L’Europa nel Mediterraneo: autonomia strategica oltre il paradigma commerciale

I recenti eventi bellici nel Golfo Persico e attorno a Bab el-Mandeb, oltre a rappresentare l’ennesimo scatenamento del caos in un mondo in cui gli equilibri sono sempre più precari, hanno contribuito a riportare ancora una volta l’attenzione della politica europea sul Mar Mediterraneo. L’inopinata crisi energetica scaturita dal conflitto in Iran ha rappresentato un’emergenza in grado di riscrivere rapidamente le agende della politica estera europea e quelle dei singoli Stati che la compongono. Questo tipo di approccio emergenziale e non sempre organico è già stato applicato dall’Unione Europea in vari teatri, dallo scoppio delle primavere arabe alle emergenze migratorie, dalla prevenzione del radicalismo fino al tuttora irrisolto conflitto israelo-palestinese.

A ciò si aggiunga che il nuovo ciclo storico in cui si manifestano questi eventi ha almeno due peculiarità: la prima è quella di un vuoto di potere che piccole e medie potenze regionali gareggiano per colmare. Ciò concorre irrimediabilmente ad aumentare il disordine e a rendere quantomeno complesse le ambizioni di stabilizzazione dell’area MENA. La seconda specificità di questa fase di transizione è l’urgenza di porre un argine al disordine, cui si affianca la chiusura definitiva di possibilità che non vengono percorse: sarà ancora attiva in futuro la facoltà del dialogo tra Russia ed Ucraina, tra Israele e Palestina, tra Iran e Paesi del Golfo, tra lo stesso Iran e gli USA? E l’Europa, dopo questa fase di “vuoto”, sarà ancora un interlocutore per i Paesi mediterranei?

Il Mediterraneo nella carta marittima ottomana di Piri Reis (1525).

 

La politica del frammento

La storia delle relazioni tra l’Europa e i Paesi mediterranei degli ultimi trent’anni è animata da idee brillanti e proposte innovative che si sono arenate in parte a causa del mutato corso degli eventi, in parte per l’assenza di una visione unitaria e lungimirante del partenariato tra Europa e Stati del Mediterraneo.

La politica estera europea si è lasciata distrarre dall’osservazione della singola tessera precludendosi lo sguardo verso l’intero mosaico. Una vera e propria politica del frammento, fatta di dichiarazioni valoriali e cambi di rotta continui dettati dalle singole emergenze.

Già a partire dal Processo di Barcellona (1995) si nota come l’Europa, dopo la fine della Guerra Fredda, comprendesse l’importanza di una visione regionale e non frammentaria del Mediterraneo in cui costruire un dialogo politico permanente e finalizzato alla prevenzione dei conflitti, alla pace e alla stabilità. Tuttavia, prevalsero le dichiarazioni di intenti, le popolazioni interessate non vennero adeguatamente coinvolte e la logica gestionale prevalse su quella dell’integrazione. Con la Politica Europea di Vicinato (2004), anche solo a livello lessicale, si comprende come l’Europa non si consideri mediterranea ma ritenga gli Stati mediterranei dei “vicini” con cui intrattenere dei rapporti. Si passa dunque da legami multilaterali a rapporti bilaterali con i singoli governi. Tale politica è stata più volte revisionata e addirittura sconfessata. Nel 2011, dopo le primavere arabe, la Politica Europea di Vicinato vira decisamente verso un sistema di incentivi europei rivolti a singoli Stati, subordinati alla realizzazione di riforme interne. Tale impostazione viene poi meno a seguito della revisione della Politica Europea di Vicinato, che avviene nel 2015, e che abbandona il nesso binario di incentivi e riforme.

Si nota immediatamente come la strategia sia mutata con eccessiva facilità, come sia mancata una visione prospettica di lungo termine e come, a fronte degli stravolgimenti di ogni ordine che hanno caratterizzato il Mediterraneo in questi decenni, non vi sia stato un adattamento ma un vero e proprio stravolgimento passivo delle politiche da mettere in atto. Le politiche sono cambiate ma la percezione del Mediterraneo dei decisori politici, no.

Cosa è mancato nel collegamento tra le intenzioni di cooperazione e la realizzazione delle politiche dichiarate e in qualche misura pianificate? Almeno due fattori risultano decisivi: il primo è un problema di impostazione. L’Europa non ha mostrato di percepire il Mediterraneo come una sua dimensione essenziale ma lo ha trattato come “altro”. D’altro canto, la struttura stessa e la forma mentis della politica europea sono naturalmente orientate verso accordi di tipo economico e commerciale e verso la costruzione di mercati. Da ciò deriva il secondo problema: il linguaggio che ha utilizzato con i propri interlocutori è stato prevalentemente quello transazionale e non quello relazionale.

 

Euro-Mediterraneo? Un pleonasmo

Tra i più influenti storici del Mediterraneo, Fernand Braudel e David Abulafia hanno offerto due interpretazioni complementari che hanno profondamente segnato gli studi sulla regione. Per Abulafia il Mediterraneo va interpretato, dall’antichità all’età contemporanea, come uno spazio di connessioni, nel quale pellegrini, intellettuali, santi, mercanti, soldati e diplomatici hanno dato vita a una fitta rete di relazioni, pur in presenza di conflitti e profonde differenze politiche, religiose e culturali. Per Braudel, invece, il Mediterraneo va letto come uno spazio unitario sul piano geografico ma plurale su quello storico e culturale, abitato da popoli differenti le cui interazioni, nella lunga durata, hanno dato origine a una civiltà mediterranea caratterizzata da molteplici elementi comuni. Pur partendo da prospettive diverse, entrambi gli autori rifiutano una lettura del Mediterraneo come semplice linea di frattura tra civiltà inconciliabili e ne mettono in evidenza la dimensione di spazio storico delle relazioni e degli scambi.

Lo studio della storia mediterranea mostra in effetti come al di là e al di sopra dei conflitti e degli incontri che hanno caratterizzato questa regione, ci sia stata un’élite intellettuale in grado di intendersi e di comunicare. Si pensi, ad esempio, a Carlo Magno, considerato oggi a buon diritto un padre dell’Europa moderna per la sua sensibilità spirituale e culturale e per la sua capacità di estendere le relazioni europee dopo un periodo di chiusura e disordine. La sede amministrativa dell’imperatore era collocata nell’Europa continentale ma questo non gli impedì di coltivare dei rapporti proficui con il califfo Harun al-Rashid al punto che Eginardo, il biografo di Carlo Magno, definì concordia in amicitia il legame tra i due sovrani. Non furono rapporti personali perché i due non si conobbero mai ma si trattò di relazioni diplomatiche e culturali che portarono, senza colpo ferire, all’assegnazione della custodia dei luoghi sacri del Cristianesimo in Terra Santa a Carlo Magno nell’807.

 

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Lo studio di questo e di molti altri esempi, da Federico II ai rapporti tra Venezia e l’Impero ottomano tra XV e XVII secolo, fino ai viaggi di Papa Francesco, mostra come il legame tra Europa e civiltà mediterranee sia indissolubile e come non esista contraddizione tra Europa continentale e mediterranea ma, al contrario, la contraddizione risieda nel negare la dimensione mediterranea dell’Europa. Ne sono consapevoli i Paesi dell’Africa settentrionale che, dall’Egitto al Marocco, citano nella propria carta costituzionale il Mar Mediterraneo come spazio in cui si dispiega la propria esistenza.

 

Economia ancilla culturae

L’attuale scenario internazionale impone all’Europa, pur in ritardo, di costruire un’autonomia strategica, nel rispetto delle alleanze consolidatesi nei decenni. Una strategia autonoma non può però limitarsi alla politica di difesa comune ma dovrebbe proprio partire da una nuova mentalità e da una nuova impostazione culturale sia interne che verso i partner esterni per non reiterare gli errori del passato. Solo una nuova visione che sia innanzitutto prospettica potrà accompagnare e valorizzare la difesa, la sicurezza e l’economia.

Una nuova prospettiva in cui il Mediterraneo, anche se così travagliato, sia il baricentro e non una faglia da cui fuggire o da trattare solo in situazioni straordinarie, può avere diversi vantaggi. Innanzitutto, come si è visto, sia nel passato che nel presente nel Mediterraneo è necessario costruire relazioni basate sulla fiducia e la credibilità che hanno una solidità più duratura rispetto a quelle basate su incentivi e transazioni commerciali; una strategia, in ottica culturale, europea, e dunque mediterranea, permetterebbe inoltre di non cadere nelle ingenuità tipiche delle politiche esclusivamente normative o nella ristrettezza di quelle unicamente economiche. Consentirebbe cioè un approccio realista quanto mai necessario nell’area. Una nuova dimensione culturale per la politica estera europea sarebbe fondamentale per non incorrere in una tentazione tipica del passato, quella di pretendere che gli interlocutori abbiano la stessa grammatica e la stessa sintassi, persino gli stessi valori, dei partner europei.

 

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La cultura costituisce uno dei linguaggi più efficaci che permette di intendersi al di là di differenze di questo tipo e che facilita le mediazioni ed è un terreno sul quale l’Europa, in virtù di un’eredità storica, ha un vantaggio rispetto ad altri attori. Questo sarebbe di fondamentale supporto alla formazione di una classe dirigente mediterranea plurale ma concorde e consapevole del passato e delle complessità contemporanee. Una politica culturale europea sarebbe inoltre utile perché sarebbe in grado di integrare, senza manipolare e senza farsi strumentalizzare, le molteplici autorità religiose che così tanto peso hanno nel Mediterraneo. Ciò consentirebbe di trovare un ulteriore veicolo di comunicazione, di contrastare ulteriormente il radicalismo e di arginare la strumentalizzazione della religione che si fa sempre più acre.

Sembra che l’Unione Europea abbia colto l’urgenza di un cambio di rotta che non sia estemporaneo ma strutturale e ciò può essere desunto dai più recenti documenti normativi. La Commissione Europea e l’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza hanno pubblicato nell’ottobre del 2025 un documento dal titolo “Il patto per il Mediterraneo. Un mare, un patto, un futuro”.

Il documento, redatto con il supporto di Paesi mediterranei non facenti parte dell’Unione e della Anna Lindh Foundation, dichiara la necessità per l’Europa di focalizzarsi sul Mediterraneo e di rinnovare le relazioni tra i Paesi, appartenenti a tre continenti, che si affacciano su questo mare.

In questa proposta di nuovo patto la Commissione prefigura la creazione di una università mediterranea con campus situati in diverse città, la nascita di un centro mediterraneo per la diplomazia e il supporto a iniziative di mentoring intergenerazionale. La manifestazione di queste intenzioni è rilevante perché mostra come l’Europa abbia compreso gli errori dei suoi precedenti approcci politici.

Negli ultimi trent’anni l’UE ha interpretato il Mediterraneo prevalentemente come uno spazio periferico, quasi estraneo, da gestire attraverso strumenti economici, normativi e di sicurezza, mentre la storia del Mediterraneo e la sua complessità attuale mostra che l’Europa ne è parte integrante e che la costruzione di relazioni stabili dipende anche dalla capacità di creare legami culturali, intellettuali e diplomatici che affianchino e sostengano le politiche economiche e securitarie. Se l’Europa saprà riscoprire questa sua radice mediterranea e interpretarne le responsabilità, potrà aspirare a un ruolo da protagonista in quello che fu il mare nostrum e che oggi è diventato un mare magnum.

 

 

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