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L’epidemia latinoamericana tra corruzione e dati falsati

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L’America Latina è l’ultimo epicentro della pandemia di coronavirus. I numeri sono cresciuti in modo esponenziale soprattutto in Perù. I media internazionali attaccano a testa basta, e forse giustamente, il “negazionista” presidente brasiliano Jair Bolsonaro, ma i documenti riservati del Dipartimento di Stato USA e dei governi della regione, a partire dalla Colombia, temono soprattutto il Venezuela. Il problema con Caracas è antico e affonda le sue radici a ben prima dell’esplosione della pandemia.

I fatti: ogni paese del mondo dovrebbe fornire alla comunità internazionale le informazioni inerenti la presenza o meno di patologie gravi sul suo territorio e di rischi per la salute delle altre nazioni. La crisi sistemica della salute venezuelana non ha fatto che peggiorare con il chavismo. Sin da prima della pandemia, ad esempio, se volevate farvi operare in Venezuela, avreste dovuto trovare la struttura adatta con sala operatoria, pagare il chirurgo, pagare l’équipe e pagare  persino il materiale che sarebbe stato utilizzato durante l’intervento (garze, medicinali e tutto il necessario).

Il presidente venezuelano Nicolás Maduro

 

Con la pandemia il governo ha usato la solita narrativa dell’attacco esterno e delle pressioni soprattutto statunitensi. Attraverso i social media però le testimonianze disperate di tante persone hanno svelato l’inganno. In Venezuela i numeri del contagio sono enormi e il rischio è amplificato, oltreché dalla penosa situazione della salute pubblica, dalla presenza di tantissimi cinesi.

Anche chi scrive si è trovato spesso unico occidentale a bordo di voli di linea Air France sulla tratta Parigi-Caracas. Negli anni, migliaia di operai cinesi sono stati trasportati in Sudamerica per realizzare infrastrutture gestite da Pechino. Interi palazzi sono sorti come funghi e nessuno, fra la gente normale, sa a che cosa siano destinati. Se siano cioè pure operazioni speculative e immobiliari o se abbiano altri fini. Gli operai, ovviamente, non parlano spagnolo e non hanno alcun contatto con la popolazione locale, ma il rischio che l’infezione sia stata veicolata da una presenza numericamente molto importante esiste. Il Venezuela potrebbe rappresentare il caso-limite. Resta però da chiedersi perché proprio l’America Latina sia diventata il ricettacolo mondiale di questa malattia. Il problema è soprattutto uno: la corruzione.

Come riportato dal New York Times, uno dei casi più orribili riguarda l’Ecuador, dove i sacchi per cadaveri erano stati acquistati in grandi quantità dallo stato. Attraverso appalti “aggiustati” il prezzo è levitato a 13 volte il valore del prodotto. È ovvio che se le risorse vanno dilapidate in questo modo, per la salute pubblica e gli ospedali resta ben poco. E si capisce perché, ad esempio a Guayaquil, grosso centro del paese, i cadaveri si ammassavano per strada. Il sistema sanitario ecuadoregno è collassato da settimane.

Scandali simili hanno colpito praticamente tutti i paesi latinoamericani. L’ex ministro della Salute boliviano è in carcere per una mazzetta milionaria legata a 170 ventilatori per la respirazione. In Brasile sono sette gli stati in cui la magistratura sta indagando su malversazioni legate alla pandemia. In Colombia oltre 100 grandi elettori e sostenitori politici, che in campagna elettorale hanno versato denaro nelle casse dei vari partiti, hanno ricevuto contratti pubblici legati alla gestione della pandemia. E hanno intascato denaro senza realizzare nulla.

Uno dei casi più eclatanti e meno mediatizzati sulla stampa internazionale è stato proprio il Perù, dove il capo della polizia e il ministro degli interni hanno dovuto dimettersi dopo che alcune persone sottoposte al loro comando hanno acquistato gel sanitario e mascherine per gli agenti, che hanno però iniziato a morire molto rapidamente. Alcune delle mascherine acquistate per i poliziotti erano più simili a carta velina che a stoffa e si laceravano facilmente. Per avere un’idea dei numeri, circa 11.000 agenti peruviani si sono ammalati e almeno 200 sono morti. Ovviamente è partita un’indagine e le prove sono state stoccate nei magazzini della Dirección Investigación Criminal della polizia, nella capitale Lima. Il Coronavirus deve evidentemente aver colpito anche le telecamere dell’edificio. Molte di esse hanno infatti smesso di funzionare lo stesso giorno, alla stessa ora. Casualmente il giorno in cui molte casse piene di documenti  compromettenti sono scomparse dai magazzini. “Troppe coincidenze in una sola volta, ma stiamo cercando di vedere se alcune telecamere hanno ripreso chi ha perpetrato il furto’”, ha annunciato Omar Tello, capo dell’Unità anti-corruzione della polizia nazionale.

Tra i problemi del Perù, anche quello di trasportare i lavoratori stagionali da Lima alle campagne durante il lockdown

 

La stampa internazionale, spesso alla ricerca di facili obiettivi e di una narrativa semplicistica e facilmente comprensibile al pubblico, ha ad esempio trovato in Jair Bolsonaro il cattivo per eccellenza. Populista, sfrontato e con una famiglia non proprio esemplare visto che le inchieste per corruzione nei confronti dei figli si vanno moltiplicando. Il Brasile però è uno stato federale dove i governatori hanno grande potere e dove il parlamento aveva varato misure anti pandemia in grado di sforare il budget dello stato per esigenze di sicurezza nazionale. Inclusa la possibilità di battere moneta se necessario. La caratteristica di urgenza degli interventi anti-coronavirus ha fatto saltare i già scarsi meccanismi di controllo. Un enorme flusso di denaro pubblico è stato dunque drenato nelle tasche di funzionari e imprenditori criminali piuttosto che negli ospedali. Risultato: il Brasile ha oltre un milione di casi e decine di migliaia di morti.

Perché l’America Latina è un paradosso. Il rapporto di aprile 2020 dello FMI ha stimato il calo medio del PIL dei paesi latinoamericani in circa il 5,2%, un sogno rispetto alle stime sull’Italia che prevedono un crollo del 13%. Eppure queste cifre porteranno, secondo la Commissione ONU per l’America Latina e i Caraibi, la povertà e la povertà estrema ad aumentare in tutti i paesi. L’America Latina e i Caraibi potrebbero chiudere l’anno con 28,7 milioni di persone in più in povertà. Pertanto, si raggiungerebbe la cifra di 214,7 milioni di poveri, di cui quelli in condizioni di mera sussistenza aumenterebbero da 67,5 milioni a 83,4 milioni.

Un problema che potrebbe avere serie ricadute anche a Pechino visto che, nel tentativo di estendere la Nuova via della seta la Cina ha firmato contratti importanti con Panamá, Uruguay, Ecuador, Venezuela, Cile, Uruguay, Bolivia, Costa Rica, Cuba e Perù. Economie devastate e paesi in preda all’epidemia non sono probabilmente un buon partner commerciale per la Cina. Quello che è certo è che i dati ufficiali in America Latina non sono affidabili. Basti pensare che, lo scorso 20 aprile, una delle associazioni per il sostegno delle comunità indigene peruviane più note, l’AIDESEP, ha presentato una denuncia alla magistratura per la mancanza di qualsiasi piano per il controllo della pandemia nelle oltre 1800 comunità indigene del paese. Un esempio? Un leader della comunità indigena di Pucacuro ha confermato in diretta televisiva che 600 degli 800 residenti della sua comunità avevano COVID-19 il 25 maggio, poco più di un mese dopo l’arrivo del sindaco distrettuale e degli aiutanti nella comunità isolata per distribuire cibo, ma senza maschere o certificati di buona salute. Con questi numeri, è dannatamente difficile credere alle coincidenze.