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La svolta militare dell’economia europea

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A tanti in Europa non piace pensarci; ma quando si è detto che l’invasione russa dell’Ucraina era un evento epocale – il ritorno della guerra classica, “Stato contro Stato”, in particolare di uno stato dotato di armi atomiche contro un altro da “punire” per il suo avvicinamento all’Occidente – era vero. Molto sta cambiando, nella società, nella politica e nell’economia.

I dirigenti dell’Unione Europea dal febbraio 2022 hanno definito la loro figura pubblica e legittimato la propria traballante immagine e permanenza al potere con la capacità di opporsi alla Russia. Si valuterà in altra sede con quanta efficacia, sagacia strategica, opportunismo e coscienza lo hanno fatto. Tra le conseguenze, comunque, c’è l’affermarsi di un’inedita dimensione militare tra le attribuzioni delle istituzioni europee: Unione e NATO, di fatto, sono in via di sovrapposizione, a livello strategico e nel quadro mentale di riferimento politico e civile. Il processo è sancito dall’ingresso nell’alleanza militare euro-americana (fino a poco prima fa definita “in morte cerebrale”, Macron nel 2019) di Svezia e Finlandia, che chiude la lunga epoca della neutralità scandinava. Le appartenenze alle due istituzioni quasi coincidono: dei 27 membri della UE, solo 4 non fanno parte della NATO – Austria, Irlanda, Cipro e Malta.

Munizioni prodotte dalla fabbrica tedesca Rheinmetall, indicata dal Cancelliere Scholz come un esempio virtuoso di “economia di guerra”.

 

Mobilità di guerra

La prossima Commissione avrà un responsabile per la Difesa, ha promesso l’attuale presidente. Proprio Ursula von der Leyen incarna nella sua vicenda personale l’intreccio politico militare ed economico che prende forma in Europa: per sei anni ministra della Difesa nei governi Merkel (2013-19, la prima donna in Germania a ricoprire questo incarico), durante i suoi mandati e grazie ai suoi rapporti con l’industria degli armamenti fu inclusa anche nel Consiglio del World Economic Forum, e fu presenza fissa e di raccordo tra i funzionari NATO e Bruxelles, vista la sua posizione di capo della Commissione Difesa del Partito popolare europeo, di cui coordinava gli incontri ai margini dei Consigli europei con i relativi ministri. Tra i primi atti della Commissione von der Leyen (2019) c’è la creazione di una Direzione Generale dedicata all’industria della difesa e allo spazio, la DG DEFIS, che finora ha fatto capo al Commissario per il Mercato interno Thierry Breton.

La militarizzazione avanza dunque più rapidamente e più profondamente di quanto appaia, nelle strutture europee: e non si esaurisce nelle cicliche dichiarazioni sulla necessità di aumentare le spese militari dei Paesi dell’Unione, o dei membri della NATO, ma entra nelle politiche più tipicamente “civili”: trasporti e comunicazioni ne sono un caso esemplare.

La guerra russo-ucraina ha avuto già conseguenze sensibili sulle reti di comunicazione europee, non solo di persone: la clamorosa distruzione del Nord Stream, la condotta sottomarina e laccio economico diretto tra Russia e Germania mediante una sostanziosa fornitura di gas. Ora quel legame non c’è più. Ma anche la crescente tensione sull’exclave russa di Kaliningrad, tra Polonia e Lituania sul Mar Baltico, colpita dai droni ucraini, isolata dal territorio russo: sul “corridoio” di Suwałki, i 65 km che collegano via terra l’exclave alla Bielorussia, l’Unione Europea ha interdetto il passaggio. E truppe NATO e lituane sono state spostate nella zona, a metà del 2022.

La storia d’Europa è innervata ben più di altre di campagne militari transnazionali: basti pensare ad Annibale o a Napoleone, tra cento esempi possibili che hanno riguardato un po’ tutti gli Stati e le nazioni: imprese logistiche e geografiche oltre che militari (ripetute quando possibile su scala globale). Nell’Europa degli Stati nazionali, le infrastrutture di trasporto sono intimamente legate all’identità di un Paese, e alle sue abitudini: si pensi alle “Autostrade del Sole” di Francia o Italia, così connesse al boom del dopoguerra e al fiorire del consumismo. Sono in grado di plasmare persino la forma della politica: ad esempio la rete radiale spagnola dell’alta velocità, tutta centrata su Madrid, ha contribuito alla distanza e all’estraneità percepita in Catalogna o nei Paesi Baschi, sentimento che ha fomentato l’indipendentismo in quelle regioni. O la celebre rete ferroviaria dell’Impero austro-ungarico, che fu il collante del capillare potere amministrativo asburgico su un territorio plurinazionale. Le infrastrutture di trasporto in Europa, di conseguenza, hanno potuto incarnare anche, nella storia, una dimensione legata alla guerra, al dominio o alla sicurezza: senza risalire alle vie romane, spesso costruite dagli stessi legionari, possiamo pensare alle Autobahn di Hitler, progettate per i carri armati prima ancora che per le auto e puntate come frecce verso la Francia. O al sistema di canali e chiuse che dal ‘600 garantiva il commercio in Olanda, ma che era anche un’arma difensiva: usata contro le truppe del Re Sole, che assediavano Utrecht, l’inondazione programmata del piatto territorio imprudentemente occupato dai soldati francesi spazzò via le velleità di conquista del sovrano assoluto.

Non è quindi senza profondi significati culturali che la mobilità militare, nel 2024, sia diventata ufficialmente una priorità della UE, e sia entrata a far parte della politica dei trasporti comunitaria. Lo si è visto ad esempio nell’evento biannuale dedicato ai corridoi ferroviari europei, tenuto all’inizio di aprile a Bruxelles, sotto il nome Connecting Europe Days. Un forum che secondo la presentazione servirebbe a pianificare una rete di trasporti sostenibile, resiliente, smart, eccetera: ma la presenza di alti ufficiali dello Stato Maggiore dell’Unione Europea, come il capo della divisione logistica, il generale olandese Gert Dobben, ha chiarito quali fossero le nuove esigenze.

In particolare, lo Stato Maggiore UE sostiene che si devono connettere meglio i territori orientali del continente, cioè Estonia, Lettonia e Lituania, oltre che Moldavia e Ucraina, alla rete ferroviaria europea, perché sia possibile trasportarvi truppe e armamenti con rapidità da altri luoghi d’Europa, in caso di necessità militari. Le reti ferroviarie di questi cinque Stati, infatti, sono state costruite a scartamento “sovietico”: l’URSS non volle mai adattare l’ampiezza dei suoi binari allo standard europeo più ridotto, proprio per rallentare un’eventuale invasione militare e il relativo trasporto di truppe via treno – e allo stesso tempo per favorire le “sue” manovre. Così, oggi, le ferrovie baltiche, moldave e ucraine sono mal connesse con quelle della UE: l’invio di armi e soldati, dice lo Stato Maggiore, rischia di essere troppo lento.

Ma perché dovremmo essere pronti a spostare centinaia di migliaia di soldati da quelle parti? Da mesi i governi di Polonia e Paesi baltici, insieme a quello ucraino, caldeggiano presso le opinioni pubbliche europee la possibilità concreta (quantomeno fantasiosa, invece, per chi scrive) che la Russia di Putin decida di invadere il territorio UE-NATO. Molto sta cambiando: le classi dirigenti di questi Paesi parlano della possibilità, tangibile e perfino imminente, di una guerra su larga scala dentro l’Unione Europea. E dunque, della “necessità impellente” di spostare risorse pubbliche su esigenze di preparazione bellica.

Carri armati USA Abrams trasportati su ferro in Lituania

 

Più armi, meno transizione

Si tratta di un nodo politico primario, e il fatto che gli eventi si svolgano in sostanza dietro le quinte ne conferma l’importanza. Per prima cosa, c’è appunto la questione delle priorità: mentre le istituzioni europee e molti governi nazionali ammorbidiscono le norme sulla transizione energetica ed ecologica, e tagliano o rinviano sugli impegni presi in precedenza in questo senso, l’Agenda strategica 2025-29 presentata dal Presidente del Consiglio Europeo Charles Michel in aprile già recepisce e contiene la svolta militare. I soldi si stanno già muovendo: la Commissione von der Leyen ha già stanziato circa 2 miliardi di euro sui progetti di mobilità militare, con una linea di spesa specifica all’interno della DG-MOVE, uno degli acronimi cari alla nomenclatura UE che si riferisce alla Direzione Generale Mobilità e Trasporti. I 95 progetti finanziati includono non solo interventi sulle ferrovie, ma anche su strade, porti, aeroporti e canali, per permetterne l’uso militare accanto a quello civile: obiettivo logistico, “spostare in maniera rapida 200mila soldati e le loro attrezzature”, così il generale Dobben, “dentro e oltre i confini della UE”, così la Commissione. Le procedure erano state aperte sin dal 2021, ma “accelerate e aumentate dall’invasione dell’Ucraina in poi, con il contributo economico degli stati membri”, come dichiara ancora la Commissione.

C’è poi la questione strategica nel rapporto tra NATO e Unione Europea. Il secondo “Action Plan sulla mobilità militare” stilato dalla Commissione, valido per il periodo 2022-26, punta a “rafforzare la cooperazione con l’Alleanza Atlantica e i partner strategici, come Stati Uniti, Canada e Norvegia, promuovendo la connettività con i candidati all’ingresso nell’Unione: Ucraina, Moldavia, Balcani Occidentali”. Decisioni di ampia portata politica, ideologica e strategica – la UE adotta in pratica l’agenda della NATO, ma perché, e con quali obiettivi? – su cui in nessuno dei consessi della rappresentanza democratica nell’Unione Europea si è minimamente discusso.

In effetti, la svolta militare dell’UE avviene senza che l’UE abbia una difesa comune, o almeno una politica estera comune. Cioè senza che si possa individuare una esatta responsabilità in questo processo, cosa che rende quasi impossibile per la cittadinanza europea essere informata al riguardo e in grado di giudicare. Si costruiscono armi per la dissuasione e la deterrenza, armi per la famosa “autonomia strategica”, oppure armi per preparare l’Europa a una guerra su larga scala, dovessero i progetti di allargamento all’Ucraina, alla Moldavia o alla Georgia comportare reazioni militari di altre potenze interessate a proiettarsi su quelle regioni?

C’è ancora una questione, per così dire, di geografia economica e politica. La mobilità militare, il passaggio (almeno parziale) a un’economia di guerra, comporta un ennesimo, ulteriore spostamento del focus dell’Unione verso Est, e una netta scelta di campo in termini di politica economica. Ha in effetti una matrice tedesca, in collaborazione con il gruppo di Paesi “frugali” che fanno riferimento alla Germania, e poi scandinava, baltica e orientale. Non c’è la Francia, ossia il Paese più interessato a costruire un’autonomia strategica europea staccata dalla NATO. Italia e Spagna guardano da lontano. Sono invece ben presenti Polonia (ormai partner fondamentale degli Stati Uniti in Europa), Estonia, Lettonia e Lituania, decise a dare a questi progetti di consolidamento difensivo una forte tinta anti-russa. C’è la ex neutrale Scandinavia. C’è l’Olanda del primo ministro Mark Rutte candidato a Segretario Generale della NATO – dopo un norvegese, un danese e un altro olandese, a riprova dell’importanza fondamentale attribuita dall’Alleanza a questa parte d’Europa.

In effetti, i 38 progetti di mobilità militare approvati nel 2023, per circa 900 milioni di euro, sono destinati soprattutto a questi Paesi. A sottolineare ulteriormente le radici culturali profonde del cambiamento in corso (che, è il caso di notarlo, interessa in particolar modo regioni di tradizione protestante), basta scorrere l’elenco degli Stati che hanno reintrodotto la coscrizione obbligatoria: la Norvegia è stata la prima a farlo (2015), con una leva per maschi e femmine a cui i giovani e le giovani norvegesi hanno risposto in massa. Nello stesso anno usciva nel Paese una serie tv di fanta-politica, Occupied, un successone venduto in tutto il mondo: nella storia scritta da Jo Nesbø gli USA si ritiravano dalla NATO e la Russia occupava una Norvegia incapace di reagire per impossessarsi del suo gas e del suo petrolio. Due anni dopo reintroduceva il servizio militare obbligatorio la Svezia, un “modello gender-neutral selettivo e competitivo”; poi la Lituania e la Lettonia (solo per i maschi). Danimarca, Estonia e Finlandia sono gli altri Stati europei che non l’hanno mai abolita.

Esercito svedese, leva 2023

 

Il nodo geoeconomico attorno alla Germania

Infine c’è appunto una questione tedesca. Il mantenimento del consenso democratico in Germania è il problema principale dell’Europa degli anni ’20. Forse per la caratteristica tedesca di incubare i cambiamenti in modo carsico, sotterraneo, fino a un’esplosione risolutiva e sorprendente – al contrario ad esempio di paesi come la Francia, dove il dissenso emerge sempre subito e in maniera evidente – non si sottolinea mai abbastanza il ruolo cruciale della Germania per l’esistenza stessa dell’Unione Europea. La UE non potrebbe esistere senza la Germania, mentre il contrario è possibile. Dunque, una Germania dove un’estrema destra di matrice paranazista è stimata al 20% dei voti è un problema per tutto il continente.

Un dato dell’Organizzazione Mondiale del Commercio è rivelatore del malessere socio-economico tedesco: nel 2023 il commercio mondiale è diminuito del 5%. Negli ultimi 50 anni una sua diminuzione si è verificata solo cinque volte: con crisi petrolifera nel 1975 e 1981, con l’esplosione della bolla internet nel 2001, con la crisi finanziaria nel 2009, e con il Covid nel 2022. L’Europa costituisce quasi il 40% del commercio mondiale, e dentro l’Europa è l’industria esportatrice tedesca quella preponderante. Non solo: il sistema produttivo tedesco, oltre a essere la colonna su cui si regge l’economia continentale, è anche il collante che lega l’Europa orientale al cuore politico del continente: questo accade attraverso un rapporto industriale di dipendenza dal sistema tedesco, e attraverso i flussi di popolazione che rendono la Germania la calamita dell’emigrazione specializzata dall’Europa orientale.

La causa della diminuzione del commercio globale è il comportamento restrittivo provocato dai due conflitti (mondiali nelle implicazioni) di Ucraina e Gaza, ma anche dall’inflazione (e dall’aumento dei tassi d’interesse) che impattando sulla classe media ne blocca le scelte di consumo. Consumo di beni prodotti in particolare in Europa, come autoveicoli, elettrodomestici o arredamento: nel 2023 il commercio mondiale è diminuito anche se il PIL mondiale è aumentato (+2,7%), a dimostrazione che il problema sta proprio in Europa. D’altronde, in molti sono pronti a scommettere che il sistema europeo per come lo conosciamo semplicemente non si riprenderà mai, frenato com’è dall’invecchiamento dei suoi abitanti, e da una spesa pubblica sempre più condizionata dalle pensioni e dalla diminuzione relativa delle persone in età da lavoro.

Ecco dunque che la militarizzazione delle politiche europee coincide con la crisi industriale e la sempre minore competitività del continente. La Cina è pronta a sommergere l’industria tedesca automobilistica con i suoi veicoli elettrici, molto più economici, che potrebbero persino essere prodotti in Europa – il Cancelliere Olaf Scholz è già alla sua seconda visita ufficiale a Pechino, mentre Ursula von der Leyen si è scagliata contro la concorrenza sleale cinese, la cui produzione sarebbe così competitiva perché eccessivamente sussidiata dallo Stato. Secondo le classi dirigenti europee e tedesche un programma di riarmo su vasta scala può essere utile per riconvertire quell’industria che minaccia di diventare un peso insostenibile, e la cui fine potrebbe innescare dinamiche incontrollabili, come già visto negli Stati Uniti con Trump e nel Regno Unito con la Brexit, due fenomeni che traggono radice e forza nel disagio irrisolto dell’ex classe operaia.

Gli investimenti per la mobilità militare sono un’occasione per far lavorare l’impresa europea, specialmente ora che i mega-sussidi approvati dall’amministrazione Biden sono per parte di essa un incentivo a trasferirsi negli Stati Uniti. Anche perché l’Europa non è in condizione – non ha una politica fiscale e di bilancio comune, non ha una politica industriale, almeno ufficialmente, e gli Stati da soli sono troppo deboli per incidere su processi internazionali – di competere con gli incentivi americani, né con la capacità tecnologica dell’Asia. Ne consegue che dovrebbe consolidare in questo modo il suo mercato interno. “L’economia di guerra produce ricchezza”, ha ribadito Macron in aprile durante una visita a una fabbrica di polvere da sparo, che stava per chiudere ma grazie all’invasione dell’Ucraina ora va a gonfie vele.

In due parole: drenare risorse pubbliche da altri capitoli, in nome del sostegno a un settore “strategico”. E come ulteriore contributo, sospendere gli impegni di transizione ecologica, almeno quelli che gravano sulle imprese. Includendovi magari l’industria agro-alimentare, quella dei “trattori” che un po’ dovunque hanno protestato in questi mesi. Così si premia la base elettorale conservatrice che è il perno degli attuali equilibri politici a Bruxelles. Così si segue l’esempio della Russia, che con l’economia di guerra e l’autosufficienza agro-alimentare ha superato il periodo più critico del conflitto.

Una protesta dei “trattori” a Berlino, inverno 2024

 

In questo processo, l’asse decisionale tedesco-baltico-orientale riflette i rapporti di potere esistenti nella UE: è lo stesso asse che ha deciso l’abbandono di ogni piano di spesa pubblica comune come alternativa, come cura keynesiana ai mali socio-economici del continente. E la frattura geografica e culturale ha superato le famiglie politiche: la premier danese socialdemocratica Mette Frederiksen ha detto con chiarezza che lo Stato sociale va tagliato, per sussidiare l’industria degli armamenti. Il ministro liberale tedesco dell’Economia Christian Lindner, ovviamente in accordo con il suo Cancelliere socialdemocratico Scholz, è stato il protagonista della manovra che ha rimesso in piedi i meccanismi di austerità di bilancio sospesi durante la pandemia e sostituiti da strumenti espansivi come il PNRR: basta, finito. E lo ha fatto con l’appoggio di Paesi retti da governi liberali (l’Olanda di Rutte), conservatori (la Svezia di Ulf Kristersson), progressisti (la Finlandia di Sanna Marin), in alleanza con un fronte misto baltico-orientale, convinto per il ritorno di fiamma del militarismo, per russofobia o per i vantaggi che ne avrà il suo sistema industriale. Il resto d’Europa per ora si accoda, in attesa delle elezioni di giugno.

Non è strano, in conclusione, che per la prossima Commissione si facciano i nomi di Mario Draghi, o della Presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde, o di quella del Fondo Monetario Internazionale Kristalina Georgieva: “tecnici” dal profilo istituzionale e garanti di larghi equilibri politici per gestire una svolta tanto profonda e fondamentale, che non avverrà senza contrasti o proteste.