La strategia “consociativa” degli Stati Uniti per la Libia

A oltre due mesi dall’inizio della guerra contro l’Iran, l’amministrazione Trump ha intensificato anche il proprio attivismo diplomatico in Libia attraverso l’iniziativa promossa da Massad Boulos. La nuova roadmap americana punta a unificare bilancio, istituzioni militari e governo, con l’obiettivo di creare le condizioni minime di stabilità necessarie a rilanciare investimenti ed economia. Tuttavia, dietro questa strategia emerge una logica di “consociativismo familistico” fondata sugli equilibri tra le reti di potere degli Haftar e dei Dbeibah. Un palliativo temporaneo che non affronta le profonde fragilità strutturali e politiche della Libia contemporanea.

A oltre due mesi dall’inizio della guerra lanciata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, Washington si è trovata anche — in modo per certi versi sorprendente — in prima linea negli sforzi diplomatici per porre fine a un altro conflitto, seppur a bassa intensità: quello libico. Come hanno osservato Frederic Wehrey e Jalel Harchaoui su Foreign Affairs, sebbene il coinvolgimento americano in Libia abbia oscillato per decenni tra disinteresse e fugaci momenti di attenzione e determinazione, la seconda amministrazione Trump ha comunque mostrato un inatteso livello di interesse verso il paese nordafricano ricco di petrolio. Tuttavia, questo rinnovato attivismo appare meno il risultato di una strategia istituzionale coerente che dell’iniziativa di un singolo individuo: Massad Boulos, senior advisor di Donald Trump per gli affari arabi e africani. Lo stesso Trump — insieme a diverse figure di primo piano della sua amministrazione, da Marco Rubio a J.D. Vance, passando per Pete Hegseth e Chris Wright — ha infatti mostrato un coinvolgimento diretto piuttosto limitato nel dossier libico.

La cerimonia per il 15° anniversario della Rivoluzione a Tripoli

 

Paradossalmente, la relativamente bassa priorità strategica attribuita alla Libia all’interno dell’amministrazione ha creato le condizioni affinché Boulos potesse muoversi con un grado di autonomia raramente riscontrabile su altri dossier di politica estera. Negli ultimi mesi, in particolare a partire dal luglio 2025, Boulos ha progressivamente concentrato la propria attenzione sulla Libia dopo aver ottenuto alcuni iniziali successi diplomatici nella regione dei Grandi Laghi, soprattutto tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda. Con il progressivo rallentamento dello slancio acquisito su altri fronti — in particolare sul Sudan — la Libia è emersa come uno dei pochi teatri in cui appariva ancora possibile conseguire un risultato diplomatico tangibile. Questo attivismo si inseriva inoltre nella più ampia logica mercantilista dell’amministrazione Trump, soprattutto nei confronti dei paesi ricchi di risorse, interpretati prevalentemente attraverso la lente dell’energia, delle infrastrutture e delle opportunità di investimento.

Lo slancio di questa iniziativa è stato favorito anche dal mutamento delle dinamiche internazionali. Alla fine del 2025, molti degli attori esterni tradizionalmente coinvolti in Libia mostravano ormai evidenti segnali di stanchezza politica. La Turchia, dopo anni trascorsi come principale sponsor militare e politico di Tripoli, ha iniziato con cautela ad aprire canali di dialogo con gli Haftar. I calcoli di Ankara erano dettati sia dalla volontà di preservare il memorandum marittimo del 2019 firmato con l’allora Governo di Accordo Nazionale — cercando al contempo di ottenere anche il riconoscimento da parte delle autorità della Libia orientale — sia da più ampi interessi economici legati all’espansione delle imprese turche nel paese.

Parallelamente, anche altri allineamenti geopolitici regionali hanno iniziato a cambiare. Le divergenze tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, emerse inizialmente in Yemen e Sudan e successivamente amplificate dalla guerra con l’Iran, hanno spinto Abu Dhabi ad assumere un approccio più cauto nei confronti della Libia. Anche l’Egitto ha iniziato a riconsiderare la propria strategia, sia per le preoccupazioni legate al presunto sostegno di Haftar alle Rapid Support Forces (RSF) in Sudan, sia per la necessità sempre più urgente di avere un’economia libica funzionante, capace di assorbire manodopera e investimenti egiziani ed esportare energia verso l’Egitto.

Perfino paesi storicamente divisi sulla Libia, come Italia e Francia, hanno messo temporaneamente da parte le proprie differenze e stanno lavorando ad una stabilizzazione del paese, soprattutto per ragioni legate alla gestione dei flussi migratori e alla sicurezza energetica. Anche Cina e Russia sono apparse nel complesso favorevoli a questo nuovo slancio, seppur per ragioni differenti. Pechino punta, infatti, ad ampliare la propria proiezione geoeconomica in Libia, mentre Mosca, sotto pressione per le difficoltà incontrate in Ucraina e in Mali, sembra quantomeno interessata a non ostacolare il processo in corso, con il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, che ha detto che la Russia sarebbe pronta ad assistere la Libia nel “ripristino dell’unità e della riconciliazione nazionale”.

 

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In questo contesto, Boulos ha promosso una nuova roadmap articolata attorno a quattro pilastri: un bilancio nazionale unificato, l’unificazione delle istituzioni militari, la formazione di un governo unitario e lo svolgimento di elezioni presidenziali e parlamentari entro sei mesi dal raggiungimento di un accordo su una nuova architettura esecutiva. L’approvazione del primo bilancio statale unificato della Libia in oltre un decennio ha rappresentato il risultato più visibile di questo processo. L’intesa mirava ad armonizzare le strutture di spesa parallele, ridurre la corruzione e destinare maggiori risorse alla National Oil Corporation, con l’obiettivo di aumentare la produzione energetica. Tuttavia, l’obiettivo principale di questa iniziativa resta fondamentalmente — e nell’immediato — di natura economica. L’attuale attivismo americano mira meno a trasformare politicamente la Libia che a creare il livello minimo di stabilità necessario per riaprire il paese al business e agli investimenti stranieri, nella convinzione che una stabilizzazione economica possa, nel tempo, contribuire anche alla stabilizzazione della polity libica. L’obiettivo, però, non è una piena democratizzazione del paese, bensì l’emergere di uno Stato sufficientemente funzionale da garantire continuità economica e rendere la Libia più attrattiva per gli investitori esteri.

La crescente intensità delle relazioni lungo l’asse Washington-Tripoli riflette chiaramente questa logica. Delegazioni del governo di Tripoli hanno incontrato funzionari del Dipartimento del Tesoro statunitense, del Dipartimento dell’Energia e dello U.S. Geological Survey per discutere di riforme finanziarie, minerali strategici e cooperazione energetica. Anche grandi aziende americane, tra cui Chevron e Boeing, hanno recentemente firmato accordi con entità libiche. La realtà sul terreno, tuttavia, resta molto più complessa. Nonostante il recente ottimismo, l’ambiente economico e imprenditoriale libico continua a essere estremamente fragile e privo di soluzioni semplici nel breve periodo. Le aziende straniere continuano a confrontarsi con gravi ostacoli strutturali legati alla corruzione diffusa, ai pagamenti internazionali, alle procedure doganali, all’incertezza contrattuale e all’insicurezza giuridica. Le difficoltà persistenti costringono spesso le imprese a fare affidamento su canali finanziari indiretti e transazioni triangolate attraverso paesi terzi, aumentando al tempo stesso costi e rischi operativi.

Queste dinamiche suggeriscono che gli accordi istituzionali, da soli, non siano sufficienti a stabilizzare l’ambiente economico libico. Ancora più importante, esse mettono in luce i limiti della più ampia logica politica alla base dell’iniziativa promossa da Boulos. La roadmap sostenuta dal consigliere americano si fonda in ultima analisi su quella che potrebbe essere definita una forma di “consociativismo familistico”: un sistema di condivisione del potere incentrato sulla formalizzazione delle reti politiche, militari e familiari già esistenti. Secondo questa logica, la stabilità potrebbe essere raggiunta istituzionalizzando l’attuale equilibrio di potere tra gli attori oggi dominanti nelle “due Libie”: il campo dei Dbeibah e quello degli Haftar. Eppure, questa impostazione appare pericolosamente semplicistica. La storia recente della Libia suggerisce infatti che i precedenti accordi tra élite e le intese di natura transazionale abbiano spesso contribuito ad aggravare corruzione e frammentazione, più che a ridurle. Il peggioramento delle condizioni socioeconomiche vissute dalla popolazione libica è esso stesso, almeno in parte, il prodotto dei precedenti accordi tra élite rivali su istituzioni chiave come la National Oil Corporation e la Banca Centrale.

Inoltre, una diffusa opposizione a questa roadmap è già emersa all’interno del paese, soprattutto nella Libia occidentale e in particolare a Misurata, città natale di Dbeibah. Un tempo considerata simbolo dell’unità post-rivoluzionaria dopo la caduta di Muammar Gheddafi, Misurata appare oggi sempre più frammentata tra fazioni pro- e anti-Dbeibah. Molti attori politici e securitari della Libia occidentale respingono sia l’idea di condividere il potere con gli Haftar, sia la più ampia logica degli accordi negoziati dall’esterno. Allo stesso tempo, stanno emergendo tensioni interne anche all’interno del campo haftariano. Voci provenienti dalla Libia orientale suggeriscono una crescente insoddisfazione da parte di alcuni figli di Khalifa Haftar rispetto alla concentrazione del potere nelle mani di Saddam Haftar.

Queste dinamiche mettono in evidenza la debolezza strutturale dell’intero progetto: l’assunto secondo cui strutture familiari e claniche sarebbero naturalmente coese e capaci di garantire stabilità nel lungo periodo. Eppure, un noto detto arabo restituisce una realtà opposta: al-aqārib ʿaqārib — “i parenti sono scorpioni”, un concetto che in italiano riecheggia efficacemente nell’espressione “parenti serpenti”. Rivalità, diffidenza e competizione tossica emergono spesso proprio all’interno delle reti familiari, soprattutto quando sono in gioco potere e ricchezza.

Quando Khalifa Haftar, patriarca della famiglia, non sarà più presente — per ovvie ragioni biologiche — è tutt’altro che scontato che la coesione interna al suo nucleo familiare sopravviva intatta. Lo stesso vale per il campo dei Dbeibah, dove Ibrahim — nipote del primo ministro e figura destinata a svolgere un ruolo centrale nel nuovo assetto politico — potrebbe alla fine non possedere l’autorità, il carisma e l’acume politico necessari a mantenere coesa la rete di potere più ampia.

Nel breve periodo, l’iniziativa di Boulos potrebbe anche riuscire a ridurre le tensioni e a creare un contesto leggermente più prevedibile per le imprese straniere, sebbene una trasformazione strutturale del business environment libico resti una chimera. Tuttavia, l’idea che un accordo consociativo familistico possa prima stabilizzare l’economia libica e, su quella base, stabilizzare anche la polity del paese appare, nella migliore delle ipotesi, eccessivamente ambiziosa e difficilmente in grado di risolvere la più profonda crisi strutturale della Libia. In assenza di una più ampia legittimità politica, di meccanismi di accountability istituzionale e di un processo politico realmente inclusivo, l’attuale roadmap rischia di trasformarsi non in una soluzione duratura alla frammentazione libica, ma semplicemente nel suo più recente meccanismo di gestione temporanea.

 

 

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