atmosferico, decisioni delle grandi aziende multinazionali; a tutto ciò si aggiungerà sempre più il cloud computing che eroderà la possibilità degli Stati di mantenere il segreto con la crittografia. La somma di questi fattori diminuirà ancora il monopolio della forza da parte degli attori statuali, aumentando l’importanza degli aspetti “non cinetici” delle guerre.

In parallelo, l’intelligenza artificiale generativa minaccia di ridurre le stesse possibilità di controllo umano sui sistemi d’arma, a partire da quelli utilizzati per il launch on warning o il launch under attack delle armi nucleari, caratterizzati dall’istantaneità di reazione. Le recenti dispute fra il Pentagono e Anthropic sui limiti etici all’utilizzazione dell’IA illustrano le sfide poste dall’intelligenza artificiale al controllo della forza da parte degli Stati. Per ora il controllo umano viene mantenuto anche sui sistemi autonomi a massa – robot aerei, terrestri e navali – e sui satelliti operanti a sciami nello spazio extra-atmosferico.

In questo contesto, è importante notare come la sovranità, comunque, non sia mai stata assoluta. Ad esempio, gli Stati europei della NATO dipendono dall’ombrello nucleare americano, devolvendo quindi una parte della propria sovranità agli Stati Uniti. È curioso perciò che anche i sostenitori più radicali dell’autonomia della difesa europea non affrontino un problema centrale per la sicurezza: la necessità di dotarsi di una capacità di dissuasione nucleare, come ipotizzato nel 1957 da Taviani, Chaban Delmas e Strauss dopo le tensioni con gli Stati Uniti a seguito di Suez e dell’Ungheria.

È difficile che un’iniziativa di questo genere possa oggi ripetersi, anche perché la situazione della sicurezza europea odierna è troppo diversa rispetto a quella vigente durante la guerra fredda. Allora il nucleare era centrale per la dissuasione NATO, minacciata, secondo il presidente Ronald Reagan, dal diffondersi dei movimenti “no nukes” negli Stati Uniti. Episodi significativi in questo senso erano stati, tra l’altro, la “Lettera pastorale dei vescovi americani” e la contestazione di movimenti cristiani contro il sottomarino lanciamissili USS Corpus Christi, il cui nome era ritenuto blasfemo, pur facendo riferimento a una città portuale americana.

Le preoccupazioni di Reagan erano condivise da Giovanni Paolo II e furono all’origine della lettera inviata dal pontefice nel giugno 1982 all’Assemblea dell’ONU, in cui si sosteneva la liceità etica delle armi nucleari, purché impiegate esclusivamente per dissuadere una guerra. La lettera facilitò il ripristino dei rapporti diplomatici fra gli Stati Uniti guidati dal presidente repubblicano e il Vaticano del papa polacco; tale riavvicinamento era stato impedito anche durante la presidenza del cattolico Kennedy dall’antipapismo dei protestanti maggioritari negli Stati Uniti, così come racconta Massimo Franco in Papi, dollari e guerre.

In sostanza, oggi la guerra resta strumento degli Stati per difendersi o per imporre ad altri la propria volontà — ciò che ciascuno chiama la “propria pace”. Nessuno fa la guerra per la guerra: la si usa come ultimo ricorso, quando minacce e dissuasione hanno fallito, proprio perché è il mezzo più costoso e rischioso tra quelli disponibili. Le armi, paradossalmente, risultano più utili quando non vengono impiegate: servono a mantenere uno status quo ritenuto favorevole — e quindi “giusto” — o a imporre la pace desiderata attraverso la minaccia, implicita o esplicita, di farvi ricorso. Tutto ciò non esclude che l’attuale sistema internazionale possa mutare, adeguandosi alla nuova configurazione della potenza comunicativa, economica e militare. Lo ha ad esempio suggerito su Foreign Affairs il premier finlandese Alexander Stubb, che prevede l’avvento di un ordine mondiale basato su tre blocchi – Ovest, Est e Sud – in competizione fra loro e in cui i singoli Stati componenti vedranno la propria sovranità reale limitata da regole non tanto internazionali, quanto proprie del blocco di appartenenza.

 

I MEZZI DELLA GUERRA E DELLA POLITICA. “La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” è la frase più citata di Clausewitz. Il significato attribuitole non corrisponde però al pensiero clausewitziano; deve invece la sua fortuna alla manipolazione cui è stata sottoposta dalle “scuole militariste” dei vari paesi, sostenitrici della necessità che, con lo scoppio della guerra, il ruolo della politica e dei politici scompaia, a favore della strategia e dei generali. Sono le stesse scuole a sostenere che qualsiasi guerra possa finire solo con una vittoria militare completa, cioè con l’annientamento delle forze nemiche.

È importante notare che per Clausewitz la politica non si interrompe con l’inizio della guerra. E che quest’ultima non deve finire necessariamente con l’annientamento del nemico, sebbene tale aspetto vada sempre considerato per cautela, come worst case scenario. In ogni conflitto, il dialogo con il nemico continua sia attraverso la diplomazia sia con le bombe; queste non sostituiscono, ma si aggiungono, coordinandosi, ai messaggi diplomatici. Ciascuna bomba diventa quindi un messaggio con due significati: è un invito all’avversario ad accettare la pace che gli si vuole imporre, e segnala la minaccia di una bomba successiva.

La guerra è perciò sempre politica, con l’aggiunta di mezzi militari agli strumenti consueti. Ciò continua a essere vero con la diffusione dei mezzi di comunicazione che non solo ha aumentato l’importanza dell’infowar, ma ha anche facilitato lo scambio di messaggi fra gli avversari. Del resto, sulle strategie militari esistevano anche in passato condizionamenti e limitazioni derivati dalle strutture delle società e dai sistemi di reclutamento.

La storia considera due tipi di guerra: l’occidentale e l’orientale. Il primo modello di guerra, ereditato dai greci, tende a realizzare la vittoria rapidamente, con una grande battaglia, per terminare quanto prima il conflitto, consentendo agli opliti di tornare alle loro attività. Il secondo modello – quello orientale, teorizzato da Sun Tzu – prevede di conseguire la vittoria senza una battaglia, ma con la sorpresa, la manovra e l’attesa; tutto ciò era permesso dal fatto che gli eserciti del Celeste Impero fossero composti da mercenari a lunga ferma. Tale differenza di “modelli” strategici influenza tuttora gli approcci occidentale e cinese.

 

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Clausewitz suggerisce che chi inizia materialmente la guerra è il difensore, cioè chi non vuole cedere né farsi occupare. Il conquistatore, al contrario, sarebbe nella sua visione un soggetto pacifico — vorrebbe imporre la propria pace senza colpo ferire. Eppure, proprio questa logica innesca un meccanismo ricorrente: l’aggressore, forte di un rapporto di forze favorevole, punta a chiudere rapidamente il conflitto. Il più delle volte, però, chi subisce l’attacco riesce a convertirlo in una guerra di logoramento, ribaltando progressivamente i rapporti di forza. È quanto avvenuto in Ucraina.

Tutto ciò poggia sulla superiorità intrinseca della difesa sull’attacco. Una superiorità che il progresso tecnologico attuale sta aumentando esponenzialmente, rendendo impossibile la vittoria militare e quindi la sua trasformazione in successo politico. Lo spiega bene Lawrence Freedman nell’articolo “The age of forever wars”, pubblicato su Foreign Affairs, marzo-aprile 2026.

Nello scenario odierno sarebbero perciò mutate radicalmente non solo le caratteristiche tecniche e tattiche delle guerre, ma anche la loro possibilità di essere strumento della politica, come sono state sempre nella storia. Per inciso, tale possibilità aveva indotto il teologo evangelico Reinhold Niebuhr, consigliere spirituale del grande politologo Hans Morgenthau, ad affermare che la pretesa di volere abolire la guerra era simile a quella di volere cancellare il “peccato originale”. Del resto, l’impossibilità di abolire la guerra dalla storia non contraddice la tradizionale dottrina agostiniano-tomistica della “guerra giusta” né le critiche fattene, come visto, dal Concilio Vaticano II. Eppure, i mutamenti in atto implicano che, nelle condizioni della nostra epoca, non è possibile nessuna “guerra giusta”, eccetto beninteso quelle strettamente difensive di un giusto status quo.

Va notato, infine, che il significato politico della forza e la sua capacità di modificare la geopolitica sono stati profondamente alterati dagli armamenti nucleari e dalle altre armi di distruzione di massa — biologiche e, nel prossimo futuro, chimiche. Dopo la fine della guerra fredda e fino a tempi recenti, questi arsenali erano stati relegati alla sola funzione di dissuasione, come strumenti di “non guerra”. Oggi stanno recuperando rilevanza strategica operativa: la Russia ne ha più volte minacciato l’impiego, inserendoli nella propria dottrina come armamenti equiparabili a tutti gli altri. Ciò avviene anche perché la miniaturizzazione e la specializzazione degli ordigni atomici hanno aumentato la possibilità di controllarne gli effetti. Solo la Cina continua ad adottare la politica “dichiaratoria” di considerarle armi di no first use e di “dissuasione minima”: si tratta probabilmente di propaganda, in attesa che Pechino completi il proprio imponente programma nucleare.

 

 


Questo articolo è pubblicato sul numero 2-2026 di Aspenia.

 

 

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