Il dilemma europeo di fronte alla potenza industriale cinese

Dal 2019 il surplus manifatturiero cinese è quasi raddoppiato, raggiungendo circa 2 trilioni di dollari. Nello stesso periodo, il numero di prodotti nei quali la Repubblica popolare cinese rappresenta oltre il 50% delle esportazioni globali è passato da 192 a 315. Sono dati contenuti nel recente rapporto «China’s Next-Generation Industrial Policy» pubblicato dal Rhodium Group, ma sono soprattutto indicatori di un cambiamento strutturale che l’Europa e le economie avanzate non possono più leggere con categorie tradizionali.

L’acciaieria di Benxi, nel nord-est della Cina.

 

Il merito principale del rapporto è descrivere con chiarezza l’evoluzione della strategia industriale cinese, ovvero da politica settoriale a vera e propria operazione strategica sempre più pervasiva, estesa all’intero sistema economico («industrial policy of everything»). L’obiettivo di Pechino non riguarda più soltanto comparti simbolici come auto elettriche, batterie o energie rinnovabili. La logica, adesso, si estende ormai all’intera architettura industriale, dai materiali cosiddetti critici alla chimica, dalle machine utensili ai software industriali, dalle infrastrutture digitali alle energie rinnovabili e altro ancora.

La Cina non sembra più puntare semplicemente ad aumentare le proprie esportazioni, quanto piuttosto di consolidare il controllo delle infrastrutture produttive del sistema economico globale e, conseguentemente, dei flussi commerciali materiali e immateriali.

In questo passaggio, il rapporto diventa particolarmente interessante, ma forse anche incompleto. L’analisi di Rhodium Group, infatti, insiste molto sulla crescita delle dipendenze globali dalle filiere logistico-produttive cinesi e sui rischi che ciò comporta per l’Unione Europea e per gli altri paesi membri del G7. Il rischio esiste ed è reale, tuttavia il rapporto tende a leggere la traiettoria industriale cinese prevalentemente come una minaccia sistemica, mentre dedica meno spazio alle fragilità interne che accompagnano questo modello.

Lo stesso documento riconosce difatti il rallentamento della domanda interna, il deterioramento della redditività industriale, la crescente allocazione politica del credito e la riduzione dell’efficienza del capitale, ovvero elementi che potrebbero diventare decisivi nel medio periodo. La domanda centrale, quindi, non è soltanto se la Cina stia diventando troppo dominante industrialmente, ma anche quanto a lungo questo modello possa sostenersi senza produrre squilibri economici e finanziari sempre più difficili da gestire.

 

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A ciò, si aggiunge anche un secondo punto che meriterebbe maggiore attenzione, e cioè che molte economie occidentali continuano a interpretare la competizione con la Cina, da cui proviene ormai quasi il 30% dell’intera produzione industriale del pianeta, come una questione commerciale. Pechino sembra invece ragionare in termini molto più ampi e profondi, ossia in termini di resilienza strategica, sicurezza economica, controllo delle tecnologie e capacità di influenzare le filiere globali. E in questi termini la politica industriale cinese non appare soltanto una politica economica, ma una forma di organizzazione geoeconomica della produzione.

Il vero problema per l’Unione Europea e per gli Stati Uniti potrebbe allora non essere soltanto la forza della Cina, ma anche, e forse soprattutto, la frammentazione della loro risposta, e di conseguenza della risposta del gruppo di Paesi liberal-democratici.

Inoltre, il rapporto richiama legittimamente il rischio di dipendenze crescenti. Meno sviluppata però appare invece la riflessione sulle debolezze strutturali europee, ben marcate in importanti analisi già finite nei cassetti (v. Letta, Draghi), ossia mercati dei capitali frammentati, politiche industriali disallineate, lentezza decisionale, costi energetici elevati, insufficiente coordinamento strategico, solo per citarne alcune, dalle quali nasce la vulnerabilità europea, ma poi dell’intero blocco occidentale.

Persino la crescente internazionalizzazione delle imprese cinesi è spesso interpretata in modo ambiguo. Molti investimenti all’estero non riducono la centralità manifatturiera della Cina, anzi, la rafforzano, mantenendo nel paese componenti, tecnologie e nodi critici della catena del valore.

Il rapporto di Rhodium Group offre dunque una base molto utile per comprendere la nuova fase della politica industriale cinese. La questione forse non riguarda soltanto la capacità della Cina di conquistare quote di mercato, ma la possibilità che stia emergendo una nuova architettura del potere internazionale nella quale il controllo delle catene globali del valore diventi una leva strategica tanto quanto la finanza, l’energia o la forza militare.

 

 

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