Il paziente inglese

Con la lettera di David Cameron al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, il paziente inglese è ufficialmente sul tavolo. Il negoziato sulle condizioni a cui Londra resterà o uscirà dall’UE è varato. Dal suo esito dipenderà almeno in parte il referendum chiesto da Cameron per ragioni di politica interna: tenere sotto controllo una opinione euroscettica in fortissima ascesa.

È quasi troppo semplice osservare che il premier britannico si è messo da solo in una posizione quanto mai scomoda: per gran parte degli inglesi chiede troppo poco, per gran parte degli europei chiede troppo. Trovare una soluzione sarà tuttavia cruciale, non solo per il futuro del Regno Unito ma anche per il futuro dell’UE. Se il referendum porterà all’uscita dei britannici dall’Europa, l’implicazione più rilevante sarà questa: l’inizio della disgregazione dello United Kingdom, per le pulsioni secessioniste di una Scozia filoeuropea.

Per l’UE, d’altra parte, perdere Londra significa perdere molto. Uno dei due membri europei del Consiglio di Sicurezza, una piazza finanziaria dinamica, un modello attrattivo indiscutibile per le giovani generazioni. È quindi inutile e dannoso che gli europeisti “doc” sparino a zero contro il paziente inglese: la realtà è che riuscire a tenere Londra in Europa, a condizioni che non ledano l’Unione, è un interesse centrale per tutti noi. Concetto esteso agli Stati Uniti, che fanno il tifo per una Gran Bretagna europea.

Leggendo la lettera a Tusk e insieme il discorso di Cameron a Chatham House, la mia conclusione è che l’ambizione inglese sia diversa rispetto al passato. Per molti anni Londra ha chiaramente cercato di frenare l’integrazione europea nel suo insieme.

Oggi, il progetto è per definizione nazionale, da parte di un paese che sta già in parte contraendo le sue aspirazioni. A parole, Londra rivendica di volere innescare un processo di riforme necessarie per l’UE; in realtà, punta anzitutto a fissare dei paletti nel suo rapporto con Bruxelles. Del resto, dopo la crisi finanziaria anche Londra si è resa conto che una maggiore integrazione dell’eurozona è indispensabile perché l’economia continentale funzioni, con i suoi riflessi sulla City.

Al tempo stesso, Londra vuole sottrarre se stessa – non necessariamente anche gli altri – alla dinamica della “ever closer union”. Il vero interesse inglese è di proteggere la propria posizione nel secondo “cerchio”, il mercato interno. Al netto della scommessa tentata da Cameron – il partito conservatore non è certo più quello del precedente del 1975; istituzioni europee e logica negoziale giocano a sfavore di accordi rapidi – l’esito finale della partita sul “Brexit” potrebbe essere questo: un’Unione fondata più coerentemente su due gambe, quella dell’euro e quella del mercato unico, a patto che entrambe riconoscano l’interesse reciproco a un impianto del genere.

Come in tutti i negoziati complicati, “the devil is in the details” – il diavolo è però nei dettagli. È decisivo capire come potrà funzionare il “brake“, il freno che Londra rivendica su eventuali decisioni dell’eurogruppo che non condivida, quando esse dovessero influenzare l’insieme del mercato unico. Andrà poi trovato un compromesso sulle clausole relative all’immigrazione interna di provenienza europea così da non ledere la libertà di circolazione. Paladina della vitalità del mercato interno, Londra non potrà andare troppo in là con le sue riserve in materia.

In breve: Cameron dovrà essere flessibile ma non a prezzo di perdere poi il referendum; Bruxelles dovrà concedere qualcosa ma non troppo a Londra – perché sarebbe allora l’Europa a rischiare di disgregarsi, per il proliferare di opt-out e preferenze nazionali. Il rischio è che il paziente inglese trovi i suoi imitatori.

Siamo solo all’inizio di una strada in salita. Un sospetto diffuso in Europa è che Londra voglia giocarsi la partita quasi esclusivamente con l’egemone riluttante di oggi: Berlino. È importante, al contrario, che le capitali europee restino tutte coinvolte, inclusa Roma. L’Italia un ruolo da svolgere lo ha. Se si farà portavoce, appunto, di uno scambio possibile e ormai necessario tra una maggiore integrazione nell’area euro – di cui c’è bisogno, come ha ancora una volta ricordato Mario Draghi – e una sistemazione “tranquillizzante” dei rapporti tra paesi euro e non euro.

L’UE del futuro resterà un’Europa a più monete, non con un’unica moneta – David Cameron ha ragione su questo. Ma ciò non deve impedire una migliore organizzazione sia dell’eurozona che del mercato interno. Tra i vantaggi di un’Europa strutturata su due gambe distinte ma comunicanti vi è anche la possibilità di ricondurre su basi più realistiche le trattative per l’allargamento alla Turchia e a parte dei Balcani.

È troppo ottimistico pensare che le dinamiche della politica interna inglese finiscano per generare – tolte dal tavolo alcune red lines (materia di un altro articolo, ne sono consapevole) – un impatto virtuoso sull’assetto europeo? Certamente lo è. Ma la volontà politica dovrà andare in questo senso se vorremo contare su un’Unione Europea che non perda dei pezzi e che finalmente funzioni: cosa di cui abbiamo estremo bisogno, viste le crisi drammatiche che stanno minacciando il vecchio continente. 

 

Una versione di questo articolo è stata pubblicata su La Stampa il 14 novembre 2015.

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