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Il futuro della difesa aerea europea: sistemi diversi in un’unica rete

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Il tema del controllo e della difesa dello spazio aereo, per contrastare droni, aerei e missili di ogni tipologia, è oggi una questione chiave per tutti gli Stati europei. L’espressione “difesa aerea” era stata (per fortuna) dimenticata dall’opinione pubblica, grazie a decenni di pace e stabilità. Analizzando le spese per la difesa dalla fine della Guerra Fredda in poi, si nota che per anni la stessa attenzione dei vertici militari e politici è stata rivolta altrove per quanto riguarda gli investimenti. L’industria ha continuato a sviluppare sistemi per la difesa missilistica, per la difesa contro i droni e per la difesa aerea in generale, ma questi prodotti sono stati sempre acquistati dai Paesi dell’UE (anche in quanto membri della NATO per la maggior parte) in numeri contenuti nei decenni scorsi.

La guerra in Ucraina iniziata nel 2022, il conflitto fra Israele e Iran del 2025 e soprattutto la Terza Guerra del Golfo del 2026 hanno cambiato radicalmente lo scenario, rendendo di nuovo centrale il tema della difesa dello spazio aereo. Non a caso, anche lo stesso Libro Bianco sulla Difesa presentato nel 2025 dalla Commissione Europea identifica proprio la difesa aerea e missilistica fra le aree critiche delle forze armate degli Stati dell’UE su cui investire sin da subito. In un mondo caratterizzato da crescenti tensioni e da un ritorno all’uso della forza, l’Unione Europea è chiamata a investire con coraggio nella risoluzione diplomatica dei conflitti, ma al tempo stesso deve stanziare, come già sta facendo, risorse rilevanti per garantire, in ogni scenario, la sua sicurezza, a partire dalla difesa del proprio spazio aereo.

 

Le scelte europee

Per gli Stati europei è chiaro che parlare di difesa aerea oggi significa in realtà affrontare minacce assai diverse: sciami di droni, di varie tipologie e raggi d’azione, missili ipersonici, da crociera e balistici, attacchi di saturazione, basati cioè sull’utilizzo di un numero elevato di missili/droni per rendere più difficile l’organizzazione delle difese, e attacchi cibernetici ai sistemi di comando e controllo. Di fronte a queste minacce così numerose risulta necessario disporre di un insieme di sistemi di difesa aerea: sistemi pensati per distanze più ravvicinate e per distanze maggiori, con sensori e assetti in grado di controllare cosa accade in vaste porzioni dello spazio aereo.

Queste difese devono essere efficaci, ma anche sostenibili da un punto di vista economico. L’esempio che spesso si fa del drone da poche decine di migliaia di dollari abbattuto con un missile del costo di 1 o perfino 2 milioni di dollari rappresenta in modo chiaro che la difesa aerea oggi è anche un tema di numeri, non solo un tema tecnologico. Israele ha speso miliardi di dollari per difendersi dagli attacchi missilistici iraniani sia nel 2025 che nel conflitto del 2026; e l’Iran ha usato nei suoi attacchi una combinazione di vettori, mettendo insieme missili e droni di diverse tipologie. Ciò sia per aumentare la complessità della difesa sia il costo economico del dover tracciare e abbattere tutti questi sistemi (inclusi droni di basso costo). Purtroppo, anche aree geografiche ritenute praticamente al sicuro da ogni rischio sono oggi esposte. Basti pensare a quanto accaduto a dicembre 2025 in Francia, quando sopra la base dei sottomarini nucleari francesi dell’Île Longue, nella rada di Brest, sono stati avvistati numerosi droni. Oppure si può pensare a località come Dubai o Doha, frequentate per anni dai turisti occidentali, oggetto nel 2026 di attacchi da parte dell’Iran che hanno reso improvvisamente anche quei cieli non sicuri. Se si parla di difesa dello spazio aereo meritano una citazione anche i tanti episodi degli ultimi mesi in cui il traffico di aeroporti civili europei – soprattutto nel Baltico ma anche in Polonia e Romania a Est – è stato paralizzato da droni non identificati. Infine, ci sono naturalmente i conflitti in corso, dove vediamo purtroppo ogni giorno ondate di missili e droni contro obiettivi militari, ma anche contro intere città, come accade da anni a Kiev.

Se concentriamo l’attenzione sulle difese aeree a medio e lungo raggio, notiamo che gli Stati dell’UE stanno affrontando il tema essenzialmente con due soluzioni alternative.

Un primo gruppo di Paesi preferisce acquistare i migliori sistemi disponibili da Paesi alleati extra UE, scegliendo soprattutto i sistemi di difesa più provati in scenari di conflitto e quindi in situazioni reali. La Germania, ad esempio, sta introducendo il sistema israeliano “Arrow 3”, grazie a un accordo da circa 4 miliardi di euro stipulato nel 2023. La fornitura ai tedeschi include lanciatori, intercettori e sistemi radar avanzati. Questo sistema di difesa aerea può intercettare e distruggere, a distanza di centinaia di chilometri e altitudini assai elevate, ogni minaccia missilistica. Un altro esempio di Stato dell’UE che punta su strumenti di difesa aerea non europei, ma provati sul campo, è rappresentato dalla Polonia, che nel 2024 ha ordinato numerosi sistemi americani Patriot, altro sistema impiegato in numerose situazioni di conflitto.

Questi Paesi europei sono quelli più preoccupati dall’intervento russo in Ucraina, anche per un tema di distanza geografica dalle zone di combattimento. Ritengono che le possibilità di nuovi conflitti in futuro non siano purtroppo così remote e preferiscono, in ogni caso, assicurarsi la giusta deterrenza in tema di difesa aerea, acquistando ciò che il mercato già offre; senza attendere altro tempo o sviluppare in autonomia nuovi prodotti, anche se si tratta di seguire la strada dell’acquisto di sistemi non europei.

Altri Stati dell’UE invece, come l’Italia e la Francia, preferiscono investire su soluzioni interamente europee. Roma e Parigi stanno indirizzando rilevanti risorse finanziarie sul sistema di difesa aerea SAMP/T (incluso quello di nuova generazione denominato NG), dotato dei missili Aster 15 e Aster 30 prodotti da MBDA, principale consorzio europeo per la produzione di sistemi missilistici partecipato da Airbus, BAE Systems e Leonardo (e quindi da Francia, Italia, Germania, Regno Unito e Spagna). Solo nel 2023 i due Paesi hanno ordinato 700 missili Aster, per rafforzare le proprie scorte, e l’Italia ha già deciso di acquistare oltre 10 nuove batterie di SAMP/T NG (destinate sia all’Esercito che all’Aeronautica) per incrementare la propria capacità di difesa aerea. Questa nuova versione del sistema SAMP/T consente anche di disporre di una capacità autonoma contro i missili balistici.

 

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In questo contesto, i sostenitori di una vera difesa comune europea potrebbero notare che sarebbe preferibile che tutti gli Stati dell’UE facessero la stessa scelta, acquistando magari prodotti europei come Italia e Francia, al fine di sfruttare così economie di scala e creare un sistema di difesa aerea efficace, basato possibilmente sugli stessi radar, gli stessi lanciatori, gli stessi missili e gli stessi sensori. Ciò avrebbe naturalmente enormi vantaggi a livello logistico (oltre che industriale e politico, in termini di stretta integrazione).

Al tempo stesso, tuttavia, da un punto di vista militare e strategico, può essere interessante osservare che disporre di sistemi diversi (e comunque tutti tecnologicamente avanzati) può garantire una maggiore flessibilità all’UE. Forse persino una maggiore deterrenza, grazie alla diversificazione. Per un eventuale aggressore, infatti, potrebbe essere più difficile sviluppare strategie efficaci contro molteplici sistemi di difesa aerea diversi. Se tutti usassero lo stesso scudo missilistico (con gli stessi radar e gli stessi intercettori) un’eventuale debolezza potrebbe essere più semplice da trovare e rappresentare un elemento ancora più critico. Il vero tema, forse, non è quindi acquistare tutti gli stessi sistemi di difesa aerea, ma far “dialogare” sistemi diversi fra loro, creando un unico scudo europeo. Unire in sostanza in un’unica rete di difesa aerea tutti i sistemi esistenti in Europa e quelli che saranno acquistati. Sistemi che devono naturalmente essere sempre integrati con quanto già esiste a livello NATO, in particolare nel NATO Integrated Air and Missile Defence System, una rete che mette insieme oggi sia sensori nazionali che NATO (radar terrestri e navali, oltre che satelliti, sistemi di comando e controllo, missili intercettori e caccia).

 

Le iniziative industriali per una difesa aerea unica

In questo scenario stanno nascendo sempre più iniziative industriali europee per far “dialogare” i diversi sistemi di difesa aerea, così da creare un’unica rete difensiva in caso di necessità. Un esempio è il progetto di Leonardo denominato “Michelangelo Dome”, una delle novità industriali più importanti nel settore. Si tratta di un sistema multilivello, progettato proprio per coordinare sistemi di difesa differenti (missili, sensori, radar, sistemi terrestri, navali e aerei) sotto un’unica piattaforma di comando e controllo avanzata, con programmi di intelligenza artificiale. Il sistema, in sintesi, sulla base delle informazioni pubbliche fornite, sarà in grado di mettere insieme i dati raccolti da molti strumenti diversi, gestire tutti i sistemi difensivi disponibili in una certa zona geografica, analizzare le minacce in arrivo e decidere quale strumento di difesa utilizzare, garantendo l’impiego ottimale di tutte le risorse, grazie ad analisi veloci per garantire una reazione rapida – requisito essenziale in questo campo.

 

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Considerando la disponibilità crescente di missili ipersonici, capaci di muoversi a velocità pari a diverse volte quella del suono, la rapidità nella risposta dei sistemi di difesa aerea diventa sempre di più un fattore chiave e sistemi come questo promettono di migliorarla. Il progetto di Leonardo potrebbe avere successo a livello europeo, al di là di rafforzare la difesa italiana (a dicembre 2025 sono stati condotti con successo dei test con il sistema SAMP/T usato a livello nazionale). Ci sono naturalmente anche altre iniziative politiche e industriali basate sulla logica del “mettere insieme” Stati diversi e sistemi di difesa aerea diversi. Nel 2022, ad esempio, la Germania ha lanciato l’iniziativa “European Sky Shield Initiative”, per creare un sistema europeo unico di difesa aerea e missilistica, ma finora importanti stati a livello militare, come Francia, Italia e Spagna, sono rimasti fuori da questo progetto.

 

Il ruolo degli Stati Uniti

Il tema della difesa aerea non è ovviamente al centro solo delle riflessioni delle forze armate dei Paesi europei. Nel 2025 gli USA hanno annunciato il “Golden Dome Shield”, uno scudo missilistico basato su una tecnologia spaziale. Si tratta di un programma che richiederà centinaia di miliardi di dollari di investimenti nel tempo (l’ultima stima pubblica parla persino di 1.200 miliardi di dollari in 20 anni). Sulla base delle informazioni pubblicate, il sistema potrebbe sfruttare una rete di centinaia di satelliti. Lo scopo, utilizzando anche una serie di altri sensori e intercettori sofisticati, è consentire agli USA di neutralizzare potenziali missili in arrivo con un’efficacia pari al 97%. Ovvero un sistema capace di fermare 97 missili su 100 nello scenario drammatico (e per fortuna oggi non probabile) di un attacco diretto al territorio americano.

Gli Stati Uniti continuano poi a vendere all’estero i propri sistemi di difesa aerea già operativi, come il Patriot sopra richiamato, alla luce anche della grande efficacia dimostrata nel tempo. Basti ricordare che per fronteggiare gli attacchi iraniani del 2025 e del 2026 i sistemi americani Patriot e Thaad (Terminal High Altitude Air Defense) sono stati utilizzati con successo, secondo quanto trapelato a livello pubblico (e con un rilevante consumo delle scorte di missili). Questa ragione potrebbe spingere molti Stati europei ad acquistare questi sistemi e le loro versioni più recenti, come alcuni stanno già facendo.

Bisogna osservare, inoltre, che parlare di difesa aerea oggi non significa solo disporre di sistemi terrestri ma anche di unità navali che, come nel caso dei cacciatorpediniere americani della classe Burke (o le stesse unità navali italo-francesi della classe Orizzonte), possono, con i loro radar e missili, rafforzare le difese aeree terrestri. Unità di questo tipo, posizionate ad esempio nel Mar Tirreno, sono in grado di “vedere” quanto accade su tutta l’Italia Centrale e garantire la difesa di questo spazio aereo, integrando le capacità dei sistemi a terra.

 

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Gli USA, disponendo della principale flotta in Occidente e di decine di unità navali dotate di capacità antiaeree avanzate, possono garantire agli alleati di rafforzare al bisogno le proprie capacità di difesa aerea, anche solo spostando le proprie navi. Nel 2025 diverse navi americane hanno contribuito alla difesa dello spazio aereo israeliano durante gli attacchi iraniani, intercettando numerosi missili, grazie alla scelta di schierare nel Mediterraneo Orientale diverse navi della U.S. Navy della classe Burke. Così come, anche nel conflitto con l’Iran del 2026, le unità navali americane hanno avuto un ruolo chiave, sia nelle operazioni offensive che in quelle difensive.

Al di là delle scelte e capacità americane, è comunque evidente che oggi l’Europa si sta muovendo su questo fronte, anche per la ricerca di maggiore autonomia strategica. Se confrontiamo quanto si sta investendo sulla difesa aerea rispetto al recente passato si notano differenze significative. La sfida sarà naturalmente garantire un coordinamento fra sistemi diversi, sullo sfondo di scelte politiche diverse. Ciò richiederà a sua volta di trovare il giusto equilibrio fra tutela dell’industria europea, disponibilità dei sistemi di difesa necessari (con un’attenzione particolare ai relativi tempi di produzione) e capacità di prevedere quali potenziali minacce andranno affrontate in futuro, in un mondo sempre più caratterizzato da tensioni geopolitiche e rapidi avanzamenti tecnologici.

Da quest’ultimo punto di vista, sarà necessario comprendere ancora meglio che ruolo potrò avere l’IA nella difesa aerea del presente e del futuro. Anche in questo settore l’arrivo dell’intelligenza artificiale potrà infatti rivoluzionare strategie e sistemi. Si tratta di un tema fondamentale sia per i vertici politici e militari dell’UE che per l’industria. Risulta infine interessante osservare che il tema della difesa aerea sarà comunque al centro del prossimo vertice NATO previsto a luglio 2026 in Turchia. Uno Stato che proprio nel corso di quest’anno ha visto abbattimenti di missili iraniani nel proprio spazio aereo.

 

 


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