Dazi ed export: l’economia cinese al bivio fra sviluppo e crisi

Se nel frattempo non fossimo finiti dentro una crisi peggiore del solito, che ci ha fatto dimenticare tutto il resto, ricorderemmo che l’aprile 2026 segna l’anniversario dello shock inflitto all’economia internazionale dalla decisione statunitense di applicare dazi a chiunque, ma principalmente alla Cina – il famoso “Liberation Day”.

Il fatto che siano trascorsi solo dodici mesi, quando sembra che questo evento sia accaduto da un’eternità, ci dice molto sullo spirito del tempo, intenso non come temperie, ma proprio come temporalità. Siamo talmente compressi dentro un flusso caotico di eventi che ripensare ai dazi di un anno fa, che così tanti fiumi d’inchiostro (o bit) hanno fatto versare, risulta quasi straniante.

Ma anche se noi abbiamo dimenticato, o, per meglio dire, derubricato, l’economia non dimentica e, nel frattempo si trasforma. E i cambiamenti nella struttura del commercio sono lenti a verificarsi, ma tendono a persistere, a differenza di quanto accade nei mercati finanziari o sugli organi di informazione.

 

Conseguenze persistenti della guerra commerciale

Le borse, per dirla diversamente, sono crollate nell’aprile 2025 e poi si sono riprese – soprattutto a fronte dell’entità notevolmente ridotta delle tariffe effettive rispetto agli annunci iniziali, attestatasi per gli USA attorno al 10%) salvo tornare di nuovo in sofferenza con la guerra iraniana. Ma nel frattempo le catene commerciali si sono modificate profondamente. E in questa trasformazione qualcuno ha finito col guadagnarci.

 

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Per scoprire chi, possiamo scorrere un approfondimento pubblicato nel febbraio scorso dalla US-China Economic and Security Review Commission (commissione creata dal Congresso statunitense nel 2000 per monitorare le relazioni economiche fra Usa e Cina). E’ eloquente già dal titolo: “China Shock 2.0 Set to Continue as China’s Trade Exceeds $1 Trillion”.

 

I dati raccolti dalla Commissione ci dicono che il surplus commerciale cinese nel 2025, saldo quindi fra esportazioni e importazioni globali, è arrivato a 1.200 miliardi di dollari. Questo risultato è il saldo fra un livello di importazioni stagnante, che segnala la persistenza di una domanda interna debole, e un livello crescente di esportazioni. La Cina, evidentemente, ha saputo sfruttare la nuova configurazione delle catene commerciali emerse dai dazi. E il risultato è che adesso diffonde ancora più di prima le sue produzioni, potendo contare su una notevole capacità produttiva, che tiene bassi i costi all’esportazione grazie anche ad ampi sussidi, associata a una moneta debole che favorisce le esportazioni.

Su base annua il flusso delle esportazioni, arrivato a 3,8 trilioni di dollari, è cresciuto del 5,5%. Ma ancora più interessante è la qualità di queste esportazioni, guidate in larga parte da componentistica elettronica e industriale, e non solo. Le esportazioni di new energy vehicle (NEV), quindi non solo auto elettriche ma anche ibride, sono cresciute del 50% su base annua, arrivando a sfiorare i 67 miliardi di dollari.

Una nave cargo in attesa di caricare automobili per i mercati internazionali dal porto cinese di Yantai.

 

Le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti sono diminuite del 20% su base annua, secondo i dati degli organi ufficiali cinesi citati nella rilevazione. Al contrario, le esportazioni cinesi verso Africa, Sud Est asiatico e America Latina sono aumentate del 25,8%, del 13,4% e del 7,3%. Questa rilevazione, è bene sottolinearlo, si basa essenzialmente sui beni, non sui servizi.

Gli analisti ipotizzano che una quota di questo reindirizzamento dei flussi commerciali celi dei fenomeni di trans-shipping, in sostanza smistamenti di carico fra diversi mezzi e porti, utili magari a eludere le restrizioni commerciali. Si osserva inoltre il calo del 30,4% delle piccole spedizioni veicolate tramite piattaforme di e-commerce cinesi, anch’esse oggetto di restrizioni, mentre al contrario sono aumentate del 41,8% queste spedizioni dirette verso l’UE.

A proposito di UE, i dati sulle dogane cinesi raccolti da HKTDC Research mostrano un aumento dell’8,4%, sempre su base annua, delle importazioni di beni cinesi da parte dell’Europa. In sostanza, il resto del mondo ha più che compensato il calo delle importazioni statunitensi di beni, che comunque rimangono molto rilevanti.

Quanto siano rilevanti non è semplice dire. L’arrivo dei dazi, già dal lontano 2018 (che fecero quasi raddoppiare la media dei dazi applicati dal 3,36% al 5,67, ha inaugurato una curiosa circostanza in virtù della quale i dati, stavolta di provenienza USA, sono molto diversi da quelli di provenienza cinese. Gli studiosi definiscono questo fenomeno, determinato dalle diverse regole di conteggio del valore delle merci in dogana, import gap. E non parliamo di piccole cifre.

Nel 2025 Pechino dice ufficialmente di aver esportato negli USA per 420 miliardi di dollari. Ma poi il Bureau of Economic Analysis, ossia l’istituto statistico statunitense, quota queste esportazioni “appena” 309 miliardi nella sua release del 5 maggio scorso.

Parliamo quindi di una differenza di oltre 110 miliardi di dollari, che la Cina dice di aver esportato e gli USA affermano di non aver importato. E’ interessante osservare che la Commissione USA-China abbia inserito il dato “cinese” nella sua pubblicazione di febbraio dove parla di “China Shock 2.0”.

Alcuni economisti ipotizzano che una quota rilevante di questo gap si spieghi con il graduale aumento delle merci cinesi che entrano negli USA da Paesi terzi, come Vietnam e Messico. In questi casi le dogane statunitensi li attribuiscono a questi Paesi e non alla Cina. Che però rimane l’effettivo luogo della loro produzione. Qualunque sia il dato, rimane il fatto che gli Stati Uniti rimangono molto esposti alle produzioni cinesi. Il reshoring, insomma, ossia la ricollocazione all’interno degli USA di molte produzioni che è un cruciale obiettivo dichiarato delle politiche di Trump, è ben lontano.

Aldilà degli aspetti “politici” che le discussioni sul commercio internazionale incorporano inevitabilmente, ci sono molte altre questioni tecniche che bisogna tenere in considerazione. La prima, assai poco osservata, è il peso dei servizi sul totale dell’interscambio. Per limitare l’osservazione al rapporto bilaterale Usa-Cina, i dati (sempre di provenienza USA) mostrano nel 2025 una eccedenza statunitense sui servizi pari a 33,2 miliardi, in crescita del 16,7% su base annua.

Il dato interessante emerge se guardiamo le serie storiche. Nel 2025 la Cina ha esportato circa 23 miliardi di servizi negli Stati Uniti, raddoppiano praticamente il valore delle sue esportazioni in un quindicennio. Gli USA, nello stesso periodo di tempo, hanno quasi triplicato il valore delle esportazioni di servizi verso la Cina, e non solo verso la Cina.

Verso l’UE le esportazioni di servizi statunitensi nel 2025 sono arrivate a 221 miliardi, confermando che il modello economico statunitense è assai più competitivo sul versante dei servizi, rispetto a quello dei beni. In un’ottica “ricardiana” di vantaggi comparati avrebbe molto più senso perseguire ognuno le proprie specificità per aumentare il livello complessivo degli scambi. Ma queste cose succedono nei migliori dei mondi possibili, non certo nel nostro.

 

L’avvicinamento tra Cina e resto del mondo

Lo shock economico dell’aprile 2025 sembra infatti aver giovato molto alle relazioni bilaterali fra la Cina e il resto del mondo. L’aumento delle esportazioni cinesi fuori dagli Usa, infatti, lascia supporre che sia in corso una riconfigurazione delle relazioni commerciali che spinga nella direzione di una maggiore prossimità fra Pechino e i suoi altri partner, Europa in testa.

Il 2025 infatti, nel confronto su base annua, ha segnato incrementi molto spesso a doppia cifra, in alcuni casi anche a tripla, delle esportazioni cinesi nella stragrande maggioranza dei Paesi censiti delle statistiche della dogana di Pechino. La piccola economia della Groenlandia, il territorio semi-autonomo sotto sovranità danese che è stato al centro dell’attenzione mondiale per alcune settimane dopo una delle tante uscite del presidente Trump, ha aumentato la sua domanda di beni cinesi del 44%. I Paesi dell’America Latina, con la significativa eccezione di Panama e pochi altri piccoli territori, hanno visto aumentare le loro importazioni a doppia cifra. Persino il Venezuela, prima della ”operazione speciale” americana contro Maduro, ha visto crescere l’import di beni cinesi dell’11%.

Tendenza simile si è osservata anche in molti Paesi Europei. In Italia le importazioni di beni cinesi sono cresciute del 10,9%, poco più del 10.5% tedesco, in Lussemburgo del 112,2% e nel Principato di Monaco addirittura del 1.222,9%. Si tratta di valori modesti, per questi ultimi due Paesi (peraltro piccoli in termini assoluti), ma comunque di interesse perché segnalano l’ingresso dei fornitori cinesi anche in realtà prima poco permeabili.

I recenti sviluppi della politica internazionale rischiano, tuttavia, di mutare drasticamente il quadro. Mentre i primi due mesi del 2026 hanno confermato il trend del 2025, il mese di marzo ha segnato una notevole contrazione dell’export cinese, mentre l’import è cresciuto del 27,8%. La crisi di Hormuz ha fatto venire drammaticamente alla luce la fragilità del modello di sviluppo cinese, sempre più basato sulla domanda estera, visto che quella interna non riesce a esprimere ancora una sufficiente dinamicità.

 

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Se la crisi internazionale non sarà superata la Cina farà molta fatica a rispettare i propri target ufficiali di crescita, fra il 4,5 e il 5% illustrati nella XIV sessione di marzo del Congresso del Partito, la sede nella quale Pechino svolge la sua pianificazione quinquennale. Obiettivi, vale la pena ricordarlo, che sono fra i più bassi degli ultimi trent’anni.

La classe dirigente cinese, insomma, è fin troppo consapevole delle difficoltà nelle quali si agita il suo modello di sviluppo. Il grande sforzo verso il cambiamento – meno mattone e manifattura, più hi-tech; meno domande esterna, più domanda interna – dovrà inevitabilmente fare i conti con il contesto esterno e con un tempo di transizione che va molto più lentamente della cronaca politica.

Sciogliere questa complessità non sarà semplice. E in questo esercizio di costante equilibrismo si inseriscono anche le prospettive monetarie cinesi. La banca centrale cinese sta promuovendo, proprio come la nostra BCE che ancora però sta nella fase di sviluppo iniziale, una valuta digitale di banca centrale in cui depositi, dall’inizio di quest’anno, possono essere remunerati dalle banche commerciali. Un grande passo in avanti per la diffusione della valuta digitale di banca centrale che vede crescere sempre più il volume delle transazioni e che, in prospettiva, può provocare notevoli cambiamenti nell’uso dello yuan sui mercati internazionali.

Al momento la valuta cinese è ancora sostanzialmente amministrata dalla banca centrale, che dopo aver abbandonato anni fa il peg con il dollaro, fissa il prezzo degli scambi con le altre valute, dollaro in testa, alimentando le accuse di tenere la moneta artificialmente sottovalutata per favorire le esportazioni.

I cinesi sanno perfettamente che finché la moneta non sarà liberalizzata lo yuan non potrà mai essere una valida alternativa al dollaro. Ma sanno altresì che rendere la valuta convertibile significa esporsi ai marosi del mercato. Fino a che punto Pechino può permettersi di affrontare questa sfida? La risposta a questa domanda condizionerà inevitabilmente il ruolo della Cina nell’economia globale. E quindi anche quello dell’Europa.

 

 

 

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