Il Mondiale di calcio dell’Iran: una complicata partita politica

L’Iran si è qualificato al Mondiale di calcio 2026 con una squadra competitiva e un Paese sotto enorme pressione economica, militare e diplomatica. Giocherà negli Stati Uniti, dentro un sistema di sanzioni, controlli, visti, diaspora e tensioni regionali. È conosciuto nel calcio come Team Melli, soprannome ‘angloiraniano’: team, parola globale del football internazionale, e melli, che in persiano significa “nazionale”. Già nel nome c’è una piccola frattura, o forse una doppia appartenenza: l’Iran che parla al mondo e l’Iran che continua a riconoscersi nella propria lingua. Ma nel calcio il significato letterale non basta quasi mai. Quel nome porta dentro una domanda più grande, che accompagna la squadra ogni volta che entra in campo: chi rappresenta davvero una nazionale quando il Paese è diviso tra popolo, Stato e diaspora?

La nazionale iraniana festeggia la qualificazione ai Mondiali dopo aver battuto l’Uzbekistan.

 

L’Iran ha conquistato il Mondiale sul campo. Il 25 marzo 2025, a Teheran, ha pareggiato 2-2 con l’Uzbekistan. Due volte sotto, due volte salvata dal centravanti Mehdi Taremi. Quel punto ha portato Team Melli a quota 20 nel girone asiatico e ha garantito la qualificazione alla Coppa del Mondo 2026. Non è stata una sorpresa. L’Iran è una delle nazionali più solide dell’AFC: fisica, abituata alla pressione, con una generazione che conosce già la scena internazionale. Sarà il quarto Mondiale consecutivo.

Il sorteggio l’ha inserita nel gruppo G con Belgio, Egitto e Nuova Zelanda. Per l’Iran non è un girone proibitivo. È un girone politico.

 

Le partite negli Stati Uniti

Il punto, infatti, non è solo chi affronta l’Iran. È dove lo affronta. Le tre partite si giocheranno negli Stati Uniti. La Coppa del Mondo 2026 è il primo torneo a 48 squadre e il primo organizzato da tre Paesi: Stati Uniti, Messico e Canada. Per quasi tutte le nazionali è un dato logistico. Per l’Iran è un dossier. La FIFA, poche settimane fa, ha incontrato la federazione iraniana a Istanbul per discutere logistica, protocolli e condizioni operative. Il segretario generale Mattias Grafström ha guidato la delegazione del governo del calcio mondiale. Il comunicato ufficiale parla di rassicurazioni e di cooperazione. Il bisogno stesso di rassicurazioni racconta la natura del caso.

Gli Stati Uniti mantengono sull’Iran un apparato sanzionatorio esteso. L’Office of Foreign Assets Control del Tesoro americano amministra misure contro Stati, soggetti, entità e reti considerate rilevanti per la sicurezza nazionale e la politica estera di Washington. Il programma Iran Sanctions copre transazioni finanziarie, commercio, energia, navigazione, tecnologia e soggetti designati. Nel calcio questo non riguarda solo il pallone. Riguarda voli, assicurazioni, pagamenti, sponsor, fornitori, funzionari, banche corrispondenti, appalti, sicurezza privata, accreditamenti. Un Mondiale è una macchina economica. Quando entra l’Iran, quella macchina passa attraverso il filtro delle sanzioni.

 

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Il dato più sensibile è il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Il National Counterterrorism Center statunitense descrive l’IRGC come una forza incaricata di difendere il regime, con componenti terrestri, navali, aeree, la milizia Basij e la Forza Qods. Gli Stati Uniti hanno designato l’IRGC come “Foreign Terrorist Organization” nel 2019. Il Council on Foreign Relations lo definisce una delle organizzazioni più potenti dell’Iran, nata per difendere la rivoluzione del 1979 e diventata un attore centrale della sicurezza interna, dell’economia e della proiezione regionale iraniana.

Dopo l’attacco militare congiunto israelo-americano di fine febbraio, le Guardie della Rivoluzione sembrano avere assunto un ruolo ancora più diretto negli assetti di potere della Repubblica Islamica. In un sistema già attraversato dalla centralità dell’apparato securitario, l’IRGC non è più soltanto il braccio armato del regime, ma uno dei suoi principali centri di decisione, influenza e controllo. La pressione esterna ha rafforzato la narrativa dell’assedio, ridotto gli spazi di mediazione politica e consegnato nuova legittimità ai settori più duri del potere iraniano. In questo quadro, anche il calcio e la nazionale diventano una vetrina simbolica: non solo rappresentanza sportiva, ma proiezione identitaria di un Paese stretto tra isolamento internazionale, orgoglio nazionale e controllo interno.

 

Una delegazione non ordinaria

Questo non significa che i calciatori siano un problema di sicurezza. Significa che una delegazione sportiva iraniana non viaggia mai come una delegazione qualsiasi. Dirigenti federali, accompagnatori, funzionari, relazioni istituzionali, controlli sui precedenti, autorizzazioni, visti: tutto può diventare sensibile. La FIFA deve garantire la partecipazione delle squadre. Gli Stati Uniti devono applicare la propria normativa. L’Iran deve evitare umiliazioni diplomatiche. Il risultato è un Mondiale che, per Team Melli, inizia ben prima dell’arrivo negli spogliatoi.

Il quadro economico interno spiega perché il calcio conti così tanto. Secondo la Banca Mondiale, il PIL iraniano è stimato in contrazione del 2,7% nell’anno fiscale 2025-26, anche per l’impatto delle proteste popolari della prima parte dell’anno, dell’intensificazione delle ostilità e delle interruzioni commerciali legate alle tensioni nello Stretto di Hormuz. I dati della World Bank indicavano per il 2024 un PIL nominale di circa 475 miliardi di dollari e un PIL pro capite di poco superiore a 5.190 dollari. L’IMF stima per il 2026 una contrazione reale del PIL del 6,1% e un’inflazione al 68,9%, con una popolazione di circa 87,9 milioni di abitanti. Sono numeri da economia sotto shock (fonte: Banca Mondiale).

 

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In questo contesto la nazionale ha una funzione sociale precisa. Non risolve nulla. Non abbassa l’inflazione. Non riapre canali finanziari. Non cambia la traiettoria del programma nucleare. Ma offre un linguaggio comune a una società divisa, stanca e sorvegliata. L’Iran del calcio non coincide con l’Iran dello Stato. È più largo. Comprende tifosi religiosi e laici, sostenitori del regime e oppositori, diaspora e cittadini rimasti, giovani che vogliono emigrare e famiglie che continuano a guardare la nazionale come l’ultimo simbolo non completamente confiscato dalla politica.

Qui il precedente del 2022 resta decisivo. Durante il Mondiale in Qatar, dopo la morte di Mahsa Jina Amini e le diffuse proteste popolari di “Woman, Life, Freedom”, Team Melli fu letta come una squadra sospesa tra appartenenza nazionale e pressione del potere. Ogni gesto venne interpretato. Cantare o non cantare l’inno, parlare o tacere, esultare o controllarsi: tutto divenne messaggio. Nel 2026 la scena cambia. Non sarà Doha. Saranno Inglewood (Los Angeles) e Seattle, due città americane, globali, mediatiche, attraversate da comunità iraniane e da reti di attivismo.

 

Il fattore diaspora

La diaspora sarà un fattore. Non come categoria compatta. La diaspora iraniana è plurale: monarchici, repubblicani, liberali, laici, conservatori, nostalgici, giovani nati fuori dall’Iran, famiglie fuggite dopo il 1979, nuovi emigrati. Alcuni sosterranno la nazionale senza condizioni. Altri useranno le partite per contestare la Repubblica Islamica. Altri ancora proveranno a separare i giocatori dallo Stato. Questa separazione è comprensibile, ma fragile. Nei grandi eventi sportivi le immagini corrono più veloci delle intenzioni.

Anche la FIFA è davanti a un limite. L’organizzazione rivendica la capacità del calcio di unire. È una formula utile, spesso vera, ma insufficiente. La sua politica sui diritti umani afferma il rispetto degli standard internazionalmente riconosciuti e il Mondiale 2026 include una strategia dedicata a sostenibilità e diritti. Il caso Iran mette alla prova quel linguaggio. Se sugli spalti appariranno simboli dell’opposizione, se ci saranno proteste, se Teheran chiederà restrizioni, se Washington imporrà controlli, la FIFA dovrà scegliere tra neutralità dichiarata e gestione reale del conflitto politico dentro lo spazio sportivo.

Il contesto regionale pesa. International Crisis Group descrive il dossier iraniano come uno dei centri dell’instabilità mediorientale, tra programma nucleare, rapporti con Stati Uniti e Israele, ruolo delle milizie alleate e incertezza diplomatica dopo l’ultima escalation. CSIS sottolinea da tempo il doppio vincolo su Teheran: pressione esterna, sanzioni e guerra da una parte; tensione interna, economia e proteste dall’altra. In un simile scenario, una nazionale non è mai solo una nazionale. È un bene simbolico dello Stato e, insieme, una proprietà sentimentale del popolo.

 

Controllo

Sul campo, l’Iran resta una squadra pericolosa, da non sottovalutare. Ha esperienza, gerarchia, attaccanti capaci di colpire anche con pochi palloni. Taremi è il nome più riconoscibile, ma il valore della squadra è collettivo. La nuova formula a 48 squadre, con la possibilità di passare anche tra le migliori terze, aumenta il margine. Per Team Melli il girone non chiede miracoli. Chiede controllo.

Ed è proprio il controllo la parola chiave. Controllo della palla, dei nervi, degli ingressi, dei documenti, degli spalti, dei simboli. L’Iran andrà al Mondiale con una squadra vera e con un Paese alle spalle che non può essere lasciato fuori dallo stadio. La partita non sarà soltanto tra Iran e Nuova Zelanda, Iran e Belgio, Iran ed Egitto. Sarà tra sport e sicurezza, tra appartenenza e propaganda, tra diaspora e Stato, tra FIFA e politica internazionale.

 

 

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