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Un Recovery è (forse) per sempre

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Non è ancora partito e c’è già chi pensa al sequel. E a farne una caratteristica strutturale della costruzione politica europea, tradizionalmente orfana di una fiscalità comune. Next Generation EU, il Recovery Plan dell’UE, dovrebbe costituire un precedente per mettere a sistema una maggiore integrazione fiscale dell’Unione, dicono i suoi sostenitori, che per il momento sono quasi tutti leader ancorati al bacino del Mediterraneo. Tecnicamente, il Piano è definito come uno strumento temporaneo, per poco più di 800 miliardi di euro totali, tra prestiti agevolati e sussidi, da spendere entro il 2026.

È passato poco meno di un anno dall’intesa raggiunta all’alba del 21 luglio 2020, a partire dalla proposta franco-tedesca di un fondo per la ripresa, e la Commissione si affaccia sui mercati con le prime tre emissioni di Eurobond tra giugno e luglio – forte del suo solido rating creditizio – così da iniziare a racimolare le centinaia di miliardi per finanziare la ripresa del Vecchio continente. I termini della questione, però, non sono cambiati troppo in questo anno e si ripropongono oggi in un dibattito che si muove tra l’ambizione di chi propone “una nuova visione macroeconomica per il post-pandemia” e i piedi di piombo di chi, invece, parla ancora del Recovery Plan come di una “soluzione una tantum”, o, nella versione più moderata, di un piano di spesa da valutare perlomeno nelle sue applicazioni concrete prima di avventurarsi ad esplorarne possibili continuazioni.

Per ora, la proposta di utilizzare Next Generation EU come pietra angolare della costruzione di una maggiore unione fiscale ha unito le principali famiglie politiche, tra centrodestra e centrosinistra, ma è ancora ostaggio della geografia, che vede da una parte i rappresentanti del nord Europa attendisti (quando non propriamente avversi) e dall’altra quelli del sud convinti che sia tempo di buttare il cuore oltre l’ostacolo. A suonare la carica, a metà maggio, sono state Grecia e Spagna, con i rispettivi premier Kyriakos Mitsotakis (democristiano) e Pedro Sánchez (socialista) a dimostrare una forte identità di vedute in occasione del Forum economico di Delfi – l’appuntamento, quest’anno in formato ibrido, che dal 2016 prova a costruire un’alternativa mediterranea e primaverile alle nevi invernali di Davos.

Mitsotakis e Sánchez con Angela Merkel

 

“La storia ci dirà che il 2020 sarà stato un anno cruciale per chi crede nell’integrazione europea: il Recovery Plan è un grande successo”, le parole di Sánchez, riferite non solo al fondo per la ripresa, ma anche all’acquisto congiunto di vaccini e al programma “SURE” (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency) che ha posto le basi per una cassa integrazione UE. “Siamo arrivati a un punto in cui occorre andare oltre le tradizionali e rigide regole sulla convergenza fiscale con cui abbiamo avuto a che fare tutti fino ad ora”, l’eco di Mitsotakis, che come gli altri tira in ballo anche la riforma delle vecchie soglie del Patto di Stabilità e Crescita, architrave dell’austerità UE (deficit al di sotto del 3% e rapporto debito/Pil al 60%, quando oggi, dopo mesi di sostenuta spesa pubblica per far fronte alle conseguenze della pandemia, la media del debito di Stato nell’Eurozona supera il 100%).

La man forte italiana, oltretutto vestita da una livrea istituzionale, non ha tardato ad arrivare: anche il Presidente del Parlamento europeo David Sassoli s’è espresso a favore di un’istituzionalizzazione di Next Generation EU (“Penso a strumenti permanenti”), seguito da Roma dal governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, che ha dedicato al piano europeo un passaggio delle sue Considerazioni finali: “La crisi indotta dalla pandemia può essere l’occasione per approdare ad una Europa più unita e coesa che fondi la sua azione su una capacità di bilancio comune” attraverso “una stabile emissione di debito, garantita da fonti di entrata autonome”.

Proposte ormai mature, ma che trovano scarso o nessun entusiasmo ad alt(r)e latitudini. E anche a Bruxelles si opta per la cautela, più che altro per non ideologizzare il dibattito e far sbattere malamente le ante di una finestra di opportunità che s’è appena aperta.

Se per il premier dei Paesi Bassi Mark Rutte lo stesso meccanismo “SURE” è un elemento straordinario che non ha davanti a sé un futuro stabile, nella maggioranza di governo di centrosinistra in Finlandia la velata possibilità che “un’esecuzione di successo di Next Generation EU possa aprire la strada a uno strumento simile, di natura permanente” – ventilata da parte di un insospettabile come il vicepresidente esecutivo della Commissione Valdis Dombrovskis – ha fatto registrare una netta levata di scudi, alla vigilia del delicato passaggio parlamentare (poi superato) per la ratifica della decisione sull’aumento delle risorse proprie, che costituisce la garanzia per l’emissione congiunta di titoli del debito.

Il primo ministro dei Paesi Bassi Mark Rutte

 

Il numero due di palazzo Berlaymont ha dovuto rimediare subito, twittando in finlandese che “per il momento il tema è fuori discussione, la Commissione considera Next Generation EU come un provvedimento di natura eccezionale”. Del medesimo avviso anche il commissario al Bilancio Johannes Hahn “Concentriamoci su quello che abbiamo per ora. Ce ne occuperemo quando sarà il momento”. Hahn è austriaco come il cancelliere Sebastian Kurz, animatore del fronte “frugale” insieme ai colleghi de L’Aia, Copenaghen, Stoccolma e Helsinki: parlando al GlobSec Forum di Bratislava ha ribadito di recente la contrarietà “a un’unione del debito permanente”. Insomma, anche a voler registrare qualche apertura, alla meglio si riceve l’invito ad aspettare l’esecuzione del Piano che c’è già: “Discussione prematura”.

Non è così invece all’Eliseo, dove il futuro (complici le elezioni presidenziali della prossima primavera) è già di casa. Il dibattito su un robusto sostegno alla ripresa già nelle sue fasi iniziali era stato avviato in tempi non sospetti dal presidente francese Emmanuel Macron, che in patria ha parlato apertamente di un “secondo Recovery”, complice anche il fatto che Parigi ha presentato alla Commissione un Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) che copre un periodo di soli due anni. Ingombrante assente nella discussione che ripropone fronti simili a quelli di un anno fa è però la Germania, gran cerimoniera dell’intesa del luglio 2020, quando i leader del Consiglio europeo trattarono per tre notti insonni, superando lo stallo ma finendo anche per cedere alle richieste “frugali” su alcuni passaggi della governance di Next Generation EU.

Con Angela Merkel ormai al crepuscolo dei sedici anni di mandato e la campagna elettorale per le elezioni federali del 26 settembre che prova a prendere il largo autonomizzandosi dalle urne a spezzatino di est e ovest, la piega che prenderà il dibattito non solo su un secondo Recovery ma sui passi avanti dell’unione fiscale dipenderà da Berlino, dalla composizione della prossima coalizione di governo e dagli equilibri di forza all’interno della stessa. Per il momento né il socialdemocratico Olaf Scholz, che guida le Finanze nel gabinetto Merkel, né la verde Annalena Baerbock, impegnata a definire i contorni di un profilo al contempo nuovo e rassicurante, hanno preso posizioni chiare e nette.

Per qualcuno tra i più timidi, però, potrebbe essere questione di tempo. Del resto, dei 338 miliardi di euro di sussidi e 390 miliardi di prestito a tasso agevolato (numeri aggiornati a prezzi correnti) che compongono il Dispositivo per la ripresa e la resilienza di Next Generation EU (l’80% del totale, erogato direttamente alle capitali), neppure un euro è stato ancora speso, visto che le prime tranche di pre-finanziamento (13% del totale)  arriveranno solo in estate, dopo l’ok formale dei ministri delle Finanze dei Ventisette al primo lotto di PNRR atteso a metà luglio.

Nell’attesa dei primi esborsi i progetti di un nuovo Recovery potrebbero andare a sbattere contro la dura realtà di un’arma che rischia di nascere spuntata. A giudicare dalla stragrande maggioranza dei PNRR (sulla composizione dei quali il centro-studi Bruegel propone una serie di interessanti chiavi di lettura) c’è già un’illustre vittima: i prestiti a tasso agevolato, proprio quelli che un anno fa furono incrementati rispetto alla proposta originale su pressione dei “frugali” per smussare gli angoli di Next Generation EU.

I prestiti sono infatti scelti soltanto da una manciata di Paesi (sette) nella costruzione del loro mix di finanziamento, mentre tutti gli altri hanno predisposto dei PNRR sulla base unicamente della componente di sussidi che non andrà ripagata. Italia, Grecia e Romania hanno richiesto il totale a cui hanno diritto secondo i calcoli della Commissione; seguite da Cipro, Polonia, Portogallo e Slovenia, con quote tra il 16% e il 37%. Il dado non è tratto: i Paesi UE hanno comunque tempo fino al 31 agosto 2023 per integrare i rispettivi Piani ed eventualmente richiedere l’erogazione dei prestiti (cui legare, come prevede la struttura dei PNRR, obiettivi di riforma strutturale e un cronoprogramma): un’opzione che potrebbe essere seguita anzitutto da Madrid. Se però il quadro dovesse cristallizzarsi, secondo gli analisti di Bank of America – riporta Bloomberg – la potenza di fuoco con cui il Recovery Plan è stato presentato uscirebbe quantomeno affievolita, attestandosi ad “appena” 550 miliardi di euro.

Insomma, la partita sulla ripresa è tutt’altro che chiusa: i primi mesi di attuazione di Next Generation EU dovranno fare i conti con varie insidie ancora nell’ombra. La partita sarà anzitutto politica e potrà tracciare il volto anche istituzionale dell’Europa unita post-pandemia. Con Berlino instradata verso il cambio di leadership e Parigi attesa dal test delle presidenziali, però, toccherà principalmente a Roma farsi carico della regia del processo.