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Le lezioni del Covid: nuova normalità e gestione di una seconda ondata

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Dell’ondata epidemica che potrebbe abbattersi sui paesi europei in autunno non c’è una certezza assoluta, né si sa se sarà più o meno aggressiva che nei mesi scorsi. Ma la probabilità è sufficientemente alta da togliere ogni scusante a quei governi che non avessero predisposto ampie riserve di materiale protettivo, diagnostico e terapeutico.

Se gli apparati sanitari saranno pronti a reggere l’urto, la percentuale di morti rispetto al totale dei contagi sarà molto più contenuta, anche modulando in modo più mirato le misure restrittive. L’economia e la salute mentale della gente non sopporterebbero infatti un lockdown così severo come quello applicato in Italia in marzo e aprile.

Ciclisti post-lockdown a Milano

 

Pur con ampi margini di incertezza, dall’esperienza di questi primi mesi di allentamento delle restrizioni si possono trarre alcune provvisorie conclusioni. Pure utile può essere il confronto con paesi dove le chiusure sono state meno drastiche e/o sono state allentate prima.

 

Un lockdown più intelligente

Talune misure hanno imposto pesanti sacrifici psicologici e anche di salute alla popolazione senza un beneficio accertato nel contenimento dell’epidemia: divieto di passeggiare nei parchi e lungo le spiagge, correre, pedalare, praticare sport individuali, sedersi all’aperto a prendere il sole, far prendere aria ai bambini, spostarsi in macchina per raggiungere le seconde case. Non risulta che i contagi siano aumentati dopo la revoca di tali divieti, né che siano stati più alti in paesi che non li hanno mai imposti, come la Germania. Se ne potrà dunque fare a meno la prossima volta, purché sia assicurato il distanziamento fra le persone.

La chiusura di scuole e asili ha creato gravi problemi per i genitori che lavorano, ma ha inoltre avuto effetti molto negativi sui bambini dal punto di vista educativo, psicologico e comportamentale. Mandare i ragazzi a scuola per 4-6 settimane prima delle vacanze, e riportarceli al più tardi il 1° settembre, come si fa a Nord delle Alpi, è una importante misura di limitazione del danno. Lasciarli a casa per oltre sei mesi avrà un costo. In Germania e Austria la graduale riapertura generalizzata delle scuole a partire dai primi di maggio, compresa l’effettuazione degli esami scritti di maturità, non risulta aver causato una ripresa delle infezioni.

In questi due paesi in giugno si è, sì, registrato un rallentamento nella discesa del numero di contagi, che è però dovuto a episodi isolati: mattatoi, operai stranieri gestiti da agenzie di lavoro interinale,  alloggi di stagionali o rifugiati sovraffollati, feste con troppi partecipanti, case per anziani. Come altrove, l’insorgere di analoghi clusters in futuro è inevitabile, senza che si debba parlare di seconda ondata. Nell’ultima settimana del mese si osserva tuttavia in entrambi i paesi un leggero aumento dei nuovi casi, che viene attribuito non alla riapertura di scuole e ristoranti ma ad una diffusa insofferenza per le regole di distanziamento. Manifestazioni di massa, treni delle vacanze affollati, invasioni delle spiagge potrebbero provocare fiammate più forti e imporre l’adozione di nuove restrizioni. La recrudescenza dei contagi in Serbia a seguito di eventi sportivi e festeggiamenti post-elettorali è un esempio da non imitare.

 

Focolai estivi

Il persistere di numeri di contagi e decessi troppo alti in Lombardia non sembra dipendere dall’allentamento delle restrizioni ma è l’onda lunga della diffusione iniziale del virus, che continua a propagarsi per effetto dell’alta percentuale di asintomatici e la durata dell’incubazione. Il danno è insomma stato provocato dalla inerzia e sottovalutazione da parte delle autorità nelle prime settimane, dall’insufficiente preparazione del sistema sanitario, dalla grave mancanza di materiale protettivo, tamponi, reagenti e ventilatori, dal caos in certi ospedali, e dallo spostamento di malati meno gravi nelle residenze per anziani.

Fino all’arrivo, sperato ma non sicuro, di un vaccino efficace, la “nuova normalità” comporterà l’assuefazione al distanziamento e di conseguenza una minore redditività di certe attività economiche, compresi il trasporto pubblico, i cinema, la ristorazione. In caso di una nuova ondata di contagi da Covid-19, in sostanza, si dovranno rafforzare le misure precauzionali ma senza arrivare al lockdown deciso nel marzo scorso. Ad esempio, chiudere cinema, teatri e università ma non i parchi e le scuole materne, rinviare le operazioni non urgenti ma non la diagnostica e medicina preventiva, salvare la stagione sciistica ma imponendo il distanziamento negli impianti di risalita (solo persone della stessa famiglia in ciascuna unità), ordinare alle linee aeree l’utilizzazione dei posti a scacchiera ma non la paralisi totale. E chiudere le fabbriche solo se veramente necessario. La decisione più difficile, da prendersi a seconda della gravità della situazione, sarà quella riguardante le scuole primarie e medie.

 

La virtù, nel mezzo

In altre parole, sia nella nuova normalità che in caso di un nuovo assalto del Sars-CoV-2 o di analoghi virus si dovranno evitare i due estremi del ritorno alla vecchia normalità e degli arresti domiciliari estesi a intere nazioni.

Guardando al prossimo autunno, per affrontare i singoli focolai sul nascere occorre garantire che il sistema sanitario sarà pronto a individuarli per tempo e contenerli: test anche per sintomi lievi o contatti avuti; controlli continui nelle residenze per anziani; disponibilità abbondante  di materiale protettivo per il personale (anche per i medici di famiglia!); ampie riserve di posti in terapia intensiva in tutte le regioni.

E’ ormai assodato che si sarebbero potute salvare moltissime vite se ci fosse stata la capacità di fare i tamponi a tutte le persone che lo chiedevano, e fornire rapidamente i risultati, vedasi l’esempio della Corea. In febbraio-marzo l’Italia, come tutti i paesi occidentali, si è fatta trovare impreparata perché non ha sfruttato il mese di sfasamento rispetto alla Cina per attrezzarsi, sperando che il Sars 2 si arenasse in Oriente come era stato col Sars 1 nel 2002-2004. Nel prossimo futuro non è ammissibile che ciò torni a succedere. Problemi di bilancio non possono essere un ostacolo: per questo tipo di spese è previsto in Europa il ricorso al MES. Chi vi si oppone ignora forse che la discrezionalità nell’impiego dei soldi del Recovery Fund non sarà maggiore.

 

Preparazioni di sistema

Per prevenire la trasformazione degli inevitabili nuovi focolai in una vera e propria seconda ondata, alcuni fanno molto affidamento sulla nota app per il tracciamento, ma la sua efficacia è piuttosto dubbia, e dovunque strumenti simili siano stati adottati il requisito fondamentale è risultato essere un sistema sanitario efficiente e una rete di controlli a valle delle notifiche. E comunque da sola non risolverà il problema del containment: la volontà delle persone contattate di isolarsi rigorosamente fino all’effettuazione del tampone e la comunicazione dell’esito, e di continuare la quarantena se risultate positive, non va data per scontata. In Cina e paesi vicini l’isolamento di interi quartieri o città ha funzionato grazie a misure coercitive che da noi, con una cultura individualistica e l’assoluta priorità attribuita alla privacy, sarebbero impensabili.

Anche ammesso che la quasi totalità dei cittadini raggiunti da un avviso di possibile contagio siano disposti ad isolarsi, pur in assenza di sintomi, questa disponibilità si ridurrà drasticamente se il tampone non verrà effettuato sollecitamente o se il risultato tarderà parecchi giorni. Così pure se non saranno assicurati i necessari spazi abitativi, la fornitura di generi alimentari, la sicurezza del posto di lavoro, un reddito sostitutivo.

Può essere utile ricordare come è stato debellato (o quasi) il virus di Ebola in Africa Occidentale nel 2014-15. E’ stato attuato un programma capillare di “contact tracing”: raggiungendo ogni persona con cui il nuovo malato ricordava di avere avuto contatti (per oltre 10 minuti a una distanza di meno di sei piedi) nei giorni precedenti, convincendo ognuna di loro ad isolarsi anche dai familiari, visitandola ogni giorno per controllare l’effettiva osservanza della reclusione e l’assenza di sintomi, e assistendola per ogni sua necessità, compresa la consegna di viveri; si è constatato che senza tale assistenza molti non si rassegnerebbero alla quarantena.

Un lavoro capillare che non va ovviamente affidato al personale sanitario, impegnato negli ospedali, ma ad assistenti sociali, coadiuvati da migliaia di non-professionisti reclutati e addestrati in anticipo. Forse un modo per utilizzare i “navigator” disoccupati? Questo esercito di “contact tracers”, che devono essere scelti fra i candidati con buone capacità di comunicazione, preferibilmente conosciuti e stimati nel quartiere in cui dovranno operare, sarà indispensabile anche dopo l’introduzione della app, proprio perché il loro compito va molto al di là del tracciamento dei potenziali contagiati.

Per il ritorno di gran parte della società ad una vita quasi normale è dunque necessario predisporre per tempo questo apparato: non solo un congruo numero di “rintracciatori” in stand-by , ma anche ampie riserve di tamponi, reagenti, un’adeguata capacità di testing e di laboratori di analisi, alberghi e altre strutture adibibili alle quarantene individuali. Occorre munire in anticipo le autorità locali dei fondi necessari, che potranno essere finanziati dal governo centrale ricorrendo ai già citati prestiti MES.

In attesa del vaccino per il Covid-19, e della produzione di un numero sufficiente di dosi, conviene fare una campagna di vaccinazione contro l’influenza: altrimenti a fine anno troppe persone avranno sintomi compatibili con questo coronavirus e non si saprà a chi fare il tampone. Anche vaccinando l’intera popolazione, nei mesi invernali il numero di raffreddori e di sindromi influenzali da ceppi secondari sarà tale da richiedere un gran numero di test. Sarebbe grave farsi trovare ancora una volta impreparati. O dover chiedere aiuto alla Cina.