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Una Polonia per due

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La Polonia va al ballottaggio. Nessun candidato è riuscito a raggiungere la soglia del 50% dei voti necessaria per trionfare già al primo turno alle elezioni presidenziali del 28 giugno, le prime organizzate dopo la pandemia in uno stato UE. Il 12 luglio si terrà il duello decisivo tra il presidente uscente Andrzej Duda, sostenuto dal governo conservatore del partito Diritto e giustizia (Pis, nell’acronimo polacco), e il sindaco di Varsavia Rafał Trzaskowski, supportato dalla forza centrista Piattaforma civica (Po).

Avendo ottenuto il 43,5% dei suffragi, Duda parte favorito, ma a Trzaskowski, fermatosi al 30,5% viene attribuita una maggiore capacità di attrarre gli elettori che al primo turno hanno optato per altri candidati. Al terzo posto è infatti arrivato l’indipendente Szymon Hołownia (13,9), di visioni moderatamente progressiste, e al quarto Krzysztof Bosak (6,8%), rappresentante dell’estrema destra di Confederazione, mentre tutti gli altri candidati hanno raggranellato meno del 3% dei suffragi. Poiché il blocco che ha premiato Hołownia, capace di richiamare al seggio molti nuovi elettori, dovrebbe convergere in massa su Trzaskowski, in vista del secondo turno Duda adotterà verosimilmente posizioni più radicali per provare ad attrarre gli elettori di Bosak, che ha però già dichiarato di non voler fornire indicazioni di voto. L’elevata affluenza (di poco inferiore al 65%) registrata al primo turno, la seconda più alta nella storia della Polonia post-comunista, suggerisce quanto la popolazione consideri la selezione del prossimo presidente un passaggio determinante.

Andrzej Duda e Rafał Trzaskowski

 

Il voto del primo turno, che tra l’altro secondo alcuni rischia di essere invalidato per incostituzionalità, ha infatti fotografato una società polarizzata. Le Polonie odierne sono due: una dall’anima intrinsecamente rurale e reazionaria, l’altra sempre più metropolitana e globalizzata.

 

Le “due Polonie” di ieri e di oggi

La redistribuzione del voto illustra la spaccatura cardinale che anima oggi il membro più popoloso tra i sedici entrati nell’Unione Europea dopo la caduta del Muro di Berlino: Duda ha convinto soprattutto gli elettori residenti nei centri con popolazione inferiore ai 200 mila abitanti, con più di 60 anni e tendenzialmente impiegati come operai o contadini; Trzaskowski ha primeggiato nelle città con più di mezzo milione di abitanti, tra i segmenti più giovani e tra le fasce più istruite. Unico dato in controtendenza il suo successo (relativo) nei centri con meno di 50mila residenti.

La segmentazione su base demografica e socio-economica osservabile in questa tornata è anche l’ultima incarnazione della storica linea di faglia che da decenni divide l’Est e l’Ovest del paese mitteleuropeo, le cosiddette “Polonia A” e “Polonia B”. La prima, il quadrante occidentale del paese grosso modo corrispondente alla fetta di Impero tedesco che venne ceduta alla risorta Polonia indipendente dopo la prima guerra mondiale, è tradizionalmente più progressista, meno religiosa e più aperta allo scambio con gli interlocutori occidentali. La seconda, la parte orientale che durante la Guerra fredda confinava direttamente con l’URSS (e oggi con Lituania, Bielorussia, Ucraina e l’exclave russa di Kaliningrad), è invece da sempre più tradizionalista, provinciale e devota.

La frattura tra le “due Polonie” così come emersa al primo turno delle Presidenziali del 2020

 

La maggior parte delle elezioni svoltesi dopo l’indipendenza dal giogo sovietico (1991) hanno ribadito questa frattura irrisolta, con le forze progressiste dominanti a Ovest e i conservatori a Est. Solo le elezioni parlamentari del 2015, quando il Pis riuscì a conquistare la maggioranza in entrambe le camere (Dieta e Senato) anche grazie al successo in alcuni distretti occidentali, erano sembrate contestare per la prima volta questa dicotomia socio-politica così radicata, preannunciandone un possibile superamento. Pur con una configurazione lievemente diversa, le elezioni di fine giugno hanno invece confermato come il paese rimanga diviso a metà: città contro campagna, europeismo contro sciovinismo, terziario e quaternario contro secondario e primario.

Duda e Trzaskowski, dunque, interpretano e si rivolgono a due segmenti sociali ben diversi, pur condividendo curiosamente molte caratteristiche biografiche. I due candidati sono entrambi nati, a distanza di quattro mesi, nel 1972: erano quindi da poco maggiorenni l’anno in cui la Polonia incoronava presidente il dissidente Lech Wałęsa (1990), chiudendo simbolicamente la dolorosa parentesi della Repubblica popolare polacca aperta nel 1948 su imposizione moscovita. Entrambi vantano un dottorato – Duda in giurisprudenza e Trzaskowski in scienze politiche – ed entrambi provengono da una grande città – il primo da Cracovia, il secondo da quella Varsavia che amministra da due anni. A separarli è soprattutto la diversa idea che propongono del ruolo del proprio paese nell’arena europea.

 

Polonia, Europa, Stati Uniti

Nonostante le divisioni interne ricordate sopra, sotto molti altri aspetti la Polonia è invece un paese insospettabilmente omogeneo, specie se confrontato con altri Stati dell’Europa centro-orientale: è quasi del tutto mono-etnico – i cittadini di etnia polacca sfiorano il 97% – e mono-confessionale – poco meno dell’87% si professa cattolico. Ma soprattutto è un paese compattamente filoccidentale e russofobo. A differenza di altri membri del Gruppo Visegrád, come le molto più ambigue Ungheria e Slovacchia, le coordinate principali della politica estera polacca non ammettono deviazioni: fedeltà assoluta al vincolo atlantista, ovvero agli Stati Uniti; avversione intransigente alla Russia; moderata e strumentale apertura alla Cina.  In questo ambito, l’unica differenza tra i due rivali che si sfideranno il 12 luglio resta allora il rapporto con l’UE e, di riflesso, quello con la Germania.

Una vittoria di Duda equivarrebbe a un imprimatur popolare della svolta sovranista e aggressiva impressa dal Pis dopo la vittoria del 2015. Da allora l’esecutivo conservatore – sulla carta guidato prima da Beata Szydło e ora da Mateusz Morawiecki, ma di fatto controllato dal demiurgo della politica polacca Jarosław Kaczyński – ha esacerbato la tensione con Bruxelles.

La serie di riforme del settore giudiziario promosse dal governo polacco negli ultimi cinque anni sono state giudicate lesive dello Stato di diritto da Bruxelles, che ha quindi lanciato ben quattro procedure d’infrazione e deferito Varsavia alla Corte europea di giustizia. Dopo numerosi tentennamenti, nel 2017 Bruxelles ha inoltre – per la prima volta in assoluto – invitato il Consiglio europeo ad applicare il famigerato Articolo 7 contro la Polonia, provvedimento che comporterebbe la sospensione del diritto di voto di Varsavia nelle riunioni intergovernative. Poiché la sua effettiva applicazione richiederebbe l’unanimità tra gli altri Stati che siedono al Consiglio, quest’atto è poco più di un pro forma: anche solo l’Ungheria, a sua volta oggetto della stessa procedura, difficilmente accorderebbe il proprio consenso.

Nonostante questo, lo scontro aperto ingaggiato contro Bruxelles su uno spettro molto ampio di temi – l’ultimo caso è stato il rifiuto di approvare il Green deal – ha intaccato considerevolmente il prestigio di Varsavia, ormai riconosciuta dagli altri partner europei come un soggetto inaffidabile e indisponibile alla mediazione. La Polonia ha così dilapidato quote significative di quel capitale diplomatico che aveva assemblato nei precedenti due decenni conformandosi lealmente alle direttive di UE e NATO, soprattutto presso il peso massimo del continente, la Germania.

Anche verso Berlino, infatti, l’esecutivo conservatore ha adottato toni molto meno concilianti di quelli che avevano segnato il lungo premierato (2007-14) di Donald Tusk (Po), figura così popolare negli ambienti UE da esser stato nominato – e poi rieletto – presidente del Consiglio europeo durante la commissione Juncker. Marcando un reciso cambio di stile, la nuova dirigenza polacca si è da subito cimentata in sortite anti-tedesche, come richiedere il pagamento delle riparazioni per i danni materiali inflitti dalla Germania nazista alla Polonia durante la Seconda guerra mondiale, che hanno in breve tempo inasprito i rapporti diplomatici. Nel curare quelli economici, invece, l’esecutivo si è dimostrato molto più cauto, in quanto proprio l’aggancio alla locomotiva tedesca è una delle chiavi per la sostenuta crescita economica esperita dalla Polonia dopo l’adesione all’Unione Europea nel 2004. Di recente, Varsavia ha annunciato di aver raggiunto il sesto posto nella classifica dei partner commerciali di Berlino, superando l’Italia.

 

La battaglia istituzionale e il fattore covid

Proprio in questi due ambiti – relazione con l’UE ed economia – va ricercata la spiegazione dell’insolita frenesia con cui il Pis ha tentato di non far slittare la tornata, originariamente prevista per il 10 maggio e infine posticipata causa coronavirus.

L’indizione delle elezioni presidenziali era infatti diventato un caso. Il tentativo disperato dell’esecutivo di imporre – violando la Costituzione – un voto per posta, pur di non rimandarle, era stato bloccato in extremis dal Senato, controllato dalle opposizioni. Fino a inizio maggio i sondaggi davano Duda saldamente in vantaggio, rendendo pressoché certa la sua elezione al primo turno.

Il timore dei conservatori che, in caso di elezioni posticipate, il proprio candidato potesse non venire rieletto, si spiega coi precari equilibri parlamentari che esistono attualmente alla Dieta, dove il Pis dispone di una maggioranza relativa di soli 235 seggi su 460. Per ribaltare un eventuale veto presidenziale sarebbero necessari almeno tre quinti dei voti (276), una soglia al momento irraggiungibile per le forze che compongono l’esecutivo. Poter contare su un presidente amico, come successo finora con Duda, significa avere la certezza che tutte le norme, comprese quelle invise a Bruxelles, vengano approvate senza patemi eccessivi. Una vittoria di Trzaskowski cambierebbe radicalmente le carte in tavola: per i prossimi quattro anni l’esecutivo sarebbe costretto a convivere con un presidente meno incline a tollerare strappi con l’UE.

Inoltre, i conservatori hanno fatto carte false per andare al voto prima possibile anche per evitare di scontare le inevitabili ricadute economiche della pandemia. La Polonia riassaporerà la recessione. Sebbene le stime della Commissione europea prevedono che sarà più contenuta rispetto alla media UE (-7,4%), la contrazione che aspetta il pil polacco quest’anno (-4,3%) deprimerà notevolmente il saldo di bilancio (-9,5%).

La riduzione dei fondi allocabili al welfare potrebbe allora mettere a repentaglio la politica da destra sociale su cui il Pis fonda buona parte del proprio consenso. Alcuni provvedimenti di taglio populista, tra cui la riduzione dell’età pensionabile o i bonus bebé (120 euro netti al mese per ogni figlio dopo il primo, dalla nascita ai 18 anni) introdotti per contrastare il calo demografico, hanno incontrato un tale favore popolare che lo stesso Trzaskowski, ideologicamente vicino a una prospettiva più neoliberale dell’economia, si è affrettato a promettere di mantenerli. Sul piano sociale, il candidato moderato, esponente di quella Po accusata di aver aumentato le disuguaglianze del paese durante i governi Tusk, sa bene di non poter competere. Per questo ha individuato altre priorità da perseguire durante la “nuova era” della politica polacca che aspira a inaugurare: difendere la Costituzione, sanare le divisioni del paese e ripristinare la concordia con Bruxelles.

Tra pochi giorni si scoprirà se puntare su questi messaggi sarà stato sufficiente per spodestare un candidato ritenuto imbattibile prima dell’esplosione del coronavirus, e interrompere così la serie di cinque sconfitte consecutive incassate dal suo partito negli ultimi cinque anni.