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Strategia militare e forza dei numeri

Questo articolo è pubblicato sul numero 2/2023 di Aspenia

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Le interrelazioni fra demografia e guerra sono state studiate sin dall’antichità. L’entità della popolazione e la sua composizione per fasce d’età hanno costituito sempre fattori fondamentali per la valutazione della potenza economica e militare di uno Stato. Il “dividendo demografico”, infatti, non vale solo per l’economia, ma anche nel calcolo dei rapporti di forza. Certo, in questo campo intervengono altri fattori. Taluni, tuttavia, sono comunque collegati con la demografia: dalla capacità di mobilitazione dei governi al livello d’istruzione della popolazione.

Gli impatti della demografia sulla guerra vanno studiati separatamente nei vari settori in cui sono più rilevanti. I principali riguardano le cause demografiche dei conflitti o le condizioni demografiche che li rendono più probabili. In tale ottica la demografia è indice della potenza geopolitica relativa degli Stati e ha, unitamente ad altri fattori, anche valore predittivo sulle probabilità di guerra, poiché individua gli squilibri di potenza non compensabili con un aumento delle misure di sicurezza.

La preoccupazione di una perdita di status internazionale e, in particolare, di un declino demografico, possono essere causa di guerra secondo la logica della “Trappola di Tucidide”, suggerita da Graham Allison in un noto libro del 2017 riguardo al confronto USA-Cina. Del resto, le misure volte ad aumentare le nascite hanno sempre un impatto relativo e, per quanto concerne guerra o economia, hanno effetti a lungo termine che superano gli orizzonti della politica.

Altri aspetti da considerare riguardano, poi, le conseguenze demografiche dirette e indirette dei conflitti e i riflessi della demografia sulle dottrine strategiche e tattiche, sull’organizzazione delle forze e sulle prospettive di una “nuova rivoluzione negli affari militari”.

 

LA LEGGE DI MALTHUS. Per Thomas Malthus, il fattore demografico costituisce la più importante causa delle guerre. La ricerca della sicurezza alimentare e del controllo dei territori, con le loro risorse e la loro importanza strategica (anche attraverso le cosiddette fasce cuscinetto), insieme alla volontà di aumentare le proprie potenza, ricchezza e influenza geopolitica, determinano la lotta per quello che viene propagandato dai politici come “spazio vitale”. Questo aumenta, in parallelo alla tendenza a far ricorso alle armi, quando cresce la popolazione e le sue esigenze alimentari possono essere soddisfatte solo con la razzia e la conquista.

Senza freni preventivi all’aumento della popolazione – come sono state in diverse fasi storiche la castità prima del matrimonio, la regolazione delle nascite anche con l’infanticidio, la contraccezione/aborto o il monachesimo di massa (nel caso del Tibet) – non si può sfuggire alla “bomba demografica”. Tale fenomeno è particolarmente attivo nei periodi di transizione demografica, come quello che oggi conoscono l’Africa e l’Asia Meridionale, nei quali permane un’elevata natalità, mentre il miglioramento delle condizioni sanitarie non solo aumenta la vita media, ma riduce anche drasticamente la mortalità infantile, lasciando invariata la fertilità. Il problema è reso più drammatico dai cambiamenti climatici, che fanno diminuire la produzione agricola, e dalla crescita del benessere di parte della popolazione, con il conseguente passaggio da una dieta basata sui carboidrati a una proteica caratterizzata da una maggiore quantità di calorie. Influiscono anche gli endemici conflitti tribali, il land grabbing praticato soprattutto dalla Cina e la guerra in Ucraina che sottrae al mercato mondiale elevate quantità di granaglie e di fertilizzanti. L’immigrazione verso l’Europa e gli Stati Uniti, dall’altro lato, non risolve il problema del crescente divario fra popolazione e disponibilità alimentari. Anzi, lo rende forse più irrisolvibile, facilitando disordini sociali e la penetrazione dell’estremismo islamico in Africa e nell’Asia meridionale.

L’impatto della demografia sulle probabilità di guerra, tuttavia, esiste anche in caso di declino demografico. La relazione, insomma, dipende dagli squilibri demografici più che dall’entità della popolazione. Conta, in parallelo, anche la modifica degli equilibri fra le varie etnie e religioni: lo dimostra il fatto che la conflittualità non diminuì fra il 1350 e il 1500, anni in cui l’Europa conobbe un accentuato calo demografico. Invece, negli anni della Pax romana e di quella britannica, si registrarono sia un forte aumento della popolazione sia una netta diminuzione dei conflitti.

Generalmente, l’aumento della popolazione e una sua bassa età mediana rendono più facile alla politica il ricorso alle armi. Lo stesso avviene in caso di elevata fertilità, con famiglie molto numerose, e di elevata mortalità infantile, in cui la massa della popolazione, abituata a convivere con la morte, è più resiliente alle perdite in combattimento. Concludendo su questo punto, non esistono regole generali né determinismo demografico: influiscono infatti notevolmente il sistema e la stabilità delle istituzioni e delle organizzazioni sociali, oltre alla capacità dei governi di mobilitare il patriottismo dell’opinione pubblica.

 

POPOLAZIONE E SQUILIBRI GLOBALI. Anche la sola previsione di un calo della popolazione e della potenza nazionale, relativamente a Stati considerati potenziali nemici, può indurre al ricorso alle armi. Tra le cause dell’aggressione russa all’Ucraina esiste, del resto, l’angoscia di Vladimir Putin per il declino della popolazione russa (destinata a passare dal 9° al 22° posto mondiale entro il 2070), con una speranza di vita attuale degli uomini di soli 66 anni (come il Bangladesh) e, all’interno di quest’ultima, della diminuzione percentuale dell’etnia slava, che nello stesso periodo passerà dall’80 al 55%. Il mutamento della composizione etnica della popolazione avrà sulla geopolitica russa effetti maggiori rispetto a quelli previsti – in senso isolazionistico – da Samuel Huntington sulla geopolitica americana, come conseguenza dell’aumento della percentuale dei latinos. Si attenuerebbe, in particolare, quell’identità culturale che Mosca chiama “sovranità etnico-culturale”, esplicitata nella Dottrina di Sicurezza della Federazione Russa, peraltro fortemente sostenuta dal patriarcato di Mosca. Quest’ultimo teme il restringersi del proprio spazio di responsabilità canonica, come sta avvenendo in Ucraina dove il 70% degli ucraini ha aderito alla chiesa autocefala, che fa capo al patriarcato di Costantinopoli e ha festeggiato il Natale il 25 dicembre, anziché il 7 gennaio come avveniva in passato secondo i canoni del patriarcato di Mosca.

Soldati russi in Ucraina con una bandiera ortodossa

 

In un tale quadro, il concetto cinese di “demografia di qualità” è un indicatore molto più realistico delle conseguenze geopolitiche della situazione demografica. Di qui il valore determinante che va dato al livello d’istruzione, parametro essenziale della competizione geopolitica mondiale nei prossimi decenni e delle previsioni sul nuovo ordine mondiale risultante dal confronto fra gli Stati Uniti e la Cina.

 

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Negli Stati multietnici – specie in quelli come il Libano, in cui la distribuzione del potere fra i vari gruppi dipende dalla rispettiva consistenza numerica – le disparità in termini di crescita o di calo demografico sono quasi sempre causa di guerre civili. Per questo, i censimenti della popolazione hanno un’elevata valenza politica e, spesso, vengono rinviati per lunghi periodi, al fine di procrastinare lo scoppio di scontri fra le etnie, specie quando quella predominante è in declino, come i maroniti in Libano.

La situazione demografica nel mondo è destinata a mutare profondamente nel XXI secolo. L’ONU prevede che nel 2100 le 10 più popolose potenze mondiali siano le seguenti: India (1.190 milioni); Nigeria (791); Cina (732); Stati Uniti (339 rispetto ai 333 del 2020), Pakistan (241), Repubblica Democratica del Congo (246), Indonesia (229), Etiopia (223); Egitto (199); Brasile (165). La Russia avrà 106 milioni di abitanti; il Giappone 60. L’Europa subirà una diminuzione del 20% della propria popolazione e una più che doppia della forza-lavoro. Potrà mantenere la propria già limitata influenza mondiale solo rafforzando il legame con gli Stati Uniti (in una sorta di “NATO globale”, estesa all’Indo-Pacifico) e sforzandosi, finché è in tempo, di migliorare i rapporti con il “Sud globale” – soprattutto con l’Africa – oltre a implementare una politica, a livello continentale, d’integrazione e di formazione professionale degli immigrati.

 

LE CONSEGUENZE DEMOGRAFICHE DELLE GUERRE. Le conseguenze demografiche delle guerre sono sia dirette che indirette. Quelle dirette consistono nelle vittime civili e militari dei conflitti. Quelle indirette riguardano spostamenti massicci di interi gruppi etnici, genocidi, deportazioni, migrazioni dai territori perduti, oltre che pandemie conseguenti agli eventi bellici. Entrambi i fenomeni si sono accresciuti con la democratizzazione della guerra e la costituzione di eserciti di massa dotati di armi più letali, dalla prima rivoluzione industriale fino all’avvento delle “guerre totali”. Ciò ha indotto Gaston Bouthoul ad affermare che la guerra sia un “infanticidio differito”.

A differenza di quanto avviene con gli eserciti professionali o di mercenari, infatti, le perdite di quelli di massa, basati sulla coscrizione, colpiscono la parte migliore della gioventù e la educano alla violenza. In Ucraina l’uso disinvolto e su larga ampia scala di carcerati da parte della Wagner, non solo non colpisce la popolazione russa più produttiva, ma rappresenta un mezzo per ridurre i costi del sistema carcerario. Dall’altro lato l’emigrazione all’estero di una cifra compresa fra i 500.000 e i 700.000 abitanti russi rappresenta, invece, un dissenso rispetto alla politica del Cremlino, impoverendo al tempo stesso la Russia di personale istruito; ciò ha indotto la geniale governatrice della Banca Centrale Russa, Elvira Nabiullina, ad affermare che, con le sanzioni e il ritiro delle imprese straniere, Mosca avrà bisogno di dieci anni per riprendersi.

Per capire il fenomeno bisogna considerare che, fino alla prima guerra mondiale, il numero di militari caduti in combattimento è stato inferiore a quello dei morti per malattie: nel XIX secolo, su 1.000 mobilitati, la proporzione è stata mediamente di 50 morti in combattimento contro 150 per malattia. Poi il rapporto si è bruscamente invertito: nel primo e secondo conflitto mondiale ci sono stati rispettivamente 135 e 150 morti in combattimento rispetto a 20 e 15 per malattia.

Anche la proporzione fra le vittime civili e quelle militari dei conflitti è notevolmente aumentata: nella prima guerra mondiale le vittime civili sono state il 33%; nella seconda il 42%; negli anni Settanta, il 73%; negli anni Ottanta, l’85% per arrivare, da allora, a raggiungere il 95% del totale, percentuale analoga a quella delle guerre di religione del XVI e XVII secolo in Europa. Fa in questo senso eccezione l’Ucraina, malgrado la strategia del Cremlino di colpire la popolazione e il sistema energetico di Kyiv: si tratta di una strategia che è fallita non solo per la resilienza degli ucraini, ma anche perché la Russia non dispone di bombardieri pesanti, protagonisti dei bombardamenti “a tappeto” della seconda guerra mondiale. I morti nelle città ucraine si contano a decine, ma non a migliaia come quelli tedeschi.

In ogni caso, le guerre provocano sempre spostamenti di popolazione e masse di deportati, di rifugiati e di sfollati. Possono essere, inoltre, accompagnate da pulizie etniche e da genocidi. Generalmente la popolazione fugge, abbandonando le regioni occupate da un altro Stato. La guerra in Ucraina costituisce un caso paradossale a tal riguardo: tra 700.000 e un milione di russi – prevalentemente giovani ben preparati – sono emigrati (di cui oltre 200.000 riservisti per evitare di essere richiamati in servizio) non perché la Russia fosse invasa, ma perché stava invadendo un altro paese.

Dal punto di vista demografico, alle morti di soldati va poi aggiunta la mancata natalità dei militari al fronte. Questa, in Russia, è stata valutata in circa 30.000 unità che difficilmente saranno recuperate completamente dall’aumento di fertilità spesso collegato alla fine dei conflitti. Influiranno sul fenomeno anche gli aumenti dell’età della leva obbligatoria, portata da 18 a 21 anni e, nel suo limite superiore, da 27 a 30 anni, con effetti pesanti sull’economia russa, carente di manodopera qualificata.

 

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Incerta è, infine, la possibilità che Mosca possa incorporare permanentemente nella sua popolazione gli 8 milioni di ucraini abitanti, prima del 2014, nelle regioni occupate e annesse alla Russia. La politica di trasferimento in Russia di giovani ucraini non potrà essere confermata in nessun accordo di pace diverso dalla resa senza condizioni di Kyiv. E, del resto, Mosca non può permettersi di occupare l’Ucraina, preparata dopo il 2014 da Stati Uniti e Regno Unito per una guerra territoriale, basata sulla guerriglia e sulla predisposizione di un sistema “Stay Behind”, simile a quello esistente in Europa occidentale dopo il 1953.

 

RIFLESSI DEMOGRAFICI SULLA STRATEGIA MILITARE. La demografia è infine uno dei fattori che, agendo sul sistema di reclutamento, contribuisce a determinare la differente logica degli “stili” occidentali e orientali di guerra. L’Occidente risente ancora delle esperienze della Grecia classica: l’oplita era un cittadino, mobilitato per il tempo del conflitto, per essere poi restituito quanto prima alle sue normali attività. Per questo le operazioni dovevano concludersi con una grande battaglia decisiva. In Cina, gli eserciti erano formati invece da professionisti dell’etnia dell’imperatore. Le operazioni potevano protrarsi nel tempo e la guerra concludersi senza una grande battaglia.

Ad esempio, le rilevanti perdite subite nella Prima guerra mondiale e la minore entità della propria popolazione rispetto a quella tedesca, indussero la Francia a basare la propria difesa sulla Linea Maginot, contraddicendo le garanzie date ai paesi della Piccola Intesa. Parigi non era infatti in grado di proteggerli con una “dissuasione estesa”, che avrebbe richiesto una capacità offensiva contro la Germania, possibile solo con la forza corazzata proposta a suo tempo da de Gaulle. Il sistema di dissuasione mista, convenzionale e nucleare, permise invece alla NATO di contenere l’Unione Sovietica nella guerra fredda senza militarizzare le società occidentali.

I cambiamenti nella strategia militare oggi sono decisivi per gli esiti del conflitto in Ucraina. L’“eclissi” del nucleare tattico o sub-strategico nel concetto strategico della NATO è stato reso possibile dai mutamenti geopolitici provocati dalla fine della guerra fredda e dallo sviluppo tecnologico che ha trasformato i sistemi d’arma in “sistemi di sistemi”. Lo si è visto nella superiorità dell’infowar ucraino, risultante dai provvedimenti attuati dal Ministero ucraino della Transizione digitale, con l’accesso degli smartphone al sistema informativo centrale e con la resilienza dello Space X-Starlink fornito da Elon Musk alle interferenze elettroniche russe. Ciò ha fornito agli ucraini la possibilità di sconfiggere forze numericamente superiori (per l’artiglieria i rapporti d’efficacia sono 5-6 a 1).

Dall’altra parte, la ristrutturazione delle forze terrestri russe, iniziata nel 2008, e rimodulata da Sergei Shoigu e Valery Gerasimov nel 2012, ha tenuto conto della debolezza demografica russa e della minore accettabilità di perdite da parte dell’opinione pubblica. Ne è conseguita l’organizzazione delle forze terrestri nei cosiddetti BCG (Battalion Combat Group): su poco più di 1.000 effettivi essi dispongono solo di 200 fanti, ritenuti sufficienti per combattimenti in campo aperto contro le forze NATO, mentre la massa è impiegata per i carri e per l’artiglieria. Tale organizzazione si è però rivelata inefficiente nei terreni boscosi dell’Ucraina: i carri non protetti dalla fanteria hanno subito perdite rilevanti, mentre l’artiglieria non è riuscita a sopperire, con la quantità di fuoco, alla carenza di designazione degli obiettivi; l’impiego di mercenari e di carcerati poco addestrati si è risolto in rilevanti perdite. La centralizzazione del comando russo ha fatto il resto, consentendo agli ucraini di sfruttare appieno la flessibilità delle loro forze.

L’esito del conflitto, insomma, dipenderà dall’entità del successo ucraino nella controffensiva. Se sarà sufficientemente ampio, potranno determinarsi le condizioni per la fine dell’invasione russa, tenendo conto anche degli “scricchiolii” avvertibili al Cremlino.

 

 


Questo articolo è pubblicato sul numero 2/2023 di Aspenia