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Una svolta europea come eredità di David Sassoli al Parlamento

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“Il Parlamento e i cittadini europei attendono con impazienza la pubblicazione del pacchetto sulle risorse proprie, che dovrebbe permettere all’Unione di completare la sua dotazione finanziaria in modo sostenibile e di rimborsare il debito contratto in comune”. E ancora: “Non possiamo più ingabbiare il nostro futuro e quello dei nostri figli nella regola del 3 %.” Sono le parole rivolte da David Maria Sassoli ai capi di Stato e di governo in occasione della sua ultima partecipazione al Consiglio europeo da Presidente del Parlamento. Durante gli ultimi due anni e mezzo, che hanno visto l’esponente italiano del socialismo europeo sedere sullo scranno più alto dell’emiciclo parlamentare dell’Unione, sono caduti molti tabù in Europa e, indubbiamente, Sassoli ha fatto valere il ruolo che ricopriva e le idee in cui credeva per contribuire ad abbatterli. Come nella foto che lo ritrae, poco più che trentenne, mentre piccona il muro di Berlino.

 

La mutualizzazione del debito e Next Generation EU

Fino a tre anni fa nessuno avrebbe scommesso un euro sulla (rapidissima) adozione degli eurobond, né che l’Unione sarebbe riuscita a scuotersi dal torpore e dall’immobilismo. Invece la pandemia ha agito da catalizzatore della necessità di una svolta vera, di una risposta totalmente diversa da quella messa in campo davanti all’altra grande crisi economica del secolo, oltre un decennio fa. Il recovery plan e i 750 miliardi di Next Generation EU (NGEU), di cui più della metà di sovvenzioni, sono il simbolo evidente di un cambio di paradigma. La battaglia che ha portato a quel risultato ha visto opporsi tra loro le cancellerie del continente, palesando diverse idee di Europa: ha prevalso l’unica che potesse evitarne l’implosione, portando invece all’emersione di un vero soggetto pubblico unitario.

Indispensabile è stato l’input coraggioso della Commissione europea e decisiva la scelta di campo della ex Cancelliera tedesca Angela Merkel –fino a quel momento depositaria e guardiana dell’impianto ordo-liberista dell’Unione. E’ fresco  il ricordo della scelta della Germania di schierarsi con i leader dei paesi meridionali, a partire da Italia, Spagna e Francia. Ed è franco-tedesca la prima proposta di piano europeo di recovery. Ma forse ancora più vivido – almeno per gli italiani – è il ricordo di David Sassoli che ammonisce, in diretta tv, i governi contrari (i cosiddetti “frugali”): “A chi venderanno le loro tecnologie o i loro tulipani, se il mercato europeo non sarà protetto?” mentre con la mano sfiora i tipici fiori olandesi. Sassoli ha tenacemente tenuto il Parlamento al centro del processo che ha portato alla definizione della risposta europea alla crisi, accompagnandone con determinazione ogni passo, e dichiarandone l’irreversibilità: “indietro non si torna”, ha dichiarato più volte.

Il capo del governo italiano Giuseppe Conte, il presidente francese Emmanuel Macron e il capo del governo spagnolo Pedro Sánchez – tra i principali fautori del Recovery Fund nel 2020

 

Per rendere l’Unione un soggetto politico credibile è infatti necessario, in primis, che essa si doti di una reale capacità fiscale (le famose “risorse proprie”, ad oggi ridottissime e che dovrebbero essere integrate sulla base di una road map concordata tra le istituzioni) e che imposti politiche pubbliche ed investimenti che riflettano una visione unitaria, necessariamente solidale.

In assenza di condizioni interne di coesione e condivisione degli obiettivi – fino a NGEU, l’unica politica redistributiva dell’UE è stata quella dei fondi strutturali – non può esserci infatti vera proiezione internazionale di un soggetto unitario, né, di conseguenza, affermazione degli interessi strategici né dei “valori europei”, stato di diritto e democrazia in primis. Valori di cui l’UE deve esigere internamente totale rispetto, pena un’evidente perdita di credibilità. Qui ancora, il Parlamento, sotto la guida di Sassoli, si é reso protagonista della battaglia per rendere il rispetto dello Stato di diritto condizione per l’accesso ai fondi di recovery.

 

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Con NGEU la comprensione dell’irrinunciabilità di un’UE integrata nel mondo globalizzato ha prevalso, come pure la consapevolezza che la sua architettura attuale non è che una scelta politica, dettata dall’egemonia trentennale – pressoché globale – del pensiero neoliberista applicato alla realtà politica del vecchio continente. Ne consegue, quindi, che NGEU, il debito comune e gli altri strumenti nuovi messi in campo di fronte alla crisi da pandemia non possono costituire un episodio congiunturale, ma devono entrare a far parte in modo strutturale dell’armamentario dell’Unione. Ma molto nette sono ancora le resistenze in questo senso e il modo in cui i principali beneficiari di NGEU mostreranno di spendere le risorse stanziate (Italia in testa) avrà un impatto importante sulle discussioni e gli ulteriori tentativi di riforma.

 

Il Patto di stabilità e i vincoli fiscali europei

Il superamento della stagione dell’austerità passa infatti inevitabilmente da una riforma profonda dell’architettura attuale della governance economica dell’Unione. A partire dal suo architrave: il Patto di stabilitá e crescita, e i vincoli posti alla politica fiscale dei paesi membri. Le loro complicatissime regole hanno livelli di riferimento del debito che le rendono antistoriche ed hanno effettivamente dimostrato di essere incapaci di contrastare i cicli economici negativi (e, anzi, di accentuarli), oltre a non fare alcuna distinzione sulla “qualità” del debito.

Il processo di revisione era stato avviato dalla Commissione nel febbraio 2020, e poi rilanciato lo scorso ottobre, segno che la pandemia – che ha portato alla sospensione del Patto fino a fine 2022 – ne ha solo palesato l’ inadeguatezza.

Il 2022 si annuncia quindi come un anno di battaglia decisivo per il futuro dell’UE. Battaglia de facto aperta già nel novembre 2020 da Sassoli che, in una intervista a Repubblica, chiedeva la completa cancellazione del debito da Covid contratto dagli Stati membri. L’idea, che allora aveva suscitato una levata di scudi quasi unanime, è stata parzialmente ripresa dal paper alla base della proposta avanzata, lo scorso dicembre, congiuntamente da Mario Draghi ed Emmanuel Macron. Qui si propone, in realtà, di trasferire quella stessa quota di debito ad una agenzia europea del debito che emetterebbe obbligazioni proprie, realizzando ciò che Eurointelligence ha definito “la versione intergovernativa di un eurobond”. Del febbraio 2021 é invece la proposta, a prima firma di Olivier Blanchard, di sostituire una serie di standard alle regole fiscali; ancora, in diversi, tra cui il Commissario Paolo Gentiloni, hanno proposto lo scorporo degli investimenti dal computo del deficit – la famosa “golden rule”, che persino il super-Commissario Valdis Dombrovskis potrebbe considerare in riferimento agli investimenti verdi.

Gli scogli per un vero cambiamento rimangono molti, a partire dalle posizioni dei paesi “frugali” per arrivare al nuovo ministro delle finanze tedesco Christian Lindner – e persino il neocancelliere socialdemocratico Olaf Scholz, in campagna elettorale, aveva assicurato ai tedeschi che le regole fiscali europee non sarebbero state modificate. Ma a Bruxelles (e non solo) è ormai convinzione maggioritaria che un’evoluzione sia imprescindibile alla sopravvivenza dell’Unione che deve poter investire e “spendere”.

Nel cataclisma umano che ha causato, la pandemia ha infatti il merito di aver contribuito a riaffermare la centralità del principio di solidarietà – mantra del Presidente del Parlamento europeo negli ultimi due anni – e dell’intervento pubblico. Quest’ultimo, considerato quasi un tabù negli anni scorsi, è invece alla base della lotta alle diseguaglianze: a partire dalla sanità per arrivare alle misure di politica sociale, tornate prepotentemente al centro del dibattito pubblico.

 

Una nuova Europa, sociale

Ancora, anche qui, la pandemia ha agito da catalizzatore di un processo necessario, che si era già innescato. La legislatura era iniziata nel 2019 con l’impegno, da parte delle istituzioni europee, a dare concretezza al Pilastro europeo dei diritti sociali, facendo uscire la politica sociale dalla posizione ancillare a cui per anni era stata relegata di fronte alle prevalenti “necessità” del mercato, e la pandemia ha amplificato l’urgenza di tale intervento. Lo strumento di supporto agli schemi di contrasto alla disoccupazione da 100 miliardi (SURE), è stato adottato per far fronte alla crisi ma già la riflessione è stata avviata, nel campo progressista, intorno alla sua trasformazione in strumento permanente. Così come oggi non si parla di sostenibilità ambientale senza invocare quella sociale e la battaglia si è spostata sull’introduzione di indicatori sociali per la valutazione dell’impiego degli stanziamenti di NGEU.

Inoltre, la Commissione ha presentato in particolare due proposte di direttiva importanti: una sul salario minimo ed una sulle condizioni di lavoro da piattaforma. Si tratta, in entrambi i casi, di testi che intervengono tangibilmente a sostegno dei lavoratori, perseguendo lo scopo di una maggiore giustizia sociale, contro il dumping e gli abusi. E, in entrambi i casi, le proposte hanno, a ben vedere, anche un razionale economicamente vantaggioso, mirando ad impedire la concorrenza sleale – giocata al ribasso su salari e diritti dei lavoratori. Il Parlamento guidato da Sassoli, dal canto suo, aveva preteso impegni in materia per accettare la nomina di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione, e ne ha poi sorretto le successive proposte. Non così però sul fronte del Consiglio. Al summit sociale di Porto della scorsa primavera gli Stati non hanno assunto impegni precisi, e le negoziazioni in corso sui dossier pongono ancora una volta in luce la recalcitranza, soprattutto di alcuni Stati, allo sviluppo di un’Europa più unita in direzione di solidarietà, equità e sovranità fiscale. Si scorgono qui i contorni di quella pericolosa e inedita alleanza tra Stati del nord e dell’est dell’Unione Eruopea che già si opponeva all’adozione del recovery plan.

 

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D’altronde, l’Europa é conosciuta (e invidiata) in tutto il mondo per essere la culla del welfare state, quel luogo in cui si curano i malati e si sostengono i bisognosi: l’identità stessa dell’Europa, così come la sua forza attrattiva, vi è legata. Solo noi europei ce ne siamo dimenticati, per correre dietro alle chimere del rigorismo. Sassoli ha voluto ricordarlo a tutti aprendo, in pandemia, le porte del Parlamento per effettuare tamponi (Strasburgo), e per accogliere donne in difficoltà e fornire giornalmente pasti caldi a senzatetto e operatori sanitari (Bruxelles).

“L’UE non è un incidente della storia”, aveva affermato nel suo discorso di insediamento “Se siamo europei è anche perché siamo innamorati dei nostri Paesi. Ma il nazionalismo che diventa ideologia e idolatria produce virus che stimolano istinti di superiorità e producono conflitti distruttivi. Colleghe e colleghi, abbiamo bisogno di visione e per questo serve la politica.” Ha cominciato a soffiare un vento diverso a Bruxelles, proprio grazie al ritorno del politico, che ha prevalso su presunti tecnicismi e antistorici egoismi nazionali.

David Sassoli al momento dell’elezione a presidente del Parlamento europeo

 

Gli eventi e i mutamenti recenti dovrebbero averci insegnato che l’Europa deve essere realmente progressista e solidale, o non sarà più. La strada è ancora lunga e difficile, ma una svolta c’è stata: oggi l’Europa è un po’ più progressista, è un po’ più Europa. E di questo dobbiamo ringraziare anche un Presidente del Parlamento europeo particolarmente tenace e pragmaticamente idealista.