Il voto di midterm, il trumpismo e la lezione di Robert Putnam
Robert Putnam, uno dei maggiori politologi statunitensi degli ultimi decenni, descrive con una singola battuta la parabola politica di Donald Trump dal 2016: l’attuale presidente ha conquistato due volte la Casa Bianca perché molti americani giocano a bowling da soli. L’abitudine a svolgere questa attività ludica in modo solitario, invece che in gruppo e in squadra, è il sintomo, identificato da Putnam in un notissimo articolo del 1995 e sviluppato poi in un libro del 2000, di un problema complesso. Si tratta dell’ampio deterioramento dello spirito di comunità, dei legami interpersonali e del senso civico che ha caratterizzato la società americana fin dai primi anni ’60.

Queste tendenze sociali sono state sfruttate (non certo create) in modo sistematico da Trump e dal movimento MAGA, ma si sono ulteriormente acuite nel corso dell’ultimo decennio: dunque, il problema non sarà affatto risolto una volta che Trump uscirà di scena come figura politica centrale. Il ragionamento è del tutto lineare, e difficilmente contestabile. Putnam, in una “presidential lecture” tenuta alla John Cabot University di Roma il 30 settembre, ha ricordato che in effetti ben tre indici si sono mossi in parallelo ormai per decenni: coesione sociale in calo, diseguaglianze economiche (e di opportunità) in aumento, polarizzazione politica sempre più marcata. Questi fattori mostrano una forte correlazione e suggeriscono che i cittadini americani percepiscono correttamente i trend sottostanti ai cicli elettorali, e per questo sembrano andare in controtendenza rispetto a indicatori più superficiali come la crescita del PIL o i livelli del NASDAQ. Il pessimismo diffuso sulla direzione in cui si muove il Paese può dunque essere interpretato come una reazione assai razionale ai problemi di fondo che nessuno ha davvero saputo affrontare, portando gli Stati Uniti fino a una situazione di aperta contestazione delle istituzioni da parte di una buona porzione dell’elettorato.
Leggi anche: Le radici ideologiche dei trumpismi e la loro funzione
Questo approccio complessivo alle dinamiche politiche getta una luce diversa anche sulla peculiarità dell’attuale ciclo elettorale: è del tutto normale, statisticamente, che il partito del presidente in carica abbia difficoltà al voto di midterm, ma la crescita del PIL si aggira oggi attorno al 4% proprio mentre le opinioni degli elettori sono molto critiche rispetto alle scelte economiche dell’amministrazione. In sostanza, è davvero in corso un boom economico – come sostiene Trump, parlando della sua promessa di una “golden age” – ma evidentemente è il tipo sbagliato di boom. La percezione di gravi squilibri nel modello di crescita precede la fase MAGA, ma l’attuale presidente ha puntato tutto proprio sulla sua capacità di invertire quella tendenza, e ha commesso l’errore ulteriore di allearsi apertamente con i titani del digitale, cioè con pochi miliardari che simboleggiano al contempo la concentrazione senza precedenti di ricchezza e la minaccia di una perdita di controllo sull’AI.
Al deterioramento complessivo nelle istituzioni (sostanzialmente preconizzato da Putnam come trend di medio-lungo termine dalle cause profonde) si è così aggiunto un nuovo fattore di sconnessione tra diverse componenti della società americana: la diffusione rapidissima dell’AI, con le sue stratosferiche quotazioni di borsa (a loro volta, fonte di giganteschi flussi finanziari che incorporano i risparmi e le pensioni delle famiglie) e con le sue incerte implicazioni per il mondo del lavoro. Per la prima volta nella storia, una netta maggioranza di americani teme le conseguenze del salto tecnologico in atto, e neppure la minaccia immediata di un “sorpasso hi-tech” cinese sembra giustificare i rischi in parte ignoti e imponderabili posti da una forma di intelligenza che è forse già sfuggita di mano ai suoi creatori. L’adozione a macchia di leopardo dell’AI, nelle sue mille varianti possibili, rischia di creare nuovi tipi di diseguaglianza, cioè una sorta di differenziale cognitivo, culturale, ma poi anche professionale e salariale, che può aprire altre fratture sociali.
Leggi anche: Economia artificiale
In estrema sintesi, la scelta fatta da Trump si scontra ora con le paure dei suoi stessi elettori, il che ne ha danneggiato fortemente la popolarità: l’attuale presidente sta di fatto cavalcando un’onda che la maggioranza degli americani considerano uno tsunami pericolosissimo. Il movimento MAGA è stato costruito sulle paure, e su un senso di rivincita confusamente nostalgico; ora la scommessa del presidente sull’AI ha evocato una paura di troppo, che egli non riesce a manipolare.
Tornando ancora allo schema interpretativo di Robert Putnam, una società frammentata fatica anche ad affrontare le sfide tecnologiche e dell’innovazione, e finisce vittima della sfiducia nel futuro – visto che chi teme il futuro non investe, puntando al più su una polizza assicurativa se può permettersela.
In chiave elettorale di breve/medio termine, questo ha implicazioni molto concrete sul dibattito politico nel Paese in vista delle prossime elezioni presidenziali del 2028: è il ricorrente dilemma tra “it’s the economy, stupid” e l’aspirazione ad una conversazione più “alta” con gli elettori che punti a valori condivisi, convivenza e stile di vita.
E’ una scelta sempre difficile che, a quasi dieci anni dal suo ultimo giorno alla Casa Bianca, è tuttora incarnata soprattutto da Barack Obama, cioè il presidente che più di altri ha sperato di poter cambiare il suo Paese proprio sul piano degli ideali di convivenza. Va ricordato che, ad oggi, Obama (senza alcun incarico pubblico né, ufficialmente, nel Partito Democratico) raccoglie un tasso di approvazione attorno al 60%, senza eguali nel panorama nazionale. Sfruttando in qualche modo questo pulpito politico, ha recentemente ribadito la sua convinzione che le elezioni si vincono raccontando una storia con un forte senso morale, più che parlando di lotta all’inflazione. E’ un consiglio assai controverso, in una fase delicata per il Partito Democratico che è stretto tra pulsioni “socialiste” e classiche tendenze moderate-centriste. E’ probabile che i prossimi candidati alla presidenza tenteranno di fare entrambe le cose, prospettando una rinascita morale ma anche promettendo soluzioni concrete e rapide alle sfide economiche.
Leggi anche: 2028: il dilemma di Alexandria Ocasio-Cortez
In ogni caso, siamo intanto arrivati all’appuntamento di midterm con un Partito Repubblicano in grave difficoltà, paradossalmente proprio a causa dalle dinamiche che hanno portato Trump alla Casa Bianca: quando i cittadini sono già abituati a “giocare da soli”, non sanno a chi rivolgersi se arrivano tempi particolarmente difficili, si sentono abbandonati a se stessi e cercano magari conforto nelle figure istituzionali. Se però al vertice del potere politico trovano un presidente accentratore che inveisce contro avversari personali e sminuisce tutti gli altri organi dello Stato, non ci si può sorprendere se il clima politico peggiora ancor più rapidamente. E se il pessimismo prevale.
Oltre alle personalità dei leader e alle grandi forze sociali sottostanti, è sempre bene ricordare, infine, la base elettorale che sostiene l’assetto di potere: Donald Trump è tornato alla presidenza nel 2024 con un vantaggio nel voto popolare inferiore al 2% su un avversario (Kamala Harris, allora Vicepresidente) che praticamente non aveva avuto modo (per colpe tutte democratiche) di organizzare una vera campagna presidenziale. E prima ancora, nel 2016 Trump aveva ottenuto circa il 2% dei voti in meno rispetto a Hillary Clinton, pur battendola comunque nel Collegio Elettorale. In sostanza, il presidente in carica non è una figura in grado di mobilitare stabilmente una solida maggioranza popolare, anche a prescindere dal trend negativo del suo tasso di approvazione negli ultimi mesi. I Repubblicani devono quindi necessariamente puntare sulle debolezze strutturali e gli errori contingenti dei loro avversari, più che sulla forza intrinseca dei loro messaggi o sull’eredità (complessivamente percepita come molto negativa) della presidenza Trump.
Leggi anche: Religione e politica per l’amministrazione Trump
Il Paese resta fortemente spaccato sul piano ideologico e culturale – appunto, il fenomeno di lungo periodo che ha studiato Putnam – eppure ci sono segnali importanti di una “onda blu” al Congresso che potrebbe spingere i Democratici fino al 2028. E’ molto presto per dirlo, e vedremo se ci saranno le condizioni per una vera “landslide” (un netto vantaggio in termini di voti per un verso o per l’altro) alle prossime presidenziali. E’ un termine di cui parla spesso, e a sproposito, l’attuale presidente, soprattutto riguardo a se stesso, dimenticando la dura realtà dei numeri nelle elezioni presidenziali che realmente registrarono un netto scarto nel voto popolare: ad esempio con Franklin Delano Roosevelt nel 1936 (+24% circa del voto popolare), Lyndon B. Johnson nel 1064 (+22,5%), Richard Nixon nel 1972 (+23%), Ronald Reagan nel 1984 (+18%). Perfino il controverso Barack Obama, da sempre bersaglio polemico preferito di Trump, ha ottenuto un vantaggio di oltre 7% dei voti nell’elezione del 2008.
In ultima analisi, anche il sistema elettorale rimane un fattore decisivo, incanalando le pulsioni popolari del momento. Tenendo bene a mente la lezione politologica di Putnam (dunque, l’America profonda), tra qualche mese dovremo tornare ad occuparci del famigerato “Collegio Elettorale” che tuttora determina la corsa alla presidenza negli Stati Uniti. ![]()