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L’Occidente e l’Ucraina: perché il fronte euro-americano tiene, seppure tra dubbi e voci dissonanti

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A oltre un anno dall’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina, è tempo di bilanci e difatti ne fioriscono molti. Ciò che colpisce è che, a fronte del messaggio che viene dai governi occidentali di una chiara strategia perseguita in modo unitario, il dibattito sottostante è spesso di altra natura e meno consensuale. Non penso qui agli effetti della propaganda russa dei suoi agenti ufficiosi, la cui presenza è diffusa ed efficace, ma la cui influenza è decisamente minoritaria. Mi riferisco piuttosto alle opinioni ampiamente veicolate dai media, di molti autorevoli analisti, intellettuali e professionisti delle relazioni internazionali; tutte persone che hanno peraltro in comune di attribuire a Putin la responsabilità principale se non esclusiva del conflitto.

Ciò che ci viene trasmesso in forma di controcanto alle posizioni ufficiali, non nega la bontà delle motivazioni e nemmeno i successi ottenuti. Sottolinea piuttosto la fragilità dell’unità occidentale evidenziando ogni possibile elemento di frattura, l’ancora importante potenziale russo e il pericolo che l’opinione pubblica in Europa e in America “si stanchi” dello sforzo e dei sacrifici economici che comporta. Una fragilità che va raffrontata al rischio di escalation forse anche nucleare; in sostanza, il nostro gioco rischia di essere troppo pericoloso. La conclusione più o meno implicita è che gli interessi dell’Ucraina e dei Paesi che la sostengono non sono necessariamente coincidenti a lungo termine e che a un certo punto si dovrà pensare a come mettere fine al conflitto anche contro il desiderio dell’aggredito. Anche se la parola pace è ormai pronunciata raramente, l’idea di una tregua appare con frequenza. Si nota soprattutto l’impellente bisogno di “frenare le armi e dar voce alla diplomazia”.

 

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Questo dibattito proietta quindi l’immagine di un Occidente che nel momento della sua massima ritrovata unità, dubita di sé stesso. Le problematiche sollevate da queste analisi, che ho provato a sintetizzare ma che in realtà sono molto variegate e non facilmente assimilabili, sono sufficientemente importanti per meritare di essere prese in considerazione; sono del resto normali in democrazie confrontate a una prova grave e inaspettata. I temi e i toni sono in qualche modo presenti quasi ovunque, ma in modo diverso da Paese a Paese; quindi con un evidente impatto sul modo come gli alleati si percepiscono l’un l’altro. È bene però cominciare con un’analisi dei fatti sul terreno.

 

L’invasione e la risposta

Andiamo un istante indietro nel tempo. Prima del fatidico 24 febbraio, l’opinione prevalente in Europa era che gli avvertimenti dell’intelligence americana su un’invasione imminente fossero infondati e forse tendenziosi. Nei giorni precedenti, Macron e altri responsabili europei passarono addirittura alcune ore con Putin e tornarono moderatamente rassicurati. Quando poi cominciò l’invasione, ci fu una reazione quasi unanime di dura critica all’aggressore. Quasi tutti erano però convinti che quella delle truppe russe sarebbe stata una passeggiata di al massimo qualche settimana e che la Russia avrebbe preso facilmente il controllo del Paese; a Zelensky si offriva una via di fuga per assicurarne la sicurezza fisica nella certezza che l’avrebbe accettata. Chi voleva almeno salvarsi l’anima, sfornò subito illusori piani di pace, conditi da inverosimili “garanzie” per l’indipendenza dell’Ucraina e da altrettanto dubbi progetti di referendum popolari nelle zone contese.

In sostanza tutto era pronto per una tragica riedizione del cedimento a Hitler che nel 1938 a Monaco condusse poi alla Seconda guerra mondiale; cedimento questa volta addirittura basato sull’accettazione del fatto compiuto e nemmeno mascherato come allora dall’illusione che l’aggressore si sarebbe accontentato di un pezzo di carta. Cedimento alle ragioni del più forte che sarebbe stato accompagnato da dotte anche se prudenti analisi sulle “innegabili” responsabilità ucraine e su altrettanto “innegabili” errori dell’Occidente nel non aver capito le ragioni, certo discutibili ma anche legittime, di Putin. Le conseguenze sarebbero state facili da immaginare.

Come sappiamo, le cose sono andate in maniera molto diversa. Il dispositivo militare russo si è dimostrato inefficiente, corrotto e guidato da generali incompetenti. Zelensky, l’attore comico di cui tanti in Occidente parlavano con condiscendenza se non con disprezzo, si rivelò essere un vero leader e rifiutò la fuga; “ho chiesto armi e non un taxi” fu la sua celebre risposta. Il popolo dell’Ucraina si unì dietro a lui in uno sforzo eroico di resistenza, dimostrando così l’esistenza di quella forte identità nazionale di cui Putin era arrivato a negare persino i fondamenti. Le forze armate ucraine si dimostrarono più preparate ed efficienti del previsto. Il risultato fu, come sappiamo, un successo territoriale delle truppe russe modesto ma significativo, accompagnato da inaudite atrocità e crimini di guerra e seguito da una parziale riconquista ucraina.

 

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A un anno di distanza abbiamo un fronte incerto e quasi stabile. Tutto ciò è stato possibile anche a causa di un altro fattore che pochi avevano previsto. Un Occidente che sembrava predisposto a una nuova Monaco, ha reagito con una rapidità e una decisione che sembravano impensabili. Ciò è stato vero soprattutto per l’Europa. Nel giro di poche settimane l’UE si è unita agli USA in uno sforzo di sostegno alla resistenza ucraina con consistente invio di armi, e ha varato sanzioni durissime contro l’invasore. Sanzioni che comportano lacune e inevitabili operazioni di aggiramento da parte di Paesi terzi, ma che provocano all’economia russa e al suo potenziale bellico danni notevoli. L’America ha riaffermato la sua presenza in Europa. La NATO, invece di indebolirsi, si sta allargando a Svezia e Finlandia. Nel giro di pochi mesi l’UE ha messo in opera una radicale transizione della sua politica energetica per sottrarsi al ricatto del gas russo. Il tutto in una situazione di gravi tensioni economiche e con un’opinione pubblica impreparata a una crisi dei queste dimensioni. Nulla è veramente concluso, ma i risultati sono incoraggianti. L’opinione pubblica ha peraltro reagito quasi dappertutto con forti segnali di solidarietà verso l’aggredito.

Certo, guardata con gli occhi di ciò che sarebbe stato idealmente necessario, la Zeitenwende, il cambiamento epocale, intervenuto nella politica occidentale e soprattutto europea, può sembrare frammentato, lento e insufficiente. È innegabile che se certe decisioni, soprattutto in materia di armamenti, fossero state prese più rapidamente e in modo più coordinato, oggi la situazione sul terreno sarebbe migliore. Il realismo ci dice però di considerare la situazione di partenza e i decenni di pacifismo che avevano abituato gli europei a delegare ad altri la propria difesa; bisogna anche ricordare la diffusa convinzione che “con Putin si doveva poter convivere”, convinzione che ci aveva portato a una situazione di critica dipendenza dal gas russo. Un diniego della realtà russa, mantenuto anche dopo la forzata annessione della Crimea e l’invasione del Donbass, malgrado gli avvertimenti degli ucraini, ma anche dei polacchi e dei baltici; avvertimenti a cui reagivamo con condiscendenza e malcelato fastidio. Vista in questa ottica, l’attuale reazione europea è stata straordinaria quanto inaspettata nella sua unitarietà e rapidità. Si può in un certo senso dire che oltre che sul piano militare, Putin è stato sconfitto nella sua convinzione di poter contare sulla passività e la divisione di un Occidente e di un’Europa imbelli, divisi e decadenti.

 

Le sfide aperte e le opzioni

Passare dal bilancio alle prospettive è sempre azzardato. La situazione sul terreno è incerta e instabile. La Russia è indebolita economicamente e tecnologicamente dalle sanzioni e si intravedono anche tensioni e difficoltà al vertice del potere. Tuttavia la sproporzione nel potenziale di uomini e risorse tra i due contendenti è innegabile. Putin, sia pure in difficoltà, può legittimamente pensare che il tempo giochi a suo favore, che la divisione dell’Occidente se non è intervenuta finora prima o poi arriverà, che anche la resistenza ucraina potrebbe cedere di fronte alle devastazioni. Queste sono le ragioni per cui non è disposto ad accettare una tregua che non rappresenti palesemente una vittoria. Ogni giorno che passa aumenta la paranoia per un Occidente teso a distruggere la Russia – con una vera escalation anche retorica, per cui oggi il Cremlino indica apertamente tale presunto obiettivo occidentale.

In queste condizioni, la strategia occidentale non può che svilupparsi nel senso di negare a Putin il vantaggio dei tempi lunghi, accelerando e accrescendo l’aiuto militare all’Ucraina a livelli e in forme che sembravano impossibili fino a poche settimane fa. L’obiettivo è di contrastare una probabile nuova offensiva e spostare per quanto possibile a favore dell’Ucraina la situazione sul terreno. Tutto nella convinzione che solo un radicale mutamento sul terreno potrebbe aprire la strada per una tregua. I due discorsi paralleli tenuti il 21 febbraio rispettivamente da Vladimir Putin a Mosca e da Joe Biden a Varsavia illustrano bene questa situazione.

Alla luce dei fatti, la strategia occidentale al momento non ha alternative. Concedere oggi a Putin una qualsiasi forma di vittoria, condurrebbe inevitabilmente alla divisione dell’Occidente e dell’Europa, con conseguenze drammatiche e imprevedibili anche per gli equilibri strategici nell’Indo-Pacifico. Del resto le voci dissonanti citate all’inizio giocano spesso sull’equivoco della prospettiva temporale: “sì, per il momento è così, ma bisogna pensare al futuro”. Ma allora, perché un dibattito così acceso con il rischio magari involontario di confermare Putin nelle sue convinzioni? Ce n’è abbastanza per interrogarci sull’origine e motivazione di queste voci dissonanti. Esse sono molteplici.

Le voci del tradizionale realismo, per esempio di Henry Kissinger ma anche di Emmanuel Macron, che hanno chiesto a più riprese di riconoscere “i legittimi interessi russi” e che erano presenti all’inizio delle ostilità, si sono affievolite di fronte alla paranoia manifestata da Putin e le atrocità commesse dalle sue truppe. È anche visibile una comprensibile volontà di evitare un’escalation del conflitto, preoccupazione rafforzata dal fatto che la Russia è una potenza nucleare. Ciò fa del resto parte della strategia occidentale e spiega in parte alcuni ritardi nell’assistenza militare all’Ucraina. Gioca anche la preoccupazione per il mancato sostegno di molti Paesi emergenti all’azione dell’Occidente verso la Russia. Problema certamente serio, ma che ha motivazioni diverse e profonde non direttamente legate al conflitto in corso e che devono essere affrontate in modo specifico; esse certamente non indicano una volontà di schierarsi a fianco della Russia.

 

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Un altro dibattito, inevitabile ma facilmente fuorviante, è quello sulle finalità politiche e militari della nostra azione. È fuori dubbio che tutti desidereremmo un cambio di regime in Russia. Ogni persona sana di mente sa tuttavia che esso può essere determinato solo dai russi. Altrettanto assurda è la tesi di chi interpreta la strategia occidentale come tendente alla dissoluzione della Russia. Che nella sua paranoia lo pensi Putin, è comprensibile. Un simile sviluppo sarebbe in realtà contrario ai nostri interessi perché fonte di conflitti e instabilità. Del resto l’Occidente fece a suo tempo il possibile per favorire il mantenimento dell’unità dell’URSS, che poi si dissolse per cause esclusivamente interne. È invece del tutto logico che ci si proponga di indebolire il potenziale della Russia per fermarla in questa avventura e scoraggiarla a intraprenderne altre. Per quanto riguarda l’aspetto militare, chi evoca una tregua fa spesso riferimento al precedente della Corea. Questo parallelo implica tuttavia anche la previsione di una linea di confine di lunga durata, forse immutabile. Volendo evitare che diventi una linea che la Russia si appresterebbe a violare alla prima occasione, si porrebbe la questione della forma e della portata delle necessarie garanzie occidentali all’Ucraina. Si dimentica anche facilmente che l’armistizio di fatto si realizzò nella penisola coreana esattamente sulla linea che esisteva all’inizio delle ostilità. Una situazione da cui in Ucraina siamo ancora molto lontani; salvo suggerire che dovremmo imporre all’Ucraina non solo l’accettazione delle conseguenze dell’invasione del 2014, ma anche sacrifici aggiuntivi dovuti al conflitto attuale. In queste condizioni, una tregua sulla linea attuale del fronte costituirebbe una vittoria per Putin. Anche insistere nel definire oggi, sia pure in via teorica, una possibile futura linea di tregua non ha senso e non può che provocare inutili divisioni; soprattutto se pretende di sollevare la questione allo stesso tempo difficile ed estremamente sensibile della Crimea.

Per tutte queste ragioni, chi passa il tempo alla spasmodica ricerca di un possibile mediatore, dalla Turchia, al Vaticano, ora al Brasile o all’India è destinato, almeno finché la situazione sul terreno non sarà cambiata, a restare deluso. Il rapido crollo delle aspettative create recentemente da una possibile iniziativa diplomatica cinese  conferma questa analisi.

 

La dimensione transatlantica

Per quanto riguarda gli USA, alcuni dubbi riflettono fenomeni di crescente isolazionismo legati all’insuccesso delle più recenti avventure internazionali del Paese (Afghanistan e Iraq) e che ricordano situazioni analoghe dopo il Viet Nam. Isolazionismo motivato anche dal desiderio di dare la priorità ai problemi interni che polarizzano la nazione e paralizzano il funzionamento delle istituzioni. Sono sviluppi di cui avemmo le prime avvisaglie con Barack Obama, ma che con Donald Trump avevano assunto caratteri particolarmente preoccupanti. C’è anche chi sostiene che l’America non può permettersi di fronteggiare da sola due avversari e che la priorità deve essere data alla Cina. Ciò aumenta il risentimento verso lo scarso impegno degli europei per la difesa del loro continente.

La situazione europea è più complessa. È troppo facile bollare le esitazioni di alcuni europei come pavido pacifismo. Un elemento è costituto dal timore che la politica americana, eventualmente con l’elezione di un nuovo Trump o comunque con la rottura dell’attuale consenso bipartisan al Congresso, potrebbe lasciare soli gli europei a fronteggiare un conflitto che non hanno la forza di gestire. Non bisogna nemmeno sottovalutare il vero e proprio trauma che rappresenta per molti europei il colpo che questo conflitto porta all’immagine che si erano costruiti di sé stessi dopo le tragedie del secolo scorso: una “potenza gentile” che irriga il mondo con il proprio esempio e esercita la sua influenza con regole sagge, nonché con lo sviluppo dei commerci. Il risveglio dal sogno kantiano è doloroso soprattutto per la parte occidentale del continente che ne aveva fatto un pilastro della sua nuova identità.

Inoltre, questi stessi Paesi non hanno ancora pienamente assimilato l’ultimo allargamento a est con l’inclusione di popoli che hanno importato nell’UE i loro storici conflitti mal composti, il loro nazionalismo non risolto e a volte un rapporto ancora imperfetto con la democrazia. Non deve quindi sorprendere che alcuni, malgrado la promessa di adesione all’UE, fatichino a considerare l’Ucraina veramente “parte di noi”. In queste condizioni alcuni potrebbero temere la stessa reazione degli europei occidentali se, malgrado le garanzie NATO, ad essere aggrediti fossero la Polonia o i Paesi Baltici. Tipico a questo proposito la sorprendente analisi persino di un gigante come Jürgen Habermas che sogna una soluzione del conflitto secondo i principi delle Nazioni Unite, ma allo stesso tempo teorizza che i nostri interessi e quelli dell’Ucraina non coincidono necessariamente, e termina sulla bizzarra distinzione fra “sconfiggere Putin” e “non far perdere l’Ucraina”.

 

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C’è anche in parte dell’Europa un evidente peso della “questione russa”, certo storicamente meno drammatica della “questione tedesca”, ma a differenza di quest’ultima mai risolta. Peso che è differente fra i vari Paesi. In Francia ha solide radici storiche e culturali. In Germania e in Italia contano maggiormente il forte pacifismo ereditato dalla Seconda guerra mondiale ma anche interessi commerciali. Non si possono ascoltare alcune di queste analisi senza pensare alla celebre e nefasta definizione che Neville Chamberlain a Monaco diede della Cecoslovacchia: “un Paese lontano di cui molti di noi non sanno quasi nulla”. La preoccupante sintesi di tutto ciò è la residua permanenza di un evidente di diniego della mutata realtà geopolitica. La Zeitenwende pur essendo una consolidata politica ufficiale, non è ancora pienamente entrata nelle coscienze.

Queste voci dissonanti, in Europa come in America, hanno peraltro il comune difetto che le loro proposte non hanno un interlocutore. Il problema non è tanto che la Russia non sia una democrazia. È che si attribuisce a Putin la stessa logica della ricerca di sicurezza che anima la politica occidentale; una preoccupazione che aveva anche la dirigenza sovietica, ma che nel caso di Putin è oscurata da un ossessivo disegno imperiale. Colpisce che a fronte di tutti questi dubbi l’atteggiamento dei governi non solo sembra tenere, ma si consolida ad ogni nuova atrocità russa. Non solo. Il sostegno dell’opinione pubblica, pur sottoposta a forti pressioni e sacrifici, non da segni di vacillare in maniera significativa. Del resto, la pressione inflazionistica si sta riducendo, l’inverno è trascorso senza drammi sull’energia e tutto lascia pensare che abbiamo evitato una grave recessione. I principali governi sulle due sponde dell’Atlantico non solo sono coscienti che la strategia comune non ha per il momento alternative, ma nessuno di loro deve affrontare elezioni a breve termine e il consenso parlamentare sull’Ucraina è ovunque solido. I profeti di sventura possono quindi continuare a essere smentiti, come è del resto sempre successo negli ultimi mesi. La vera partita si gioca dove è sempre stata: in Ucraina, sul terreno.

Le voci dissonanti sono però importanti e devono essere tenute in conto perché possono condizionare non tanto la strategia quanto l’efficacia dell’azione. Si può infatti dire che l’Occidente ha realizzato rapidamente una solida strategia unitaria, ma che le insufficienze si trovano nell’esecuzione, nella mancanza di coordinamento e nei ritmi necessariamente diversi del funzionamento delle democrazie dei Paesi coinvolti. Differenze che, calate nel dibattito politico, possono facilmente essere interpretate come divergenze strategiche. Chi pratica l’UE sa bene che il cemento di un’alleanza è la fiducia reciproca. Se questo bene prezioso è fondamentale nella vita dell’UE, figuriamoci di fronte a un conflitto militare.

Se vogliono che la strategia comune continui ad avere il sostegno dell’opinione, i governi hanno due imperativi. Il primo, pur prendendo atto con realismo delle diverse situazioni nazionali, è di aumentare il coordinamento e soprattutto la rapidità nell’esecuzione degli impegni presi. Il secondo è di rendere più chiara e coerente la narrativa su ciò che si sta facendo e perché. Molti dei dubbi che ho tentato di analizzare, hanno la loro origine nella scarsa chiarezza o nella apparente dissonanza dei messaggi ufficiali.