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La nuova grammatica del potere globale e le opportunità per l’Europa

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Da oltre tre secoli la potenza delle nazioni è (quasi) sempre stata misurata con i medesimi strumenti, precisamente territorio, popolazione, risorse naturali, prodotto interno lordo, capacità industriale, forza militare. Le classifiche internazionali continuano a essere costruite attorno a questi indicatori, come se la distribuzione del potere mondiale fosse il risultato di una semplice somma aritmetica, o anche algebrica, di grandezze. Eppure, qualcosa non torna.

L’Atlantico Settentrionale nella mappa di Antonio de Holandia, 1519

 

Nuovi indicatori di status internazionale

Se questa rappresentazione fosse ancora sufficiente, allora sarebbe difficile spiegare perché un’impresa olandese come Advanced Semiconductor Materials Lithography Holding N.V., meglio nota come ASML, fondata appena nel 1984 nel piccolo comune di Veldhoven nel Brabante Settentrionale possa condizionare le strategie industriali delle due maggiori potenze del pianeta, ovvero Stati Uniti e Cina. Oppure perché Taiwan, una piccola isola stretta da un unico mare con nomi politici diversi e riconosciuta come Stato da soli dodici microscopici staterelli come Belize, Palau o Tuvalu sconosciuti alla stragrande maggioranza della popolazione mondiale, possa occupare una posizione tanto delicata negli equilibri internazionali. O ancora perché la disponibilità di pochi minerali come per esempio neodimio, cobalto o grafite sia oggi considerata una questione di sicurezza nazionale, più ancora di risorse naturali realmente indispensabili come acqua potabile e grano. La geografia non è cambiata, ma a quanto appare è cambiato il modo in cui il potere si esercita.

Da lungo tempo la geopolitica studia il controllo dello spazio, disciplina oramai abusata al punto che oggi ogni cosa, anche la più triviale, è definita una questione “geopolitica” – senza peraltro che il termine sia mai stato davvero chiarito nei suoi contorni, se non facendo un vago riferimento alla “politica di potenza” e alla Realpolitik, entrambe condite con fattori geografici che si avvicinano spesso al determinismo. Ad una visione così genericamente “geopolitica” andrebbe comunque affiancata la geoeconomia, che studia come gli Stati usano l’economia, il commercio e la finanza per ottenere potere politico e difendere i propri interessi nel mondo; dunque, un approccio che si confronta con una faccenda diversa, ossia il controllo delle interdipendenze. Difatti, le grandi crisi degli ultimi anni – dalla pandemia alla guerra in Ucraina, dalla competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina fino alle tensioni sull’intelligenza artificiale e al blocco dello stretto di Hormuz – raccontano tutte la medesima storia, e cioè nessuno cerca semplicemente di produrre di più come ai tempi antichi, ma tutti cercano di occupare quei nodi delle reti economiche e tecnologiche senza i quali il sistema smette di funzionare.

La forza continua naturalmente a contare, sicuro. Gli Stati Uniti rimangono la principale potenza militare, la Cina il principale concorrente strategico dell’Occidente, l’Unione Europea il più grande mercato integrato del pianeta. Tuttavia, questi attributi non spiegano più, da soli, la capacità di influenzare il comportamento degli altri. La domanda decisiva non è dunque soltanto chi è il più forte, condizione necessaria ma non (più) sufficiente, ma è diventata un’altra, ovvero da chi dipendono gli altri, cioè gli altri Stati o le altre aree politico-economiche.

 

Il potere da lineare a relazionale

La differenza può sembrare sottile. In realtà segna il passaggio da una concezione lineare del potere a una relazionale – passaggio che peraltro è stato a lungo studiato, codificato e teorizzato dalle Relazioni Internazionali. Per gran parte del Novecento il potere è parso coincidere con l’accumulazione di risorse, cioè più fabbriche, più petrolio, più soldati, più acciaio, più cannoni o più burro significavano maggiore capacità di imporre la propria volontà. La globalizzazione di fine secolo sembrava aver attenuato questa logica, cioè economie sempre più integrate avrebbero avuto convenienza a evitare il conflitto, perché il costo della rottura sarebbe stato troppo elevato per tutti. E invece l’ultimo decennio demolisce questa convinzione, e ci mostra che l’interdipendenza non elimina il conflitto, semplicemente lo trasforma.

Le reti globali distribuiscono ricchezza, ma distribuiscono anche vulnerabilità. Ogni filiera crea inevitabilmente punti di passaggio obbligati, concentrazioni tecnologiche, dipendenze infrastrutturali e finanziarie. Chi presidia questi punti non deve necessariamente essere il più grande o il più ricco o il più democratico e neppure il più efficiente in termini assoluti. È sufficiente essere difficilmente sostituibili. Le categorie tradizionali iniziano allora a mostrare i propri limiti. Un esercito può occupare un territorio, ma non può costruire in pochi mesi una filiera industriale complessa. Un’economia può essere gigantesca e, al tempo stesso, dipendere da un singolo componente prodotto altrove. Una superpotenza può guidare l’innovazione tecnologica e scoprire di essere vulnerabile lungo un passaggio fino a ieri apparentemente secondario delle catene del valore.

 

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La competizione tra Stati Uniti e Cina offre esempi continui di questa trasformazione. I dazi, le restrizioni alle esportazioni, il controllo dei semiconduttori avanzati, i lantanoidi (terre rare in vulgaris), le batterie agli ioni di litio, i sistemi operativi, il cloud, i cavi sottomarini e ogni altra contesa del genere riguarda molto meno il volume degli scambi di quanto riguardi il controllo dei punti di snodo. L’obiettivo non è allora impedire all’avversario di commerciare, è di impedirgli di accedere a ciò che non può sostituire in tempi compatibili con il proprio sviluppo economico.

In questa prospettiva assume un significato particolare un recente studio pubblicato da Dezernat Zukunft, un centro studi di economia con sede a Berlino, indipendente, apartitico e orientato verso una politica economica progressista, favorevole a un ruolo più attivo dello Stato. Gli autori dello studio si pongono una domanda controintuitiva, ossia se l’Europa dispone davvero di così poche leve nei confronti degli Stati Uniti come siamo abituati a credere. La risposta è sorprendente.

 

Le leve impreviste dell’Europa

Analizzando alcuni settori strategici – dall’energia ai mercati finanziari, dalle turbine industriali fino ad alcuni segmenti della filiera tecnologica – il rapporto sostiene che l’Europa occupa posizioni molto più rilevanti di quanto suggerisca la vulgata. Non è una superpotenza nel senso tradizionale del termine, ma possiede capacità di influenza che derivano dalla struttura stessa delle interdipendenze economiche. E il rapporto, forse senza volerlo, apre una questione molto più ampia della sua tesi originaria.

Il merito principale dello studio, infatti, non consiste tanto nel dimostrare che l’Europa dispone di qualche carta da giocare nei confronti degli Stati Uniti. Questo è un risultato importante, ma ancora confinato all’interno della geopolitica tradizionale. L’intuizione più interessante emerge quasi in controluce, ossia il potere non coincide più con la dimensione di un attore, bensì con la posizione che esso occupa all’interno delle reti globali, proprio come volevasi dimostrare (c.v.d.) direbbe uno studioso di analisi matematica. Ed è un cambiamento che riguarda tanto gli Stati quanto le imprese.

ASML non domina l’economia mondiale, ma produce le macchine indispensabili per realizzare i semiconduttori più avanzati. TSMC non dispone della forza militare di una grande potenza, ma concentra una capacità produttiva che nessun altro è oggi in grado di replicare in tempi brevi. Nvidia è diventata uno degli attori più osservati della competizione internazionale non perché controlli territori o materie prime, ma perché presidia una tecnologia che determina lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Queste organizzazioni, quotate alle borse valori dei rispettivi Stati di appartenenza, non esercitano il proprio peso attraverso le dimensioni della loro capitalizzazione di mercato, ma attraverso il nodo essenziale che occupano in una rete globale.

Lo stesso principio vale per gli Stati, con la complicazione (non da poco) che questi attori del sistema globale possono anche ricorrere all’uso della forza militare, ad esempio per intervenire in prossimità di uno stretto, di un ponte, di uno snodo ferroviario, di un cavo sottomarino. La Cina ha compreso da tempo che il controllo di quei minerali definiti strategicamente critici può produrre effetti geoeconomici ben superiori alla loro incidenza sul prodotto interno lordo: si tratta infatti di somme di denaro quasi irrilevanti. Gli Stati Uniti hanno trasformato il dominio del dollaro, delle infrastrutture finanziarie e delle tecnologie digitali in strumenti di pressione internazionale. L’Europa, spesso descritta come un gigante economico e un nano geopolitico, continua invece a sottovalutare il potere che deriva dal suo mercato interno, dalla sua capacità regolatoria, dalle sue università, dal suo modello sociale e dalla presenza di alcune competenze industriali difficilmente sostituibili. L’errore consiste nel confondere la forza con l’influenza, ovvero con la leadership, che è altra faccenda. La forza appartiene a chi possiede risorse, d’accordo, ma l’influenza appartiene a chi determina il comportamento altrui.

 

Forza e dipendenza

Le due dimensioni di forza e influenza possono coincidere, ma non sono la stessa cosa. La Russia lo ha dimostrato con estrema chiarezza. Pur rappresentando una quota relativamente modesta dell’economia mondiale, è riuscita per anni a esercitare un’influenza enorme sull’Europa grazie alla dipendenza energetica costruita nel tempo. La sua capacità di pressione non nasceva dalla ricchezza complessiva del Paese, bensì dall’aver occupato un punto critico della rete energetica europea, che è durato fin quando al signor Putin l’anzianità di servizio lo ha deprivato della ragion pratica.

Il medesimo ragionamento vale oggi, in direzione opposta, per il gas naturale liquefatto (GNL) proveniente dagli Stati Uniti. Il rapporto di Dezernat Zukunft osserva come la crescente liquidità del mercato globale del GNL e l’espansione dell’offerta possano progressivamente ridurre il potere di ricatto dei singoli esportatori. Se questa analisi si dimostrerà corretta, assisteremo a qualcosa di estremamente significativo, e cioè non sarà cambiata la quantità di gas disponibile, ma la struttura delle dipendenze. È una distinzione che merita attenzione.

La leva geo-politico-economica non è una proprietà permanente, come nulla è permanente. È piuttosto una relazione che nasce quando qualcuno dipende da qualcun altro e si riduce nel momento in cui quella dipendenza è diversificata, sostituita o resa irrilevante. Per questo motivo il vero terreno della competizione internazionale non consiste più soltanto nell’accumulare capacità produttiva, bensì nel decidere quali dipendenze mantenere, quali ridurre e quali creare. La parola decisiva diventa resilienza (al di là di certi slogan un po’ semplicistici e magari consolanti): si tratta della capacità di un sistema Paese, di un governo, di una comunità e, perché no, di un singolo individuo di assorbire uno shock esterno, adattarsi e ripartire più forti di prima o perlomeno migliori di prima.

 

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Per un’impresa significa costruire filiere meno vulnerabili. Per uno Stato significa evitare che un singolo fornitore, una tecnologia o un’infrastruttura possano trasformarsi in uno strumento di pressione politica. La pandemia, la guerra in Ucraina, quella nel Golfo Persico, e la più ampia competizione tecnologica impongono questa lezione con una forza che pochi avevano previsto. Oggi nessun governo può permettersi di considerare le catene del valore come una semplice questione salottiera tra studiosi di economia e qualche altro libero pensatore, ma la loro conoscenza profonda è conditio sine qua non per la sicurezza nazionale, e qui ritorna, in parte, l’idea del valore dei governanti del vecchio e caro Platone, del quale ogni altro pensiero nei secoli successivi è stato solo una nota a margine di quanto ha detto e scritto.

Questa consapevolezza sta già modificando, seppur a passo di lumaca, le politiche industriali. Il re-shoring, il near-shoring, il friend-shoring, gli incentivi alla produzione domestica, la ricerca di fornitori alternativi e la costruzione di riserve strategiche rispondono tutti alla stessa logica, cioè ridurre una dipendenza equivale ad aumentare la propria libertà di azione, la propria “autonomia strategica”, per usare il termine tanto caro al presidente Macron e alla Commissione Europea. La competizione tra grandi potenze non scompare, e non scomparirà forse mai, cambia solo il linguaggio, ed è probabilmente questo il cambiamento più profondo che stiamo vivendo. Per oltre un secolo abbiamo pensato alla geopolitica come a una disciplina che studiava la distribuzione della forza. Oggi l’interrogazione è soprattutto sulla distribuzione delle dipendenze, ovvero sulla geo-economia. E non è una questione di semantica, perché sta cambiando il modo in cui interpretiamo gli eventi.

E ancora con un esempio di questo ultimo decennio. Quando gli Stati Uniti limitano l’esportazione di chip avanzati verso la Cina, non stanno semplicemente imponendo una sanzione commerciale, stanno invero cercando di rallentare la capacità tecnologica di un concorrente. Quando Pechino restringe l’accesso ad alcune materie prime critiche, non difende soltanto un settore industriale, ma vuole ricordare al resto del mondo che la transizione energetica e digitale passa ancora attraverso risorse che essa Cina controlla in misura significativa, cioè che la capacità di dettare le regole intorno a tavoli e tavolini negoziali è sua e solo sua, e che le basta aumentare o diminuire il prezzo di un metallo per creare shock che si ripercuotono per migliaia e migliaia di chilometri. Quando l’Unione Europea introduce standard regolatori destinati a influenzare imprese di ogni continente, non esercita soltanto un potere normativo come qualcuno credo o si lamenta, ma ridefinisce le condizioni di accesso a uno dei mercati più ricchi del pianeta. In tutti questi casi il territorio rimane importante, ma non è più il centro della partita, ciò che conta è, ripetiamo, la capacità di rendersi indispensabili, una constatazione che porta con sé una conseguenza che riguarda direttamente l’Europa.

Carta a volo d’uccello di Tianjin (1945)

 

La domanda sbagliata

Per decenni, infatti, il dibattito europeo si è sviluppato attorno a una domanda quasi ossessiva, cioè come colmare il divario di potenza rispetto agli Stati Uniti e, più recentemente, alla Cina. È una domanda lecita, ma rischia di essere formulata nei termini sbagliati. Se il potere deriva sempre più dalla capacità di presidiare nodi strategici delle reti globali, allora la questione non è soltanto quanta forza, appunto, possiede l’Europa, bensì quanto essa sia necessaria al funzionamento del sistema internazionale. La risposta è meno scontata di quanto spesso si immagini.

Il mercato unico, gli standard industriali, alcune filiere tecnologiche, la capacità manifatturiera, il sistema finanziario e il peso regolatorio costituiscono punti di forza che nessun osservatore serio può liquidare come marginali. Il problema europeo non sembra essere la totale assenza di leve, quanto piuttosto la difficoltà di riconoscerle e trasformarle in una strategia coerente, poiché una leva inutilizzata produce il medesimo effetto dell’assenza di quella leva, un concetto sul quale il rapporto di Dezernat Zukunft offre forse il suo insegnamento più prezioso. Infatti, non invita l’Europa a sopravvalutarsi, ma a conoscersi meglio, e cioè il vecchio “conosci te stesso” all’ingresso del tempio di Apollo a Delfi, di cui gli europei dovrebbero essere i principali custodi. In altre parole, tra il fatalismo di chi si considera irrilevante e l’illusione dell’autosufficienza (ovvero, cosa si intende esattamente per “autonomia strategica”?) esiste uno spazio molto più realistico, ovvero comprendere le proprie interdipendenze, ridurre quelle che generano vulnerabilità e rafforzare quelle che aumentano la propria capacità di influenza. Questo vale anche oltre la geo-politico-economia.

Le imprese, le università, i centri di ricerca e perfino le città competono ormai secondo logiche simili. Non vince necessariamente chi cresce di più. Vince chi diventa difficile da sostituire. La competitività non coincide più soltanto con l’efficienza, coincide con la capacità di occupare una posizione che altri non riescono facilmente a replicare, ed è forse questa la nuova grammatica del potere che dovremmo ognuno di noi imparare tra i banchi di scuola a partire dalle prime classi, in combinazione con il saper leggere, il saper scrivere, il saper far di conto e il saper essere cittadini.

Più precisamente, non un mondo nel quale gli Stati contano meno, ma un mondo nel quale la forza, da sola, non basta più. Le grandi potenze continueranno a misurarsi con eserciti, bilanci pubblici e prodotto interno lordo, e sarebbe ingenuo pensare il contrario, ma chi continuerà a leggere gli equilibri internazionali soltanto attraverso queste categorie rischierà di osservare il XXI secolo con gli strumenti del XX.

Le mappe del potere, dunque, non sono scomparse, si sono sovrapposte ad altre mappe, molto meno visibili, fatte di filiere industriali, infrastrutture digitali, reti finanziarie, standard tecnologici, competenze scientifiche e dipendenze reciproche, lungo direttrici sulle quali si decide una parte crescente della competizione internazionale. La domanda strategica del nostro tempo, dunque, non è solo chi sarà la prossima superpotenza, ma chi riuscirà a diventare indispensabile per tutti gli altri.