Xi Jinping e i militari, tra ambizioni personali e gestione del potere

Se c’è un posto che meglio di ogni altro simboleggia l’ascesa del Partito comunista cinese quello è la città di Yan’an. Qui, circa 900 km a sud-ovest di Pechino, tra il 1935 e il 1948, in piena guerra civile, Mao Zedong rafforzò il controllo sull’Armata Rossa: perseguitò i presunti collaborazionisti del nazionalista Guomindang (GMD). Nominò i primi commissari politici per supervisionare l’integrità ideologica dell’esercito. E fece fuori i comandanti sospettati di slealtà, maturando la convinzione che “il potere politico nasce dalla canna del fucile”. Sempre a Yan’an il fondatore della Repubblica popolare concertò la riunificazione della Cina. Pose le basi per la controffensiva che costrinse il GMD a fuggire a Taiwan.

Un immagine commemorativa di Mao a Yan’an

 

Dobbiamo quindi tornare proprio a Ya’an per capire la Cina di oggi. Per capire l’origine del “Zhongguo meng”, il “sogno cinese” promesso dal presidente Xi Jinping: quello collettivo di una “rinascita della grande nazione”, ma anche il suo sogno personale di “leader eterno”. Xi, che considera la storia uno strumento di legittimazione, a Yan’an c’è andato varie volte. Almeno due dall’inizio del suo terzo mandato nel 2023. Quello ad averlo reso il primo presidente cinese dagli anni ‘90 a mantenere l’incarico per più di dieci anni di fila, in violazione alle norme consuetudinarie del Partito-Stato.

A Yan’an, accanto a lui c’era l’uomo che avrebbe dovuto trasformare quel duplice sogno in realtà. Avrebbe dovuto, appunto. Il generale Zhang Youxia, invece, probabilmente trascorrerà il resto dei suoi giorni in una cella. Il 19 gennaio è stato indagato per “gravi violazioni della disciplina e delle leggi”. Un’accusa che formalmente vuol dire “corruzione”. Ma che spesso nella storia cinese è servita a dare una parvenza di legalità a lotte di potere e rese dei conti interne al Partito. Cosa abbia commesso veramente Zhang difficilmente si saprà. Secondo il quotidiano dell’esercito PLA Daily, il 79enne “ha gravemente tradito la fiducia e le aspettative” della dirigenza, minacciando la “leadership assoluta del partito dell’esercito e le fondamenta del governo”.

Certo è che la sua presenza a Yan’an oggi assume tutto un altro significato: legato a Xi da rapporti familiari, il generale era considerato uno dei militari a lui più fedeli. Reduce dello scontro militare (in effetti durato poche settimane) con il Vietnam del 1979 – l’ultimo conflitto combattuto dalla Cina – era anche uno dei pochi a vantare esperienza sul campo all’interno di un esercito sempre più grande ma anche notevolmente arrugginito da quasi quarant’anni di inattività. E indebolito dalla corruzione o slealtà che sia: solo negli ultimi due anni e mezzo oltre cinquanta alti ufficiali militari e dirigenti dell’industria bellica sono stati perseguiti o rimossi dai loro incarichi. Esercito, aeronautica, marina, forze missilistiche e polizia paramilitare: le indagini hanno colpito un po’ ovunque, anche nei comparti più strategici. Cinque degli epurati sedevano nella Commissione militare centrale (CMC), il massimo organo delle forze armate presieduto da Xi e ormai ridotta da sette a due membri.

La pulizia interna potrebbe avere ripercussioni sulla prontezza al combattimento. Ma anche sulle sorti del prossimo Congresso del Partito previsto per il 2027, durante il quale buona parte della dirigenza cambierà volto. In gioco c’è il sogno di Xi: portare a termine quanto cominciato da Mao a Yan’an. La riunificazione del Paese (oggi estesa all’esplicito obiettivo di riprendere Taiwan) e l’annientamento dei “nemici” del Partito.

Nel suo augurio per il Capodanno lunare, il presidente pur definendo il 2025 un anno “molto insolito e straordinario”, ha definito l’esercito “completamente affidabile e degno di fiducia”. Nondimeno, l’espulsione di figure apicali mette in dubbio l’efficienza della catena di comando. “Finora sembra che i tenenti generali in carica siano sufficienti a mantenere o continuare in larga misura le operazioni quotidiane su piccola scala, ma ci sono prove che le purghe stiano avendo un impatto negativo sulle esercitazioni più grandi e complesse”, si legge in una recente analisi del Center for Strategic and International Studies (CSIS). Provare a conquistare Taiwan      senza riuscirci trasformerebbe il sogno di Xi in un incubo: disonore, oltre a un’inevitabile crisi regionale e sanzioni internazionali.

 

Il fatto è che, come osserva sul Nikkei Youlun Nie, ex docente presso la East China Normal University, la gerarchia dei generali è stata riempita da ufficiali con gradi inferiori e con minore esperienza. Catapultati al comando di dipartimenti, reparti di servizio e comandi di teatro, costoro difficilmente avranno le capacità e le connessioni personali necessarie a coordinare complesse operazioni congiunte tra esercito, marina, aeronautica e altre forze armate. Con il rischio che i nuovi nominati (sulla base di criteri stabiliti da Xi anziché sul merito tecnico) si ritireranno in un rigido dogmatismo, abdicheranno a ogni discrezionalità in caso di crisi, aggrappandosi ciecamente all’interpretazione più aggressiva dei regolamenti interni definiti dall’establishment politico.

Non solo. La maggior parte dei generali di alto rango dell’esercito, che controllava immense ricchezze familiari e gestiva i propri feudi, individuava nel mantenimento dello status quo la strategia migliore per massimizzare i profitti. La guerra rappresentava una minaccia fondamentale ai loro interessi: i loro beni all’estero potevano essere congelati, le loro reti clientelari esposte e, in caso di fallimento, avrebbero perso tutto. “La loro avidità è stata il deterrente più efficace contro una decisione avventata”, commenta Nie. E’ dunque questa la difficile eredità che si troveranno ora a gestire i nuovi arrivati – in contrasto con l’immagine di alta efficienza delle Forze Armate che il regime vuole proiettare, puntando soprattutto su grandi investimenti e alta tecnologia.

Il pensiero torna immediatamente proprio a Taiwan, l’isola che Pechino vuole riannettere con mezzi pacifici o manu militari. Obiettivo che Xi ha esplicitamente posto come precondizione per raggiungere la “grande rinascita della nazione”. Da qui la massiccia riforma delle forze armate avviata nel 2015 anche attraverso una maggiore interazione tra comparto industriale militare e civile. Soprattutto per sfruttare la rapida ascesa delle nuove tecnologie “a doppio uso”.

 

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Con la sua maturata esperienza, Zhang era considerato all’estero uno degli ufficiali più moderati. L’uomo in grado di sventare una possibile crisi nello Stretto. Ma forse è stata proprio la sua eccessiva cautela a deteriorare il rapporto con il leader. In un’analisi per la Jamestown Foundation l’analista K. Tristan Tang attribuisce l’epurazione a divergenze di opinione tra i due, in particolare riguardo un’eventuale operazione armata contro la “provincia ribelle”: Xi avrebbe voluto prepararsi all’attacco entro il 2027, mentre il generale non la considerava una missione realizzabile prima del 2035. Una posizione che – stando al PLA Daily – “ha minato la credibilità della leadership e calpestato l’autorità personale del presidente e danneggiato l’immagine dell’esercito”.

Ovviamente, i rischi della campagna anticorruzione non sono limitati alla sfera militare. Tanto più, come dicevamo, proprio nell’autunno 2027 i il Partito si rinnoverà. Negli ultimi anni la caccia alle streghe ha annullato la vecchia dicotomia tra “populisti” ed “elitisti”, le due fazioni che hanno animato la politica cinese per decenni. Gli avversari di Xi – reali e percepiti – sono stati emarginati o arrestati. Ma questo non basta. Da una parte, secondo la tradizione politica del socialismo reale, mantenere l’impressione di una minaccia costante serve a legittimare il controllo e la centralizzazione del potere. Dall’altra però contribuisce ad alimentare la personale paranoia di quello che viene considerato uno degli uomini più potenti del mondo. Sempre più potente ma anche più solo.

Sebbene, già dal 2014, il “sistema di responsabilità del presidente della CMC” concentri tutto il controllo degli apparati militari nelle mani di Xi, la necessità di delegare le attività quotidiane spinge i vice presidenti della CMC ad accumulare autorità proprio grazie alla loro competenza e alle reti personali. Si formano così centri di potere secondari, che il leader, sempre più isolato nella sua torre d’avorio, rischia di percepire come minacce. Zhang, un tempo ritenuto tra i lealissimi, era diventato un pericolo. O almeno è quanto forse pensava Xi. D’altronde da tempo giravano voci sulla presunta resa dei conti tra cricche regionali dirette dai vari generali della CMC.

Resta da capire se la pulizia tra le fila dell’esercito incontra l’approvazione della dirigenza allargata, che comunque conserva una certa influenza quantomeno operativa nella gestione degli affari correnti. Sul Nikkei Asia Review, Katsuji Nakazawa fa notare come – eccetto il PLA Daily, emanazione della CMC – i principali quotidiani del partito non abbiano ancora espresso il proprio sostegno a favore delle accuse contro Zhang.

Fattore che potrebbe riflettere qualche divergenza ai piani alti. Il Congresso del PCC avrebbe dovuto sancire la promozione di vari funzionari militari, ma ormai c’è chi non esclude che l’evento invece si concluderà addirittura con l’estromissione totale degli uomini in divisa dal Politburo, il secondo massimo organo decisionale del Partito-Stato dopo il Comitato permanente. Dalle critiche a Mao dell’allora ministro della Difesa, Peng Dehuai, al presunto tentativo di golpe del generale Lin Biao nel 1971, l’esercito è l’unica organizzazione che nel corso della storia cinese ha rappresentato una sfida concreta – sebbene sempre implicita – alla dirigenza politica. La raffica di epurazioni tra le forze armate riflette quindi la necessità di blindare la posizione di Xi in vista del quarto mandato. Funzionerà?

Il risultato è quasi scontato. Ma rimanere il numero uno potrebbe non bastare. Una lotta tra centri di potere infatti è ancora in corso: quella che, secondo vari esperti, si sta consumando tra gli stessi affiliati di Xi. Come ricorda ad Aspenia Marina Miranda, docente di Storia e di Istituzioni politiche e sociali della Cina contemporanea presso l’Università La Sapienza, i generali indagati negli ultimi mesi sono tutte personalità legate al presidente, “sebbene con gradi e intensità diverse”. Per l’esperta, è quindi molto verosimile che nel prossimo futuro ci sarà un’intensificazione delle contrapposizioni tra gruppi all’interno del campo dei lealisti, con una inevitabile instabilità politica. Sembrerebbe confermalo la recente caduta dell’ex segretario del Xinjiang, Ma Xingrui, che il giornalista Deng Yuwen posiziona nella cerchia dei sodali più esterna. Secondo il commentatore politico, “prima del XXI Congresso, ciò di cui il presidente ha più bisogno non è arrestare qualche altro funzionario corrotto, ma assicurarsi che non emergano spontaneamente alleanze orizzontali all’interno dell’élite”.

Come insegnano le purghe di Yan’an, la rettifica interna è un processo senza fine. Alimenta sospetti e valutazioni distorte, inducendo a ingigantire i successi e occultare gli errori. In questo Xi sembra avere ancora molto da imparare dalla storia.

 

 

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