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La diplomazia sportiva in Asia e gli equilibri internazionali

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Quando il 4 febbraio del 2022 si terrà la cerimonia d’apertura dei Giochi olimpici invernali di Pechino, per la terza volta consecutiva la manifestazione sportiva più importante e seguita del mondo avrà luogo in Asia orientale. Nel 2018 i Giochi olimpici invernali si sono svolti a Pyeongchang, in Corea del Sud. Eccezionalmente tre anni dopo, le Olimpiadi estive previste nel 2020 e poi rimandate al 2021 sono ospitate nella capitale giapponese, Tokyo. Poi sarà, appunto, la volta di Pechino.

Il rendering di uno degli impianti invernali di Pechino 2022

 

Cina, Giappone e Corea del Sud, più di altri paesi occidentali, considerano fondamentale nella costruzione della propria public diplomacy la grande influenza della più tradizionale delle mega-manifestazioni sportive. Nel modello di relazioni internazionali asiatiche, la “diplomazia sportiva” ha un ruolo di primo piano, basti pensare a quanto abbia influenzato la storia e la narrazione delle relazioni tra Cina e America la cosiddetta “diplomazia del ping pong”, quando all’inizio degli anni Settanta il dialogo tra Washington e Pechino venne riaperto da una serie di incontri amichevoli di tennis tavolo.

Anche se espressamente vietato dalla Carta olimpica, le Olimpiadi vengono considerate un modo per promuovere il proprio sistema culturale all’estero ma anche per fare politica e diplomazia. Per le Coree divise tra Nord e Sud, i Giochi olimpici sono stati spesso motivo di riavvicinamento: sin dai Giochi asiatici del 1990, le due nazionali hanno partecipato diverse volte sotto la “bandiera della Riunificazione”, che raffigura l’intera penisola coreana disegnata in azzurro su sfondo bianco  E particolarmente significativa è stata l’edizione dei Giochi olimpici del 2018 a Pyeongchang, dove gli sforzi della Corea del Sud di apparire come un paese con una forte identità nazionale, al di là delle minacce e delle provocazioni nordcoreane, sono stati completamente messi in ombra dalla rinascita della cosiddetta “Sunshine policy”, la politica di apertura verso Pyongyang che è la priorità politica dell’Amministrazione sudcoreana di Moon Jae-in. Di più: per l’opinione pubblica di molti paesi dell’Asia orientale, battere la squadra giapponese alle Olimpiadi ha spesso avuto un significato più politico della questione meramente sportiva, e cioè quello di “vendicare” il passato imperialista subito fino alla sconfitta giapponese alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Per la politica giapponese i Giochi olimpici sono stati spesso legati a un obiettivo di rinnovamento dell’immagine del paese nel resto del mondo. Tokyo era stata scelta come sede ospitante dei Giochi della XII Olimpiade nel 1940, ma lo scoppio della guerra costrinse all’annullamento della manifestazione. Dopo quella edizione, la capitale giapponese aspettò ventiquattro anni per essere di nuovo al centro della scena sportiva: nel 1964 i Giochi della XVIII Olimpiade assunsero un significato cruciale per l’identità nipponica. Nei piani del governo l’obiettivo della manifestazione era quello di ridare al Giappone l’immagine di paese centrale nelle dinamiche asiatiche e di rapporti con l’Occidente. Un paese che aveva abbandonato il suo passato imperialista e ora voleva tornare a crescere, moderno e globalizzato, ma soprattutto emancipato dall’immagine negativa che il resto del mondo ne aveva.

Nell’anno delle Olimpiadi venne accesa la “Fiamma della pace” all’interno del memoriale di Hiroshima, la città distrutta dalla bomba atomica il 6 agosto del 1945: l’ultimo tedoforo che accese la fiamma olimpica si chiamava Yoshinori Sakai, ed era un velocista nipponico nato a Hiroshima nel giorno dell’esplosione. Quella del 1964 fu una edizione piena di simboli per il Giappone che rinasceva come alfiere della pace nel mondo, dello sviluppo e del progresso pacifico.

I tedofori giapponesi di Tokyo 1964

 

Un significato altrettanto simbolico hanno avuto i Giochi ospitati da Pechino nel 2008. L’ex direttore degli affari asiatici del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, Victor D. Cha in un articolo sul Washington Post pubblicato l’8 agosto del 2007 li definiva “il ballo delle debuttanti” della Cina, che sarebbe servito a Pechino per mostrare al mondo la sua crescita economica e il suo ritrovato benessere.

Per arrivare alle Olimpiadi del 2008 preparata, la Cina ha usato la sua capacità di mobilitazione a tappe forzate, la manodopera a basso costo, e in sostanza tutti i suoi “vantaggi comparati”. Rispetto ai paesi con un ordinamento democratico, lo ha potuto fare senza mai dover passare per l’approvazione da parte dell’opinione pubblica. “Proprio come le Olimpiadi di Tokyo nel 1964 hanno chiuso il capitolo del Giappone in guerra”, scriveva Cha, “così i Giochi olimpici di Pechino porranno fine alla condizione della Cina come ‘malato’ dell’Asia e apriranno il nuovo capitolo di una nazione moderna e progredita”. E’ andata proprio così, probabilmente anche fin troppo dal punto di vista americano: nel giro di pochi anni la Cina si è trasformata nella potenza che fa concorrenza all’America.

Anche Tokyo 2020 avrebbe dovuto avere, almeno politicamente, il significato di un grande rilancio: la rinascita del Giappone dopo il ventennio di stagnazione economica, dopo il sorpasso della Cina come seconda economia del mondo, dopo la devastante triplice tragedia del terremoto, del maremoto e dell’incidente nucleare di Fukushima dell’11 marzo 2011. Ma la pandemia ha trasformato queste Olimpiadi nell’edizione più controllata di sempre, senza pubblico sugli spalti, con atleti, membri delle delegazioni, giornalisti e volontari chiusi all’interno di un corridoio sanitario senza libertà di movimento.

Non solo. Alcuni scandali hanno contribuito ad allontanare non poco l’opinione pubblica internazionale dall’organizzazione giapponese: Yoshiro Mori, ex primo ministro ed ex presidente del Comitato organizzatore, è stato costretto alle dimissioni il 12 febbraio del 2021 dopo aver detto in un’occasione pubblica che le riunioni in cui partecipano le donne sono “troppo lunghe” perché “parlano troppo”. Stessa sorte per il 52enne compositore delle cerimonie d’apertura e chiusura delle Olimpiadi, Keigo Oyamada in arte Cornelius, che si è fatto da parte dopo giorni in cui si discuteva di una sua intervista, risalente al 1994, nella quale ammetteva candidamente di aver bullizzato i suoi compagni di classe disabili. Un hotel di Tokyo adibito ad alloggio per le delegazioni si è scusato ufficialmente per aver separato gli ascensori “per giapponesi” da quelli “per stranieri”. L’edizione olimpica dell’inclusività e della parità di genere è stata trasformata in uno specchio che riflette le difficoltà della società nipponica, confuciana e conservatrice, ad aprirsi al resto del mondo.

I Giochi di Tokyo rischiano di essere marchiati indelebilmente dalla pandemia

 

Sei mesi dopo la cerimonia di chiusura dei Giochi giapponesi, si apriranno le Olimpiadi invernali di Pechino 2022. Questa volta, il messaggio da mandare al mondo per la leadership di Xi Jinping sarà: l’America e i suoi alleati possono tentare di contenerci, ma il nostro modello – sociale, economico, politico – funziona. Rispetto alla precedente manifestazione di Tokyo, per l’inizio di Pechino 2022 la pandemia sarà messa sotto controllo, grazie all’avanzare della campagna di vaccinazioni, e torneranno i tifosi negli stadi e gli eventi di massa.

E sarà quindi facile fare un confronto così ravvicinato nel tempo di due eventi estremamente simbolici ospitati da due città vicine geograficamente ma molto lontane nella costruzione delle rispettive identità. Il fallimento giapponese nell’interpretare il ruolo di rappresentante unico dell’Asia al G7 sarà interpretato dalla propaganda e dalla politica pro-Pechino come l’ennesimo successo del modello Cina.