La guerra avviata alla fine di febbraio 2026 con l’attacco americano-israeliano all’Iran, e rapidamente estesasi a buona parte del Medio Oriente, ha messo ancora una volta in evidenza come, in un sistema economico altamente interdipendente, anche conflitti geograficamente circoscritti possano produrre effetti e rischi di portata globale.
In risposta all’offensiva subita, e come aveva minacciato di fare già in precedenza in caso di attacco, l’Iran ha infatti fatto leva sulla propria posizione geostrategica per bloccare le navi cargo che passano dallo Stretto di Hormuz, snodo logistico per i flussi globali di idrocarburi, ma anche per altre filiere strategiche.
L’energia, variabile cruciale della crisi in Medio Oriente
Prima dello scoppio del conflitto, circa un quarto del petrolio mondiale e quasi un quinto del gas naturale liquefatto (GNL) transitavano attraverso lo Stretto di Hormuz. Il blocco di questo snodo strategico ha generato significative difficoltà per i mercati che in diversa misura dipendono dai relativi flussi energetici: in particolare, i Paesi asiatici sono stati in diversa misura colpiti sia sul fronte degli approvvigionamenti che su quello dei prezzi, mentre quelli europei hanno risentito nell’immediato dell’aumento dei costi.
Tra i mercati asiatici, Paesi come India e Pakistan subiscono gli effetti del blocco di Hormuz sia a livello di disponibilità delle proprie forniture di GNL e petrolio sia di prezzi, mentre Cina e Giappone riescono ad assorbire lo shock principalmente sul piano dei prezzi, grazie a strategie di sicurezza energetica basate su riserve e diversificazione. Per quanto riguarda l’Europa, invece, in Italia, Germania e Francia i rincari energetici si riflettono più rapidamente sui mercati – e dunque sul costo dell’energia.
La crisi dello Stretto di Hormuz evidenzia come l’attuale sistema energetico globale consenta a Paesi con una posizione geostrategica privilegiata come l’Iran di usare l’energia come leva geopolitica – in questa specifica istanza, per aumentare i costi del conflitto, amplificarne le conseguenze su scala mondiale, e accrescere la pressione per una risoluzione diplomatica.
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Pur considerando le differenze specifiche tra i due contesti, la crisi legata allo Stretto di Hormuz e la conseguente strumentalizzazione dei flussi energetici e commerciali evocano quanto accaduto nel 2023-24 nel Mar Rosso in seguito alla regionalizzazione del conflitto post 7 Ottobre. In quel quadro, gli attacchi degli Houthi (alleati yemeniti dell’Iran) alle navi cargo in transito attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb hanno a loro volta messo a rischio la sicurezza delle rotte marittime e dei commerci globali. Anche nell’attuale crisi in Medio Oriente, peraltro, Bab el-Mandeb rimane a sua volta un choke point sotto osservazione speciale dato l’alto rischio di escalation in questo teatro dall’alta rilevanza geostrategica.
Non a caso, dunque, una delle condizioni poste da Washington per il mantenimento della tregua annunciata lo scorso 8 aprile è stata proprio la riapertura dello stretto di Hormuz, con l’obiettivo di attenuare nell’immediato gli effetti della guerra. Riapertura che, però, sembra ancora ben lontana dal concretizzarsi.
Oltre al blocco dello Stretto, l’Iran ha puntato al danneggiamento di alcuni impianti energetici nel Golfo – primo fra tutti il qatariota Ras Laffan, il più grande impianto di GNL al mondo. Attacchi che hanno un potenziale impatto strutturale sul medio-lungo termine, influendo non solo sulla logistica ma anche sulle capacità produttive e di raffinazione dei Paesi della regione.
L’energia si conferma dunque come una variabile geoeconomica cruciale da osservare in questa crisi: non solo per le ripercussioni dirette su prezzi e disponibilità, ma anche per gli effetti trasversali che le oscillazioni e le carenze dei flussi energetici generano su una vasta gamma di processi produttivi e servizi, e che hanno a loro volta pesanti ricadute geopolitiche.
Accanto alla questione energetica, e in alcuni casi in connessione a questa, è però necessario valutare gli impatti della guerra – e più nello specifico delle interruzioni nelle catene di approvvigionamento dettate dal blocco dello Stretto di Hormuz – anche su altre filiere altamente strategiche nelle quali i Paesi del Golfo detengono un ruolo rilevante. Ne sono un esempio, sebbene non esaustivo, le forniture di fertilizzanti, la cui instabilità mette di nuovo all’ordine del giorno la questione della sicurezza alimentare, sebbene in modo diverso da quanto successo in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina. L’attuale conflitto rischia inoltre di interrompere forniture necessarie alla produzione di tecnologie digitali, nonché di tecnologie e infrastrutture per la transizione energetica.
Sicurezza alimentare: il ruolo centrale dei fertilizzanti
I Paesi arabi del Golfo rappresentano un hub globale per la produzione e l’esportazione di fertilizzanti: in condizioni di normale circolazione, circa un terzo dei volumi globali di fertilizzanti passa dallo stretto di Hormuz.
Il Golfo svolge un ruolo centrale innanzitutto nella catena del valore dell’urea, fertilizzante azotato utilizzato in particolare nella coltivazione di cereali come riso, mais e grano, e in quella dell’ammoniaca, necessaria nel processo di produzione dell’urea (oltre a essere impiegata direttamente come fertilizzante prevalentemente nel settore cerealicolo statunitense).
In particolare, Arabia Saudita e Qatar, quest’ultimo il maggiore esportatore mondiale di urea e uno dei maggiori esportatori globali di ammoniaca, si posizionano come un polo strategico di produzione finalizzata all’esportazione di entrambe le filiere, a partire dalla grande disponibilità di gas a basso costo nella regione.
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Sebbene in misura minore rispetto a urea e ammoniaca, la regione gioca un ruolo rilevante anche nelle catene del valore dei fertilizzanti fosfatici, a diversi livelli. Innanzitutto, i Paesi del Golfo esportano oltre il 40% dello zolfo a livello globale, e lo fanno in gran parte proprio attraverso lo Stretto di Hormuz. Lo zolfo, sottoprodotto dell’industria degli idrocarburi, è necessario per produrre l’acido solforico, utilizzato appunto nella produzione di fertilizzanti fosfatici. Le interruzioni nelle forniture causate dal blocco di Hormuz sono dunque critiche per l’industria alimentare, dalla quale deriva circa il 60% della domanda mondiale di zolfo.
In altre parole, senza lo zolfo proveniente dal Golfo, Paesi terzi importatori come Marocco, India, Cina, Brasile non possono produrre fertilizzanti a livello domestico. E lo stesso vale per i Paesi che importano ammoniaca dal Golfo per produrre urea, come per esempio India e Pakistan. Grazie proprio alla disponibilità di fosfati e zolfo, l’Arabia Saudita gestisce inoltre circa il 20% del commercio globale dei prodotti fosfatici (in prevalenza appunto fertilizzanti), attraverso una filiera integrata che parte dall’estrazione di fosfati per arrivare sino al prodotto finito.
Già a marzo, a poche settimane dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, il prezzo dell’urea aveva registrato un aumento cospicuo rispetto ai livelli pre‑crisi, segnalando la rapidità con cui le tensioni geopolitiche possono riflettersi su mercati essenziali. In ambito di fertilizzanti, le implicazioni della crisi rischiano di diventare complesse e profonde: a differenza di altre materie prime, i fertilizzanti non dispongono di ampie riserve strategiche e il settore opera in prevalenza su flussi continui, in linea con i cicli agricoli. Qualsiasi interruzione o carenza incide direttamente sui raccolti, innescando effetti a cascata lungo le catene del valore alimentari – non solo agricole, ma anche industriali – e ponendo rischi concreti per la sicurezza alimentare.
Tali effetti risultano particolarmente gravi nei Paesi più esposti alle importazioni di fertilizzanti dal Golfo, come numerosi Paesi dell’Africa Subsahariana e alcuni mercati asiatici come Sri Lanka e Pakistan. In generale, i Paesi fortemente dipendenti dalle importazioni di beni alimentari finiti si troveranno ad affrontare costi maggiori, in quanto il costo finale dei generi alimentari rifletterà sì il rincaro dei fertilizzanti, ma anche quello dell’energia.
Tecnologie digitali e sanità
L’acido solforico svolge un ruolo centrale anche nel processo produttivo dei semiconduttori, per i quali non servono quantità ingenti di questo derivato dello zolfo – come invece accade per i fertilizzanti – ma rimane necessaria una fornitura continua.
Non solo l’esportazione, ma la stessa produzione di elio, a sua volta impiegato nell’industria dei semiconduttori, è a rischio per il blocco di Hormuz. Il Qatar produce infatti circa un terzo dell’elio a livello globale, estraendolo durante la liquefazione del gas in tre impianti all’interno del sito di Ras Laffan. Gli attacchi sul sito hanno parzialmente fermato non solo la produzione di GNL, ma anche le unità per l’estrazione dell’elio, con potenziale impatto anche nel settore della sanità, dove questo gas è necessario tra le altre cose per le tecnologie legate alle risonanze magnetiche. Anche in caso di funzionamento di Ras Laffan, il blocco di Hormuz mette a rischio le forniture di elio a livello logistico, a maggior ragione perché i tempi di trasporto di questo gas nobile nei container specializzati non possono superare i 48 giorni.
Metalli per la transizione energetica
L’acido solforico svolge infine un ruolo cruciale nei processi di estrazione e raffinazione di metalli come rame, nickel, cobalto e litio, inclusa la produzione di idrossido di litio per le batterie dei veicoli elettrici. Accanto al comparto agricolo, a quello delle tecnologie digitali e alla sanità, la disponibilità dell’acido solforico condiziona quindi interi segmenti delle catene del valore della transizione energetica, dalle infrastrutture di rete ai sistemi di accumulo e alla mobilità elettrica.
Infine, il blocco di Hormuz ha anche un impatto dal punto di vista logistico sulle forniture di alluminio, essenziale per reti elettriche, tecnologie rinnovabili (eolico, solare, batterie e sistemi di accumulo) e mobilità elettrica, oltre al massiccio impiego in settori tradizionali come le costruzioni e i trasporti.
Le monarchie arabe del Golfo importano infatti allumina (o bauxite, dal quale producono allumina) e la trasformano in alluminio primario tramite processi estremamente energivori alimentati dalla disponibilità locale di gas a basso costo, per poi riesportare alluminio o semilavorati verso i mercati internazionali. Nello specifico, i Paesi del Golfo producono oltre l’8% dell’alluminio primario globale; la gran parte di questa produzione è destinata all’export, giocando dunque un ruolo rilevante nel relativo commercio globale. Sebbene, a differenza di altre filiere sinora approfondire, le forniture di alluminio possano essere redirette verso altre rotte con maggiore flessibilità, si tratta comunque di soluzioni emergenziali che vanno a impattare su costi e tempi di trasporto, e le cui conseguenze nel medio-lungo periodo possono diventare critiche.
Multilateralismo e diplomazia: oltre la weaponization?
La crisi in corso ha dimostrato come i Paesi del Golfo non siano soltanto attori centrali nelle filiere di petrolio e gas: essi rappresentano un nodo sempre più strutturale di numerose catene del valore critiche, dai fertilizzanti ai metalli necessari per le tecnologie della transizione energetica, passando per i processi di produzione delle tecnologie digitali.
Ciò rende evidente il grado di interdipendenza dell’economia mondiale, ove shock localizzati in aree strategiche possono rapidamente assumere portata globale. Come esemplificato dal caso dei fertilizzanti, si generano così effetti a cascata che, a partire dalla dimensione geoeconomica, possono seriamente andare a minare la stabilità economica e politica, in particolare nelle aree e nei Paesi più vulnerabili.
Alla luce di tutto ciò, il rafforzamento del multilateralismo – non invece il suo depotenziamento attualmente in corso – e il perseguimento di canali diplomatici a geometria variabile e di meccanismi cooperativi di distensione e gestione delle crisi rappresenta una necessità concreta. In tal modo si riuscirà ad evitare – o per lo meno mitigare – conflitti e tensioni in cui le connessioni che sostengono la globalizzazione siano strumentalizzate come armi tanto potenti quanto incontrollabili.
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Tutto questo è però realizzabile soltanto attraverso meccanismi di cooperazione che tengano conto degli interessi e degli obiettivi di ciascuna parte al tavolo, di modo da essere realmente percepiti come vantaggiosi da tutti gli attori coinvolti. Ciò rappresenta una condizione necessaria al fine di innalzare il costo di scelte distruttive finalizzate a difendere i propri interessi rispetto alla tutela e agli incentivi offerti dal multilateralismo e dai canali diplomatici.