La visione verticale di Pechino

Non interrompete mai un nemico che sta facendo un errore. Questa massima attribuita a Napoleone può essere applicata al comportamento della Cina nei confronti della crisi del Golfo Persico e dello Stretto di Hormuz, provocata dall’attacco americano-israeliano contro l’Iran. Pechino si è tenuta alla larga dallo scenario del conflitto: ha ovviamente ignorato la (curiosa) richiesta di aiuto da parte di Donald Trump quando il presidente degli Stati Uniti ha cercato sostegno per riaprire in qualche modo lo Stretto, e si è tenuta alla larga – al contrario di Mosca ad esempio, più visibile – anche dalla fase negoziale, di cui si sta comunque occupando il politicamente affine ma dialogante Pakistan. La dirigenza cinese sembra ritenere che lo stallo iraniano non faccia che sottolineare la debolezza degli Stati Uniti, i loro difetti di analisi strategica e l’erraticità delle loro scelte: lasciamoli fare, insomma.

Certo, in molti hanno sottolineato come la chiusura di Hormuz in realtà sia piuttosto dannosa anche per la Cina. Secondo una tesi diffusa, la vera logica sottostante all’attacco all’Iran (ce ne deve pure essere una, pensano alcuni) era in realtà quella di disturbare gli interessi cinesi. Un po’ come con la rimozione di Nicolàs Maduro in Venezuela, si voleva colpire un governo che trafficava con Pechino, toccando un interesse geopolitico cruciale: il legame tra la finanza e l’energia. Al momento in effetti le esportazioni di petrolio dal Paese caraibico alla Cina sembrano ferme, e l’Iran, più ancora del Venezuela, vendeva la quasi totalità dei suoi idrocarburi a Pechino.

Ma questa interpretazione ignora in realtà le mosse cinesi degli ultimi anni. Intanto Pechino ha aumentato le proprie riserve a 1,3 miliardi di barili, pari a quattro mesi di importazioni. E continua ad acquistare idrocarburi dalla Russia, a basso prezzo, con contratti di lungo periodo, e attraverso forniture terrestri o attraverso la rotta marittima artica, cioè percorsi meno esposti all’instabilità internazionale. Ma c’è anche altro: la Cina ha sviluppato così tanto le sue raffinerie, che ormai produce più carburanti raffinati di quanti ne consumi. E i suoi massicci investimenti nel nucleare, nel solare e nell’eolico le consentono di ricorrere all’elettricità per i propri consumi energetici, più del doppio di quanto lo facciano Stati Uniti ed Europa. Insomma: la Cina può sopportare con relativa tranquillità nel medio periodo le conseguenze delle incertezze sui mercati internazionali dell’energia, e grazie alla crescita della produzione nazionale è anche meno esposta alle variazioni di prezzo.

Variazioni di prezzo che comunque ci saranno. Poco male, hanno rilevato alcuni: l’economia cinese soffre da anni di pressioni deflazionistiche, dovute al rallentamento della domanda interna e allo scoppio di bolle speculative come l’immobiliare. Perciò, un aumento moderato del costo dell’energia potrebbe rompere la spirale. In più, se la crisi di Hormuz riaccelerasse la spinta dell’Occidente verso la transizione energetica, ciò andrebbe anche a vantaggio dell’industria cinese. Non solo quasi monopolista ormai nella produzione di pannelli solari e pale eoliche a prezzi imbattibili, ma anche detentrice della quasi totalità delle terre rare, materiali indispensabili non solo alla transizione, ma anche alla produzione di armamenti, in aumento ovunque nel mondo.

Il sistema cinese, d’altra parte, non manca di fragilità. Questo scenario ad esempio non sarebbe realizzabile se la crisi del Golfo e dello Stretto si aggravasse, spingendo il mondo verso una recessione economica. L’industria cinese ha vinto la guerra commerciale con gli Stati Uniti, ma il prezzo della vittoria è una gigantesca esposizione sui mercati internazionali: le merci cinesi sono dipendenti dagli acquisti esteri (proprio perché, come detto, la domanda interna è sia stagnante che insufficiente) e se le esportazioni verso il resto del mondo diminuissero, l’economia della Cina ne sarebbe gravemente colpita.

Le crisi geopolitiche mettono a dura prova le risorse degli imperi e delle maggiori potenze, chiamati ad assicurare la propria autonomia ma anche quella del sistema internazionale su cui fanno perno. Negli anni ’50 un altro Stretto, quello di Suez, fu attraversato da un conflitto che segnò il definitivo tramonto delle potenze europee, a cominciare dagli imperi britannico e francese. Hormuz sarà un esame difficile per molti altri candidati – senza dimenticare che le rotte commerciali cinesi sono esposte al potenziale di rischio sia dello Stretto di Malacca, sia del Canale di Taiwan.

Ma forse guardare una mappa, una in particolare, può aiutarci a comprendere le intenzioni in materia di geoeconomia e autonomia strategica che il prudente atteggiamento della dirigenza cinese spesso nasconde. La mappa verticale del mondo è stata disegnata dal cartografo Hao Xiaoguang nel 2013 e riconosciuta da Xi Jinping – che ci si fa spesso fotografare vicino – come ufficiale: dettaglio non da poco in un Paese dove la semplice esposizione della cartina sbagliata, ad esempio una che non includa Taiwan nella Cina, può comportare il carcere.

 

Nella mappa naturalmente la posizione cinese è centralizzata. Ma questo è ovvio. Di più importante c’è l’abbandono della classica visione Est-Ovest dei planisferi occidentali, sia europei che americani, che hanno forgiato la nostra visione del mondo per secoli. La mappa cinese, più che Nord-Sud, è una proiezione verticale del globo terrestre. Al contrario dei nostri planisferi, agli estremi, non ci sono i Poli: sia l’Antartide che l’Artico sono visibili in maniera eloquente, sappiamo bene infatti l’importanza che Pechino (e Mosca) attribuiscono soprattutto a quest’ultimo. Agli estremi, invece, c’è l’America: spezzata a metà tra la parte settentrionale e quella meridionale del continente, irrimediabilmente separate. Va infine sottolineato nella mappa il focus sull’Eurasia: nucleo fondamentale del pianeta, a cui sono associate indissolubilmente l’Africa, la parte insulare dell’Asia e l’Oceania. E’ una centralità completamente assente nei planisferi occidentali, centrati sull’Europa e gli Stati Uniti, con una Cina ai margini. In questa visione verticale, invece, l’Occidente semplicemente non esiste.

La visione verticale promossa dalla Cina rivela molto su come Pechino vuole ridurre il rischio geopolitico legato alla propria posizione e all’instabilità internazionale. Rotte marittime complementari però ai corridoi terrestri. Intesa cruciale con la Russia e importante con le altre propaggini dell’Eurasia: India ed Europa. Controllo dell’Indo-Pacifico, visto come una regione con cui ricercare integrazione, risolvendo l’attuale separazione. Pressione sull’Africa – continente su cui esercitare un processo di espansione economico-politica.

E non ultimo, ma anzi decisivo per rendere possibile tutto il resto, l’isolamento degli Stati Uniti: punto su cui la Casa Bianca trumpiana sta aiutando molto Pechino, va detto. Se sulla mappa cinese fatichiamo davvero a collocare gli USA, decentrati e rovesciati, cosa si vede invece facilmente? L’Iran e lo Stretto di Hormuz.

 

 

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