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Il terreno inatteso della strategia iraniana: l’Africa

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Lo scorso marzo, centinaia di musulmani sciiti nigeriani si sono radunati in moschea per commemorare l’ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran. L’ayatollah era stato ucciso il 28 febbraio precedente da un attacco delle forze aeree israeliane, nelle prime ore della terza guerra del Golfo. Contemporaneamente, altri correligionari protestavano contro l’attacco israelo-americano nelle principali città settentrionali del Paese, a maggioranza musulmana, e nella grande metropoli meridionale di Lagos. A chiamare a raccolta i fedeli è stato il Movimento Islamico di Nigeria, un’organizzazione pro-Teheran fondata subito dopo la rivoluzione iraniana dallo sceicco Ibrahim Zakzaky, il quale, come la maggior parte dei suoi discepoli, si è convertito dall’Islam sunnita. Il Movimento è stato messo al bando dal governo nigeriano nel 2019, dopo ripetuti e violenti giri di vite, poiché Abuja teme la sua possibile trasformazione in una milizia sul modello di Hezbollah in Libano. Per questo motivo, il governo nigeriano ha accolto freddamente anche l’offerta di Teheran, arrivata negli stessi giorni, di cooperare contro il terrorismo jihadista sunnita che affligge le regioni settentrionali del più popoloso Paese africano.

Nonostante i musulmani sciiti rappresentino una percentuale nettamente minoritaria dei seguaci dell’Islam in Africa, seppure in crescita, il crescente impegno dell’Iran nel continente risponde a un imperativo strategico. Teheran, infatti, mira a combattere in tal modo il suo isolamento internazionale e le pressioni economiche, eludendo le sanzioni internazionali, assicurandosi risorse vitali, coltivando alleanze diplomatiche per accrescere i consensi sulle proprie operazioni più controverse come il programma nucleare, e proiettando la propria potenza militare e ideologica.

Membri del Movimento Islamico in Nigeria marciano durante una manifestazione. Benché costituiscano una minoranza ristretta nel popoloso paese africano, si stima che i musulmani sciiti nigeriani ammontino a diversi milioni di persone.

 

La “diplomazia dei droni” iraniani nel continente

L’Africa riveste un ruolo strategico per l’Iran, in primo luogo sul fronte diplomatico. Teheran infatti cerca di ottenere sostegno politico internazionale da far valere nei principali organismi globali, come le Nazioni Unite e l’AIEA. Il crescente sentimento anti-occidentale, alimentato massicciamente dalla Russia, e il conseguente ritiro delle forze europee e americane da alcune delle aree più vulnerabili (a partire dalla fascia saheliana) aprono nuovi spazi per la penetrazione iraniana sotto l’ombrello della solidarietà del “Sud Globale”. Certo, la Russia è oggi a sua volta in notevole difficoltà in quel quadrante, e la penetrazione iraniana non può essere un’immediata priorità per il regime mentre i suoi interessi vitali sono minacciati direttamente dalle armi della maggiore potenza mondiale che tiene tuttora sotto embargo i suoi porti.

Una svolta significativa si è comunque registrata a partire dal 2023. Il riavvicinamento tra l’Iran e l’Arabia Saudita, mediato dalla Cina, aveva contribuito ad allentare le tensioni regionali e dunque anche aperto la strada a Teheran per ricucire le relazioni con quei Paesi africani musulmani che avevano preferito schierarsi con Riad. Un esempio è il Sudan, che aveva rotto i rapporti diplomatici con l’Iran già nel 2016 e li ha ripristinati nell’ottobre 2023, sei mesi dopo lo scoppio della guerra civile tuttora in corso nel Paese dell’Africa orientale. Questo riavvicinamento ha sollevato il timore che l’Iran possa così aver riaperto la rotta sudanese utilizzata in passato per contrabbandare armamenti ad Hamas a Gaza.

 

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Gli iraniani hanno colto l’opportunità offerta dal conflitto per offrire assistenza militare al regime del generale Abdel Fattah al-Burhan. Si sono schierati contro le forze paramilitari ribelli delle Forze di Supporto Rapido, guidate da Mohamed Hamdan “Hemedti” Dagalo e sostenute, tra gli altri, dagli Emirati Arabi Uniti. Le Forze Armate Sudanesi hanno così potuto schierare in battaglia sia i droni Mohajer-6 sia i droni suicidi Ababil, gli stessi presenti nell’arsenale di Hezbollah in Libano. A riprova dell’importanza del sostegno militare iraniano al regime di al-Burhan, il 20 aprile scorso è avvenuto a Los Angeles l’arresto di una donna iraniana, Shamim Mafi, accusata dal governo americano di “intermediazione nella vendita di droni, bombe, spolette per bombe e milioni di proiettili fabbricati dall’Iran e venduti al Sudan”.

La “diplomazia dei droni”, implementata con successo anche dalla Turchia, ha permesso agli iraniani di stringere i rapporti con un altro importante attore regionale dell’Africa orientale: l’Etiopia. Durante il conflitto del Tigrè, i Mohajer-6 sono stati usati dalle forze armate etiopi contro i ribelli tigrini. Addis Abeba ha ricambiato il supporto di Teheran firmando con l’Iran, nel maggio 2025, un memorandum d’intesa per la cooperazione in materia di intelligence, incentrata sulle forze di polizia, l’addestramento congiunto e la lotta alla criminalità transnazionale.

Sviluppi significativi sono stati registrati anche nel Sahel, dove Teheran ha sfruttato l’apertura rappresentata dalle giunte militari filorusse alle prese con le insorgenze jihadiste. In Burkina Faso, il regime di Ibrahim Traoré, in cambio della fornitura di addestramento e, potenzialmente, di armamenti alle forze armate burkinabé, ha prima firmato un memorandum d’intesa per approfondire la cooperazione nella ricerca e nella formazione in ambito nucleare, nel settembre 2024. Successivamente, a giugno 2025, ha votato contro la condanna da parte dell’AIEA della politica nucleare iraniana. In Niger, invece, la giunta del generale Abdourahamane Tiani ha firmato un accordo a fine 2024 per fornire a Teheran 300 tonnellate di minerale di uranio in cambio di aiuti economici, assistenza agricola e armi, inclusi droni e missili terra-aria.

Infine, l’Iran è anche riuscito a ricucire le relazioni diplomatiche con Gibuti nel settembre 2023. Questa mossa ha implicazioni significative, data la posizione strategica del piccolo Stato africano sullo Stretto di Bab el-Mandeb e la consolidata presenza sul suo suolo di basi militari di numerosi Paesi, tra cui Stati Uniti, Cina, Francia, Giappone e Italia. Tali basi si trovano di fronte agli Houthi filoiraniani in Yemen. Teheran invia armamenti a questi ultimi proprio attraverso gli stati africani circostanti: lo stesso Gibuti e soprattutto la Somalia, nell’ambito di una sempre più stretta collaborazione tra i ribelli yemeniti e i terroristi jihadisti somali di Al-Shabaab.

L’allora presidente iraniano Ebrahim Raisi in visita di stato in Kenya nel 2023, durante il breve tour diplomatico nel continente che coinvolse anche Uganda e Zimbabwe, rappresentando il primo viaggio di un leader iraniano in Africa dagli undici anni precedenti.
Foto: Thomas Mukoya/Reuters.

 

Le incognite del conflitto in corso sulle ambizioni commerciali

Sotto il profilo economico, il continente africano offre a Teheran l’opportunità di diversificare e ampliare i propri mercati di esportazione. Tra i principali partner africani dell’Iran figurano in particolare Sudafrica, Ghana, Kenya, Tanzania e Somalia. È interessante notare come, tra le principali esportazioni iraniane, figurino acciaio e cemento, oltre a prodotti petrolchimici, oli industriali, bitume e urea. Nei primi nove mesi dell’anno solare iraniano, tra marzo e dicembre 2025, i flussi commerciali verso il continente hanno visto una crescita del 66% rispetto allo stesso periodo del 2024, raggiungendo 39 paesi africani per un valore di 940 milioni di dollari, secondo i dati dell’Organizzazione per la Promozione del Commercio dell’Iran. Questa cifra, va detto, è comunque ancora assai lontana dai 40 miliardi annui degli Stati Uniti o dai quasi 16 miliardi, solo di prodotti non petroliferi, che i rivali degli Emirati Arabi Uniti hanno esportato nell’Africa subsahariana nei primi nove mesi dello scorso anno.

 

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Alla terza edizione dell’Iran-Africa Economic Cooperation Summit, poco più di un anno fa, Teheran aveva fissato l’ambizioso obiettivo di portare il commercio con il continente africano a 10 miliardi di dollari annui entro il 2030. Ora, però, si pone l’incognita di come l’attuale conflitto potrà condizionare sul lungo periodo la crescita degli interscambi tra Teheran e l’Africa. Da un lato, alcuni partner commerciali potrebbero adottare un atteggiamento più cauto nei confronti dell’Iran per evitare tensioni diplomatiche o economiche con i propri partner occidentali o del Golfo. Anche i progetti industriali e commerciali avviati negli ultimi anni potrebbero subire un rallentamento qualora le sanzioni contro Teheran dovessero inasprirsi. Dall’altro, la crisi potrebbe anche rafforzare l’importanza strategica dell’Africa come mercato alternativo per l’Iran in un momento di crescente pressione economica internazionale. Sullo sfondo, rimane inoltre la crisi già in atto nella produzione agricola africana, colpita dai rialzi dei combustibili fossili, dalla scarsità di fertilizzanti (prodotti di sintesi derivanti dall’industria petrolifera) e dall’inflazione.

Ad aprile, Teheran ha concesso a delle petroliere battenti bandiera sudafricana, liberiana e gabonese di attraversare il blocco imposto sullo stretto di Hormuz. Foto: Atta Kenare/AFP/Getty Images.

 

La mano discreta di Teheran tra reti criminali e soft-power

Accanto al commercio lecito, la strategia economica dell’Iran in Africa si estende in modo significativo anche alle attività illecite, esercitate sia direttamente sia attraverso le organizzazioni affiliate. Secondo quanto riportato lo scorso novembre dall’American Foreign Policy Council, negli ultimi anni, in alcuni Paesi africani sono state scoperte reti iraniane per eludere le sanzioni. Queste includono sistemi di riciclaggio di denaro e pietre preziose, gestiti da finanziatori di Hezbollah. Parallelamente, il Golfo di Guinea, al largo della costa dell’Africa occidentale, funge anche da snodo per il commercio illegale di petrolio iraniano.

Il ruolo del gruppo terroristico libanese nelle attività illecite in Africa è particolarmente importante: sfruttando la numerosa diaspora libanese nella regione occidentale del continente, esso gestisce vaste reti criminali. Hezbollah è noto per essere profondamente coinvolto nel traffico continentale di droga, al punto da controllare, secondo le stime, circa il 30% dei profitti derivanti dalla cocaina che transita per la rotta africana verso i Paesi occidentali. Queste reti svolgono inoltre una doppia funzione, consentendo il reperimento di uomini e armi per attacchi terroristici contro obiettivi americani e israeliani in Africa. Ne sono esempi il sequestro di armi avvenuto nel 2013 a Kano, in Nigeria, e l’arresto di un cittadino ugandese reclutato nel novembre 2025 dai pasdaran per raccogliere informazioni sulle ambasciate israeliane nel suo Paese e in Senegal.

Allo stesso tempo, l’Iran esercita la sua influenza in Africa anche attraverso una strategia di soft power che combina il suo ascendente religioso sui musulmani del continente, non necessariamente sciiti, con attività educative, canali informativi e iniziative solidali. In quest’ultimo ambito rientrano le sedi, in diciassette paesi africani, dell’Università Internazionale Al-Mustafa, fondata nel 1979 per volontà dell’ayatollah Khomeini stesso, che fornisce formazione sia su materie teologiche sia laiche. L’università è però ritenuta un canale di reclutamento della Forza Quds, reparto di élite del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica (i pasdaran), motivo per cui dal 2020 è oggetto di sanzioni statunitensi. In Africa opera inoltre l’Organizzazione per la Cultura e la Comunicazione Islamica, altra organizzazione iraniana incaricata di gestire le relazioni all’interno del mondo islamico e svolgere attività missionaria. Nell’ambito della comunicazione, spicca il caso di Hausa TV, importante piattaforma mediatica filo-iraniana rivolta a circa 80 milioni di persone di lingua hausa presenti in Africa occidentale. Infine, la Società della Mezzaluna Rossa della Repubblica Islamica dell’Iran gestisce numerose cliniche e offre servizi sanitari gratuiti in tutto il continente, in Paesi quali Mali, Ghana, Costa d’Avorio, Uganda, Kenya e Niger.

Le principali attività iraniane in Africa dal 2022 a oggi. Mappa realizzata da Emile Bouvier per ©Les Clés du Moyen-Orient.

 

Il valore strategico della proiezione iraniana in Africa, nonostante i limiti

L’Iran oggi non è ancora in grado di rivaleggiare nel continente africano né con le grandi potenze come Stati Uniti, Russia e Cina, né con altre potenze regionali come Turchia ed Emirati Arabi Uniti, disponendo di minori   risorse economiche da investire e  di rapporti diplomatici e militari consolidati. L’isolamento internazionale e l’ostilità di influenti attori occidentali continuano a limitare lo spazio di manovra di Teheran: è esemplificativa in tal senso la richiesta mossa dal Sudafrica, la maggiore potenza africana, di escludere la marina iraniana dalle esercitazioni navali a guida cinese che si sono tenute nelle sue acque lo scorso gennaio. Questo nonostante entrambi i Paesi siano nominalmente partner del blocco dei BRICS+ e abbiano aree d’interesse comuni, a partire dal sostegno alla causa palestinese.

I limiti dell’azione iraniana, tuttavia, non devono indurre a sottovalutare l’importanza della proiezione iraniana sul continente africano, né il suo potenziale sviluppo. I Paesi africani consentono al regime di diversificare i canali attraverso cui evadere la costrizione delle sanzioni occidentali, offrono un ricco bacino di voti con cui esercitare pressione all’interno delle principali organizzazioni internazionali e consentono di colpire asimmetricamente gli interessi dei propri nemici e rivali, allentando la pressione sui propri confini. Sarà fondamentale quindi che i Paesi occidentali monitorino attentamente l’evoluzione dell’influenza e della presenza dell’Iran in Africa per evitare un’ulteriore destabilizzazione del continente a loro sfavorevole.