international analysis and commentary

Tra Vance e Rubio: il futuro del trumpismo in vista del 2028

42

Il mondo repubblicano si sta già inevitabilmente preparando alla battaglia per la nomination presidenziale del 2028. Secondo la media sondaggistica del New York Times, attualmente risulta avanti JD Vance con il 38% dei consensi. Segue, al secondo posto, Marco Rubio, che si attesta al 24%. È quindi probabile, anche se non del tutto certo, che le prossime primarie presidenziali repubblicane si rivelino un duello tra il vicepresidente e il segretario di Stato. Del resto, di là delle ambizioni politiche di entrambi, i due si fanno interpreti delle diverse anime che attualmente costituiscono il trumpismo.

JD Vance e Marco Rubio insieme a Donald Trump nello Studio Ovale.

 

Vance e la nostalgia del Trump che fu

Vance guarda al Donald Trump delle origini: quello del 2016. Il vicepresidente vuole infatti farsi portavoce dei colletti blu della Rust Belt, e in generale dei problemi e delle questioni riguardanti quella regione, il cui voto ha deciso molte delle ultime presidenziali. Ed è scettico sul coinvolgimento militare degli Stati Uniti all’estero. È noto che, all’interno dell’attuale amministrazione statunitense, Vance sia stata la voce maggiormente contraria al conflitto con l’Iran. E, proprio per questo, è anche la figura più incline alla diplomazia: fu infatti principalmente lui a negoziare con Teheran il memorandum d’Islamabad, sottoscritto a giugno. Non solo. Sempre imitando il Trump delle origini, il vicepresidente sta sfidando su più fronti l’ortodossia ideologica del Partito Repubblicano.

Ad agosto, ha esortato il suo schieramento a non demonizzare i giovani che votano per i candidati socialisti, sostenendo come il conservatorismo americano non possa limitarsi a riproporre pedissequamente gli slogan a favore del libero mercato dell’era reaganiana. “La nostra risposta al socialismo non può essere semplicemente ignorare le preoccupazioni economiche che, a mio avviso, alimentano questo crescente interesse per il socialismo”, ha dichiarato. “In quanto cittadini americani, meritate di avere una vita dignitosa in questo Paese e meritate un governo che vi renda più facile formare una famiglia, permettervi una buona istruzione, trovare un buon lavoro e acquistare una casa”, ha aggiunto.

Notoriamente cattolico (si è convertito nel 2019), il vicepresidente sembra quindi proporre un capitalismo temperato da elementi tratti tanto dalla Dottrina sociale della Chiesa quanto dal comunitarismo tratteggiato da un intellettuale a lui molto vicino, come Patrick Deneen. A questo si aggiungano le dure critiche che, negli scorsi mesi, Vance ha rivolto al governo israeliano, accusandolo di aver fatto di tutto per far deragliare la diplomazia tra Washington e Teheran. Senza poi trascurare che, contrariamente all’inquilino della Casa Bianca, ha evitato di dare il proprio endorsement a Netanyahu in vista delle imminenti elezioni israeliane.

 

Leggi anche: Religione e politica per l’amministrazione Trump

 

Ma non è tutto. Pur confermando la sua lealtà a Trump, il vicepresidente sta al contempo cercando di ritagliarsi uno spazio di autonomia politica. Nei comizi elettorali per le Midterm delle ultime settimane, Vance ha ammesso di comprendere la frustrazione della base repubblicana nei confronti della sua amministrazione. Inoltre, a inizio settembre, il vicepresidente, pur sottolineando i disaccordi con lui, si è esplicitamente rifiutato di rinnegare l’amicizia con Tucker Carlson: l’ex volto di Fox News che, un tempo alacre sostenitore di Trump, ha rotto con lui alcuni mesi fa a causa della guerra in Iran.

Chiaramente la strategia di Vance è rischiosa ma, almeno in teoria, gli permette potenzialmente non solo di rivolgersi ai trumpisti delusi ma anche a quote elettorali trasversali: esattamente come fece lo stesso Trump nel 2016. Al contempo, però, il vicepresidente si è fatto non pochi nemici. L’influente attivista trumpiana filo-israeliana Laura Loomer ha più volte messo nel mirino l’amicizia tra Vance e Carlson. Inoltre, le critiche allo Stato ebraico stanno alienando al vicepresidente il sostegno di alcuni finanziatori repubblicani.

 

Rubio nel solco dell’ortodossia conservatrice

Non a caso, gli ambienti conservatori ostili a Vance guardano con interesse a Rubio. Il segretario di Stato è un punto di riferimento per quell’ala del trumpismo che interpreta l’America First non solo come difesa dei lavoratori statunitensi dalle storture della globalizzazione ma anche, se non soprattutto, come tutela degli interessi geostrategici di Washington sul fronte della sicurezza nazionale e della competizione geopolitica.

In tal senso, il segretario di Stato ha più volte criticato le organizzazioni sovranazionali, sottolineando la necessità di preservare la sovranità americana e di affrontare gli avversari secondo una logica di potenza. Rubio ha, non a caso, svolto un ruolo di primo piano nella riedizione trumpiana della Dottrina Monroe (si pensi soltanto alla cattura di Nicolas Maduro in Venezuela). In secondo luogo, l’attuale segretario di Stato è tradizionalmente un deciso sostenitore di Israele. Senza contare che, nell’amministrazione Trump, è probabilmente una delle figure più interessate a mantenere in piedi le relazioni transatlantiche.

In forza di questa immagine meno dirompente e più famigliare con gli apparati di sicurezza nazionale, alcuni finanziatori si starebbero muovendo da mesi per spingere il segretario di Stato a scendere in campo in vista della nomination. Rubio, per adesso, non ha sciolto le riserve e, anzi, sulla questione appare piuttosto vago. Senza dubbio, potrebbe avere dalla sua la base repubblicana più tradizionale, nonché la fetta maggiormente filo-israeliana dell’universo MAGA. Senza contare che, grazie al suo attuale ruolo, potrebbe contare su un network internazionale di tutto rispetto. A questo si aggiunga che, visto il suo peso nell’operazione contro Maduro, Rubio nel corso delle primarie e della General Election blinderebbe quasi certamente la Florida: Stato cruciale e ricco di elettori anticastristi, di cui fu senatore dal 2011 al 2025. Infine, ma non meno importante, anche Rubio, come Vance, è cattolico: e proprio l’elettorato cattolico risulta spesso decisivo per riuscire a conquistare la Casa Bianca.

 

Leggi anche: L’operazione di Washington contro il castrismo

 

Le carte in mano agli aspiranti

Ciò detto, in un eventuale duello con il vicepresidente, il segretario di Stato sarebbe in difficoltà su più fronti. Innanzitutto, Rubio, almeno sulla carta, è meno attrattivo nei confronti degli elettori di Michigan, Pennsylvania, Wisconsin e Ohio: Stati che il Partito Repubblicano come sappiamo deve conquistare, se vuole mantenere il controllo della Casa Bianca.

In secondo luogo, se è vero che intrattiene rapporti problematici con i finanziatori tradizionali, il vicepresidente può però contare sul sostegno di alcuni importanti esponenti del settore ipertecnologico statunitense. I legami tra Vance e il presidente di Palantir, Peter Thiel, sono di vecchia data. Tutto questo, mentre anche Elon Musk sembra intenzionato ad appoggiare il vicepresidente in vista del 2028. Chiaramente questo tipo di supporto potrebbe creare dei grattacapi a Vance, vista l’opposizione di gran parte degli americani ai data center necessari per alimentare l’IA e vista anche la preoccupazione nutrita da molti americani nei confronti di questa tecnologia. Al contempo, è tuttavia chiaro che la sponda del mondo ipertecnologico rappresenterebbe un punto di forza per il numero due della Casa Bianca (specialmente in termini di raccolta fondi).

Infine, Rubio continua a tergiversare sulle sue ambizioni presidenziali, creando così degli spazi di manovra per eventuali rivali. Negli ultimi mesi, il senatore del Texas Ted Cruz ha fatto capire di essere intenzionato a scendere in campo e ha, non a caso, cominciato a battibeccare a distanza con Vance. Cruz, in altre parole, ha iniziato a marcare il territorio già prima delle Midterm, per accreditarsi come il principale avversario del vicepresidente: un ruolo, questo, che vuole evidentemente strappare a Rubio. Senza contare che il senatore del Texas si rivolge a delle quote elettorali in parte sovrapponibili a quelle a cui potrebbe guardare il segretario di Stato (si pensi soltanto agli elettori filo-israeliani o a quelli interessati alla difesa della libertà religiosa).

 

Leggi anche: L’importanza del Texas alle midterm del 2026

 

Trump, per il momento, non si è sbilanciato e non ha dato alcun endorsement formale (anche perché la campagna elettorale per le primarie presidenziali non è ancora de facto cominciata). Eppure, il Washington Post, ad agosto, ha riferito che, privatamente, il presidente avrebbe esortato i suoi finanziatori a sostenere Vance. Se confermato, ciò significherebbe che Trump continua a vedere nel suo vice il proprio erede, nonché colui che potrebbe traghettare il mondo MAGA nel futuro.

Certo, le incognite sono ancora molte. Bisognerà vedere come andranno innanzitutto le Midterm e se per la nomination presidenziale del Grand Old Party scenderanno in campo altre figure (secondo indiscrezioni, il capo del Pentagono Pete Hegseth starebbe, per esempio, ipotizzando una candidatura). Sarà necessario, infine, comprendere chi selezionerà il Partito Democratico per la corsa alla Casa Bianca. Insomma, le variabili sono numerose. Ed è, al momento, difficile fare previsioni.

L’unica cosa certa, per adesso, è che durante le prossime primarie presidenziali repubblicane si giocherà il futuro del trumpismo. Sarà interessante vedere quale delle sue anime riuscirà alla fine a prevalere.