La Bosnia-Erzegovina e l’ISIS: un caso di normalità europea

In principio fu Al-Qaeda. Nel dopo-11 settembre, ogni riferimento all’Islam nei Balcani venne fatto passare per le forche caudine dell’imprescindibile minaccia terroristica del gruppo di Osama bin Laden. Tra settembre e novembre 2001 i mezzi d’informazione tanto generalisti quanto specializzati si riempirono di articoli sul pericolo islamista che gravava sull’Italia e sull’Europa a partire dai “buchi neri” balcanici: dal Kosovo appena sottratto a Slobodan Milosevic alla Bosnia-Erzegovina ancora fresca di dopoguerra, dall’Albania sopravvissuta al collasso dello Stato alla Macedonia ancora a rischio di esplosione etnica. Si fondevano così due temi fondamentali dell’immaginario: quello della “polveriera balcanica”, luogo di antichi odii, e quello del “terrorismo islamico”, assurto a nuova alterità essenziale con la fine del conflitto ideologico della guerra fredda. E spesso, a sostegno, si citavano tesi care alla pubblicistica di propaganda serba degli anni Ottanta, quali quella della “dorsale verde” che attraverserebbe i Balcani collegando i diversi territori a maggioranza musulmana, in realtà privi di continuità territoriale e divisi da lingue, nazionalità e anche confessioni diverse.

Quindici anni dopo, gli schemi mentali di lettura dell’Islam nei Balcani sono ancora gli stessi. Oggi la nuova minaccia si chiama ISIS. E così tornano i reportage allarmati che parlano della Bosnia-Erzegovina come nuova “roccaforte” dell’ISIS, terra non solo di reclutamento ma di insediamento attivo dei peggiori tagliagole di quest’epoca. Ma la realtà è diversa.

La Bosnia-Erzegovina è una terra con una presenza islamica autoctona e cinquecentenaria, legata all’amministrazione del Paese slavo da parte dell’Impero Ottomano. Il risultato è un’Islam nato e cresciuto in Europa, in cui alla tradizione ottomana si sono poi succedute l’amministrazione austroungarica, con la creazione della Comunità Islamica come istituzione centralizzata del culto, e cinquant’anni di comunismo jugoslavo, con la rapida secolarizzazione della società. Le nuove ideologie dell’islam politico arrivano in Bosnia-Erzegovina con la guerra dei primi anni Novanta; solo una piccola parte dei foreign fighter giunti a sostenere il governo di Sarajevo, tuttavia, si stabilisce nel Paese al termine del conflitto.

Oltre alla predicazione nei quartieri popolari delle grandi città, salafiti e wahhabiti fondano allora comunità isolate in piccoli villaggi. La maggioranza di questi micro-emirati non sopravvivono più di qualche anno: sospettati di nascondere armi e terroristi ricercati essi vengono sgomberati già prima del 2001. Permangono poche e isolate comunità rurali, i cui abitanti conducono una vita più simile a quella degli amish americani che non a quella di pericolosi terroristi.

Le istituzioni bosniache, statali quanto religiose, sono ben al corrente dei rischi della radicalizzazione della pur piccola presenza islamista nel Paese, e luoghi come Gornja Maoča – i cui abitanti si sono comunque dissociati esplicitamente dall’ISIS – restano sotto stretta sorveglianza da parte dell’agenzia di sicurezza nazionale (SIPA). Allo stesso tempo, la predicazione salafita e wahhabita è avversata dalla stessa Comunità Islamica bosniaca, anche a caro prezzo. È il caso di Selvedin Beganović, imam di Velika Kladuša, che per i suoi sermoni contro la violenza è stato accoltellato più volte da parte di seguaci del predicatore itinerante Husein Bilal Bosnić, radicalizzatosi in Germania e oggi in carcere a Sarajevo. La Bosnia ha di recente criminalizzato la partecipazione di suoi cittadini a conflitti all’estero, e ha fatto dono al governo iracheno di 550 tonnellate di armi e munizioni da utilizzare contro l’ISIS (che, di converso, ha a disposizione armi serbe e croate). Si presume siano circa 350 i giovani bosniaci partiti a combattere in Siria ed Iraq, sui circa 1,5 milioni di musulmani nel Paese – lo stesso numero di combattenti che per la vicina Serbia, e molti meno che da Paesi occidentali come Francia, Germania o Belgio, per non parlare degli oltre 3.000 partiti dalla Tunisia.

In vent’anni dalla conclusione di un conflitto che in diversi avevano tratteggiato come fronte di una guerra di civiltà, e dopo quasi quindici anni di ricorrenti timori, si contano sulle dita di una mano gli attentati avvenuti contro obiettivi occidentali in Bosnia-Erzegovina. La presenza di una sparuta comunità islamista radicale non è da sottovalutare, ma le istituzioni nazionali bosniache, tanto statali quanto religiose, hanno dimostrato di avere gli strumenti necessari per gestire la situazione. Piuttosto, oltre alla sorveglianza e alla contro-predicazione, andrebbero affrontate le condizioni sociali che spingono quei pochi alla radicalizzazione, a partire da dati economici devastanti quali il 60% di disoccupazione giovanile nel Paese. È ciò che sta cercando di fare l’Unione Europea, che ha proposto l’anno scorso al governo di Sarajevo un piano di riforme per la crescita economica e il lavoro, a seguito delle proteste sociali che hanno attraversato il Paese la scorsa primavera.

La Bosnia-Erzegovina non era un serbatoio di terroristi per Al-Qaeda, come veniva dipinta dopo il 2001, e non è oggi una fucina di combattenti per lo Stato Islamico, checché ne dicano certi reportage. La presenza musulmana nei Balcani occidentali è un fenomeno antico, complesso e variegato, che sarebbe importante conoscere meglio e seguire con attenzione, senza panico e senza eccessi.

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