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2028: il dilemma di Alexandria Ocasio-Cortez

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Alexandria Ocasio-Cortez ha compiuto 37 anni lo scorso 13 ottobre. Se decidesse di correre per la Casa Bianca nelle presidenziali del 2028 e vincesse, non diventerebbe soltanto la prima donna eletta presidente degli Stati Uniti: a 39 anni diventerebbe anche il presidente più giovane mai eletto nella storia americana, superando una delle figure più emblematiche della politica statunitense, John Fitzgerald Kennedy, eletto nel 1960 all’età di 43 anni. Certamente uno scenario simile resta per ora ipotetico e legato a molti “se”, ma non sarebbe del tutto estraneo al percorso politico di Ocasio-Cortez, che ha già bruciato vari record della politica americana.

Alexandria Ocasio-Cortez è deputata al Congresso degli Stati Uniti dal 2018.

 

Il fattore AOC

Sarebbe infatti un altro primato per l’enfant prodige della sinistra statunitense: nel 2018, a 29 anni, divenne la più giovane donna mai eletta al Congresso. Alle primarie aveva sconfitto Joe Crowley, politico democratico di lungo corso di New York, che sedeva alla Camera dei rappresentanti da vent’anni, con una campagna elettorale alimentata da attivisti e piccoli donatori e con risorse economiche enormemente inferiori rispetto a quelle del suo avversario.

Latina di origini portoricane, nata nel Bronx, con alle spalle uno stage nell’ufficio di Ted Kennedy e l’esperienza da volontaria e organizzatrice nella campagna presidenziale di Bernie Sanders del 2016, AOC è diventata il punto di riferimento di quei “socialisti democratici” che stanno diventando sempre più numerosi tra le file del Partito Democratico. Qualcosa di quasi impensabile fino a un decennio fa, quando Sanders era visto quasi come un alieno in un’America che aveva sempre detestato la parola “socialista”.

 

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Proprio la campagna del senatore del Vermont per le primarie democratiche del 2016 contro Hillary Clinton — che avrebbe poi perso a novembre contro Donald Trump — cominciò a gettare i semi della crescita della sinistra radicale. Fu una sconfitta, ma trascinò l’opinione pubblica, e influì su un Partito Democratico americano fino ad allora saldamente ancorato al centro, anche durante gli anni di Barack Obama.

Nel 2018 fu appunto l’organizzazione Brand New Congress, un PAC vicino a Sanders, a reclutarla e offrirle la candidatura alle primarie democratiche per un seggio da deputata del 14° Distretto di New York, che comprende parti del Bronx e del Queens povere (è il quarto territorio più emarginato dello Stato), e popolate soprattutto da componenti latine e sud-asiatiche. AOC ottenne poi anche l’appoggio di MoveOn, celebre organizzazione progressista che attraverso le reti digitali sostiene candidati e battaglie della sinistra americana e che aveva già avuto un ruolo importante nella mobilitazione della campagna del 2008 di Barack Obama.

Che Ocasio-Cortez stia scaldando i motori in vista di qualcosa di più grande della semplice rielezione nel suo collegio elettorale è un’ipotesi resa sempre più concreta dalle mosse strategiche degli ultimi mesi. Dalla riorganizzazione dello staff — con l’uscita, a settembre, di Oliver Hidalgo-Wohlleben, da anni responsabile della sua campagna elettorale e senior adviser — fino alle dichiarazioni sulla stagione del “Woke 1”, definita “crazy” lo scorso agosto.

 

Tra pubblico e privato

Parallelamente è emersa anche una nuova fase della sua vita privata: la conclusione della lunga relazione con il programmatore Riley Roberts e la scelta di raccontare pubblicamente, anche attraverso le reti sociali, l’esperienza del congelamento degli ovuli. Mettere sotto la lente di ingrandimento social scelte personali così importanti e personali può sembrare estraneo alla politica: ma lo spostamento sulla sfera pubblica del comportamento e delle scelte private – in questo caso per rivendicare anche il principio della propria libertà di scelta – fa parte del bagaglio di ogni candidato presidente che si rispetti.

Il cambiamento di alcune posizioni tipiche di AOC (per esempio la svolta sul movimento woke) non deve essere letto come un incoerente riallineamento verso il centro o il moderatismo. Piuttosto, mette in evidenza una delle caratteristiche più importanti di Ocasio-Cortez: la capacità e intelligenza politica di comprendere quale debba essere l’agenda prioritaria in un dato momento, e a quali fasce della popolazione rivolgersi, e con che messaggio.

La svolta, per alcuni aspetti, ricorda quella intrapresa a New York dalla coalizione politica che ha sostenuto la candidatura a sindaco di Zohran Mamdami: focus su casa, affitti, trasporti, sanità, costo della vita, tassazione dei più ricchi e battaglia contro l’ICE. Con il sindaco di New York AOC condivide un altro aspetto, evidente fin dalle sue prime campagne elettorali: intorno a Ocasio-Cortez riesce a formarsi un movimento di volontari, sostenitori e fan fatto in buona parte di persone lontane dai classici militanti del Partito Democratico.

Che AOC sappia muoversi in maniera straordinaria anche sui social media – di nuovo, come il neosindaco di New York – era evidente già dai suoi primi spot autobiografici, dove si presentava come working class New Yorker, e già proponeva come parola d’ordine – oggi l’associamo a Mamdani – l’affordability. Ma non le è mai mancata neppure la capacità di conquistare un’attenzione virale, colpendo l’immaginario anche attraverso provocazioni: si pensi all’ormai iconico Met Gala del 2021, quando si presentò con un abito bianco sul quale campeggiava, in enormi lettere rosse, la scritta “Tax the Rich”.

 

Verso le primarie presidenziali

Analizzando però quelli che possono apparire i passaggi più significativi delle ultime settimane, e che fanno propendere per l’ipotesi che Alexandria Ocasio-Cortez stia davvero lavorando a una candidatura presidenziale, non si possono non segnalare alcuni elementi.

Il primo è la reiscrizione ai Democratic Socialists of America (appunto la corrente socialista democratica del partito) dopo sette anni: una scelta che manda un messaggio piuttosto chiaro su dove collocare la sua visione e la sua identità politica.

Il secondo è la decisione di trasferire un milione di dollari dai fondi raccolti per la propria campagna elettorale nello Stato di New York al comitato elettorale di Abdul El-Sayed, candidato al Senato in Michigan e figura appartenente all’ala più progressista dei Democratici. Uno dei candidati più emblematici delle midterm 2026, El-Sayed è musulmano, figlio di emigrati egiziani, e si presenta in uno di quei territori dove di solito l’orientamento degli elettori è più pragmatico: se vincesse, significherebbe in pratica che il profilo di Ocasio-Cortez, percepito come molto metropolitano e radicale, ha delle buone chance di imporsi anche nell’America vera. La vittoria di El-Sayed inoltre rafforzerebbe molto l’ala progressista all’interno del partito e, più in generale, nel panorama politico americano.

Alexandria Ocasio-Cortez, Abdul El-Sayed e Bernie Sanders.

 

A questo si aggiunge la scelta di destinare oltre 300 mila dollari alla struttura organizzativa dei Democratici nello Stato di New York e alla mobilitazione degli elettori, anziché alla semplice pubblicità, con un’attenzione particolare verso gli elettori di lingua spagnola – le persone di origine latina sono il 20% della popolazione dello Stato e il 28% di quella della città. Tutte mosse che, lette insieme, raccontano qualcosa di interessante: da una parte Ocasio-Cortez ribadisce la propria appartenenza alla sinistra socialista e punta a rafforzarne il peso; dall’altra mostra una crescente disponibilità a utilizzare e rafforzare le strutture del Partito Democratico. Un’accoppiata non scontata, se pensiamo che i Democratic Socialists sono stati spesso visti come un corpo estraneo, mentre ora la strategia proposta è quella del gioco di squadra. Lo conferma anche la scelta di partecipare alla “campagna coordinata” dei Democratici dello Stato di New York, a sostegno anche della governatrice Kathy Hochul, spesso criticata dalla sinistra progressista per la vicinanza in passato agli interessi delle grandi aziende e per la contrarietà ad aumentare le tasse sui più ricchi.

E’ un passo che segnala una fase diversa del rapporto di AOC con il partito, e rafforza la sua leadership interna e il suo progressivo posizionamento istituzionale, già sperimentato nel 2024 con il pieno sostegno prima alla candidatura di Joe Biden e poi a quella di Kamala Harris contro Donald Trump. Ma è ancora più significativo se si pensa che negli anni precedenti Ocasio-Cortez aveva contestato duramente tanto il presidente del Partito Democratico dello Stato di New York, Jay Jacobs, quanto figure nazionali dell’establishment come Nancy Pelosi.

Qui si può intravedere un passaggio potenzialmente importante in prospettiva nazionale: utilizzare anche le strutture del Partito Democratico, anziché costruire una campagna esclusivamente al di fuori di esse, come aveva fatto in larga parte Sanders nel 2016 ma anche lei stessa al 14° Distretto di New York.

Infine, un aspetto tutt’altro che banale è il fattore economico. Dall’inizio del 2025, la campagna di Ocasio-Cortez ha raccolto oltre 32 milioni di dollari e all’inizio dell’estate disponeva di circa 15 milioni di dollari nelle casse del suo comitato elettorale. Sono numeri significativi non soltanto per la quantità di denaro raccolto, ma perché raccontano come AOC abbia fatto e come intenda continuare a fare campagna elettorale: piccoli donatori, organizzazione, volontari e mobilitazione.

 

I contenuti della proposta politica

Anche la dichiarazione sul “Woke 1” non sembra rimanere un episodio isolato, se pensiamo che ormai anche il sostegno ai candidati provenienti dalla sua stessa area politica viene selezionato con attenzione. Ocasio-Cortez non sembra più disposta ad associare automaticamente il proprio nome a qualsiasi candidatura semplicemente perché proveniente dalla sinistra radicale. Si pensi, ad esempio, al caso di Francesca Hong, candidata alle primarie democratiche per la carica di governatrice del Wisconsin, alla quale erano state contestate vecchie posizioni come le dichiarazioni contro la popolarissima Festa del Ringraziamento. AOC non la appoggiò formalmente e, interrogata proprio sulle vecchie posizioni di Hong, pronunciò la frase poi diventata virale: “Woke 1 was crazy”.

AOC sembra aver compreso che ampi settori dell’elettorato americano, compresi segmenti della sinistra e delle classi popolari, non hanno condiviso alcune degenerazioni della stagione woke: dal “defund the police” a battaglie talvolta difficilmente comprensibili fuori dagli ambienti progressisti e rivolte prevalentemente a un elettorato urbano, istruito e borghese.

Ha probabilmente compreso anche quanto quelle battaglie abbiano offerto alla destra un repertorio straordinariamente efficace per rappresentare la sinistra come distante dai problemi concreti degli americani, e come questo abbia contribuito al mancato sostegno dei Democratici tra i settori delle classi popolari, nelle aree rurali e di provincia, e persino tra alcune minoranze.

Proprio per questo il percorso di Ocasio-Cortez non è diretto verso il centro. Piuttosto, verso una politica capace di parlare oltre la bolla progressista: come fatto da Mamdani, la proposta di un’agenda socialdemocratica: sanità, casa, affitti, debiti universitari, salari, costo della vita. È forse questo il passaggio più interessante: non rinunciare al radicalismo, ma cambiare il terreno sul quale la sinistra combatte.

AOC con il futuro sindaco di New York Zohran Mamdani alla parata portoricana del giugno 2025.

 

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Un’immagine di discontinuità

Dopo una stagione segnata da due uomini bianchi ottantenni alla Casa Bianca, entrambi non brillantissimi per lucidità, l’età di Ocasio-Cortez, il genere e l’appartenenza alla minoranza latina costituirebbe inevitabilmente un fattore di forte discontinuità, se non di shock vero e proprio. Discontinuità che gli elettori del XXI secolo sembrano apprezzare particolarmente.

Ecco perché l’orizzonte del 2028 rappresenta un’occasione abbastanza unica, per la pur giovane deputata: politica e vita stanno entrando nello stesso stretto passaggio. Dopo le elezioni di midterm, e anche alla luce dei risultati, il quadro del 2028 comincerà inevitabilmente a prendere forma in entrambi gli schieramenti, e anche Ocasio-Cortez non potrà più rinviare la propria scelta.

Se scegliesse la corsa alla Casa Bianca, sarebbe inevitabilmente una candidatura polarizzante, come del resto molte lo sono diventate dopo la discesa in campo di Donald Trump. Figlia di una famiglia portoricana, costretta dopo la morte del padre a lavorare anche come cameriera e barista per contribuire alla propria famiglia, si è lanciata in politica denunciando come lo zip code, il CAP degli Stati Uniti, cioè il luogo dove si nasce e si cresce, determini una parte enorme del destino e delle opportunità che si avranno. Questa narrazione ribalta la classica declinazione del “sogno americano”, secondo la quale con l’impegno, le idee e il duro lavoro chiunque ce la può fare, indipendentemente dalle sue origini.

Il messaggio di Ocasio-Cortez sarà che nell’America di oggi ciò non è più vero – ma che potrebbe tornare ad essere vero con la sua vittoria. E nella più tipica American way, AOC proverà a dimostrarlo mettendo in campo la sua identità di donna latina, e la sua storia di successo e di uscita dalla povertà.